Ci sono eventi che ci ricordano che le nostre certezze possono crollare.
Infatti crollano.
E ci sentiamo colti da un senso di insicurezza feroce.

E non è neanche la prima volta.

Oggi Notre Dame. Ieri le torri gemelle.

Ha senso fare un parallelismo? Al di là di questa banalità…

Chiunque vede una cattedrale, il David di Michelangelo, il Duomo di Milano, o anche la Torre di Pisa (che certo non ha mai sbandierato grandi certezze sulla propria stabilità) non sta a pensare che potrebbe cadere da un momento all’altro.
Sono lì dove sono da secoli. Che debbano cadere proprio adesso, è quasi impensabile.

Eppure un giorno accade.

Accade per errore umano, per cattiveria umana, per guerre, per incuria….di fatto accade.

E la sensazione che ho avuto tutte le volte che è successo, mi riporta a qualcosa di molto intimo: l’insicurezza nelle nostre vite.

E’ l’idea che, come possa cambiare tutto fuori, nelle strade, nelle città, così da un giorno all’altro, questo possa capitare anche dentro una singola vita.

Mi colpisce un amico che su Facebook chiede stamattina “Ma davvero state piangendo per una cattedrale?” E la sua stoccata provocatoria (che chiaramente vuol far riflettere sul valore di alcune migliaia di pietre rispetto alle migliaia di vite umane che muoiono ogni istante….molto lecito) mi fa pensare oltre.

Il punto non è (solamente) il dolore per una bellezza che verosimilmente nessuno dei migliori architetti e ingegneri sarà mai in grado di riprodurre.

E anche se fosse in grado, più che di restauro, si tratterebbe forse di una riproduzione.

Secondo me si piange per altro, per qualcosa di più viscerale.

Il punto è che, se non si può fare più affidamento su una cosa così stabile, quante altre cose instabili ci sono nella nostra vita che sembrano invece perfettamente fisse? E se cadessero?

Gli psicologi con queste cose ci vanno a nozze con l’insicurezza.

Io non sono uno psicologo, ma mi viene da riflettere sull’attaccamento alle nostre certezze.

E se vivessimo meglio senza di esse?

Ok, voglio il Perseo di Benvenuto Cellini vicino casa, lo voglio. L’ho sempre visto da quando abito nella mia città, mi piace da morire, e lo voglio ancora per secoli, voglio che resti anche dopo di me. Ma se lo spostassero in un museo o crollasse incenerito da un botto di capodanno, dopo giorni, mesi di dispiacere, piano piano me ne farei una ragione.

Potrei farmi , invece, una ragione della mia casa che va in fumo, dell’insicurezza dei miei risparmi che potrebbero scomparire nel nulla, della morte delle persone che amo?

Ecco che ha un senso piangere la caduta di un tetto.

Perché è un simbolo. Di molto altro.

E allora non avrebbe forse senso non avere né una casa, né risparmi, né persone care da piangere, che poi quando si frantumano lasciano dentro un cratere di tribolazioni?

Non sarebbe meglio essere preventivamente anestetizzati dal dolore tramite l’abitudine all’assenza?

Si può vivere senza casa e senza soldi, no? Mica tutti gli accattoni muoiono di fame!

Si può vivere senza amore, no? C’è gente che basta a sè stessa!

E si può vivere anche in un ghetto industriale senza arte e storia, accanto a un centro commerciale sotto un cartone vista discarica…

Ma si vive male. Perché credo siano pochi quelli che l’hanno scelto liberamente di vivere per strada… il che è lecito.

Si vive male senza quello che ci fa sentire sicuri.

Ecco perché si vive male a pensare che il tetto di una cattedrale è caduto.

Non è solo una cattedrale. E’ il simbolo di un universo personale che potrebbe crollare.

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