LUCA BETTINI
45 anni
Imprenditore
Martin Eden & Tornabuoni

Luca è un amico di vecchissima data. La sua storia la conosco a memoria, ma abbiamo fatto un patto “Raccontamela come se non ci conoscessimo!” E così, è stato bello scoprire una nuova storia: la sua. Vista da un’unica prospettiva: la sua. Vi presento dunque il racconto di un ragazzo che un giorno ha preso il mare. E ancora veleggia con lo stesso entusiasmo contagioso…e la paura del mare passa, mentre arriva la voglia di salpare anche a me!

Se dovessi dare un nome (e voglio darlo!) alla tua storia la intitolerei “Fame di Libertà”! Sei d’accordo?
Te lo sottoscrivo.

E se uno ha voglia di libertà tendenzialmente cerca di mettersi in proprio, non va certo a fare il dipendente…
Si, ma non è che mi sono svegliato una mattina e ho deciso di aprire una mia attività. Il pallino io l’ho sempre avuto, ma c’era della strada da fare! E non sapevo neppure in che settore mi sarei buttato! Ma non era rilevante: avrei potuto vendere bottoni o cappelli, sarebbe stato lo stesso: non era quello il punto.

Il punto era l’affermazione personale, mi pare di capire…Anche iscriverti all’ Università faceva parte della strada da fare?
A suo modo si! A dire il vero alle Superiori ho avuto un percorso “traballante”, e proprio per questo mi volevo mettere alla prova! Volevo dimostrarmi che ce la potevo fare a prendere un titolo di studio, anche se non mi sarebbe servito a fare l’avvocato (ho studiato Giurisprudenza).
E poi guardavo i grandi imprenditori degli anni Ottanta e vedevo che in molti avevano studiato, e io volevo fare come loro…

Berlusconi è laureato in Giurisprudenza in effetti, per dirne uno a caso…
E infatti poi mica ha fatto l’avvocato!  Io volevo arrivare in fondo, prendere quel titolo e usarlo per entrare nel mondo del lavoro, ma dalla porta che volevo io.

E così è andata!
Si perché quel pezzo di carta mi è servito per entrare in un’azienda.

Scelta a caso?
E’ stato il caso. O meglio, il destino. Cerco un’offerta di stage, faccio vari colloqui e alla fine ne faccio uno in un’azienda e mi rendo conto subito che è un’occasione che non devo perdere.  Era un’azienda vera, che esportava. Riesco ad entraci e cerco subito di imparare il più possibile. E di mettermi in luce.

Perché dici il destino?
Perché quell’ azienda si occupava di illuminazione di design, e questo ha segnato la mia storia. Se fosse stata un’azienda di scarpe, adesso probabilmente farei scarpe.
E poi perché, appena entrato, conobbi Marco, che era il responsabile commerciale e praticamente io ero il suo stagista. Dopo neanche cinque giorni eravamo già a parlare di fare qualcosa insieme in futuro… E oggi è la persona con cui ho fondato la mia seconda azienda!

Ma non salterei le tappe… Mi hai raccontato che questa persona alla fine fu mandata via e te prendesti il suo posto…
La vita è strana. Si, è andata così. A quel punto cercai di imparare il più possibile, anche se mi dispiaceva umanamente che lui fosse stato mandato via. Dopo quattro anni cominciai a pensare a come poter uscire dall’azienda.

Sapevi che non era un posto di lavoro per la vita, quindi
Lo sapevo da sempre: ero li per imparare. E la sera a casa lavoravo per il mio progetto insieme ad un ragazzo che avevo coinvolto e che si occupava della parte tecnica. E’ stato un periodo durissimo: facevo le due di notte a creare un’azienda dal niente, e la mattina andavo a lavorare per lo stipendio.

Tu ti occupavi della parte commerciale e lui di sviluppare il prodotto.
Ho aperto la partita IVA, abbiamo sviluppato il brand dal niente, e stavo avendo i primissimi risultati. A quel punto avrei dovuto avere il coraggio di staccarmi dall’azienda per cui lavoravo e aprire la mia. Ma il coraggio non l’ho trovato. E quello è stato il momento più brutto perché sapevo che, se non avessi trovato il coraggio, il progetto che avevo in mano era destinato a morire.

Perché non hai trovato il coraggio?
Perché farlo a 30 anni è una cosa, ma io avevo 42 anni, un mutuo e una bambina piccola.

E che è successo?
Che il destino mi ha aiutato un’altra volta! Se lo vogliamo chiamare destino… L’azienda scopre questo mio progetto, non era chiaramente felice, e “ci siamo separati”.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ed mi ero anche un po’ preparato all’evenienza: ma un conto è prepararsi, un conto è trovarsi senza lavoro dall’oggi al domani…

Come ti sentivi?
In mare aperto.  Ma la cosa strana è che dal momento che mi hanno detto “te da domani non hai più uno stipendio” invece che sentirmi terrorizzato, mi sentivo finalmente libero! E tutto ciò nonostante le preoccupazioni per la parte familiare…

Il resto della famiglia come l’ha presa?
Eh… erano tutti preparati perché sapevano che prima o poi l’avrei fatto, ma sono dovuto andare dai miei genitori e dai miei suoceri e sentirmi dire “Ora t’arrangi!” E giustamente.
Fuori dai denti pensavano fossi un un incosciente, forse un coglione.

Con il senno di poi, lo eri?
Con gli occhi di oggi forse sono stato un incosciente. Ma allora mi sentivo solo libero. Sulla carta, da dipendente avevo tutto quello che tanta gente desidera: stipendio, macchina aziendale, rimborso spese, viaggiavo per l’Europa, avevo una certa autonomia. Ma non ero libero.
Lavoravo per realizzare il progetto di qualcun’altro. E quindi non ero felice. Ora ero in mare aperto, la riva era lontana e anche l’approdo era incerto e non si vedeva…

Che periodo è stato quello degli inizi?
Pazzo! Ti racconto questa. Partii con una collaboratrice e decidemmo di farci il giro dei clienti in Europa per prendere contatti. Affittai una macchina e facemmo Firenze-Zurigo-Parigi-Bruxelles-Berlino-Varsavia-Praga-Monaco-Costa Azzurra-Firenze: 8000 Km in una settimana. Una spesa esorbitante e poco utile. Fu il viaggio della speranza!

Che difficoltà hai avuto in mare aperto, come dici te?
Mi sono scontrato con la realtà. Per quanto avessi pianificato tutto nei minimi dettagli, non era facile come pensavo. Non avevo calcolato le disponibilità economiche necessarie, il bisogno di investimenti, credevo di avere i contatti sufficienti, ho fatto un errore sul prodotto mettendo insieme illuminazione ed arredo senza specializzarmi… e ho buttato via un sacco di soldi.

Dove li hai trovati, i soldi da buttarci?
Li avevo messi da parte e in più avevo il TFR. Ma non bastava… E poi non è che sono arrivato io, che ero il più fico, e ho subito cominciato a vendere…(ironicamente, ndr) Era durissima. Fino a che non incontro di nuovo Marco proprio qui dove siamo ora (al Caffè Letterario delle Murate, ndr) e abbiamo ripreso il discorso di fare qualcosa insieme da dove lo avevamo lasciato 10 anni prima.

Incontri della vita! E in che situazione eravate in quel momento?
Io avevo fatto la mia azienda Martin Eden e mi ero scornato. Lui aveva avuto un percorso analogo.
Una cosa che ho imparato è che non si fa niente da soli! Insieme si mettono in campo risorse che da soli è impensabile avere. Lui aveva conoscenze che io non avevo, e io avevo conoscenze che lui non aveva. E siamo ripartiti insieme.

Che cosa avevate in comune te e Marco?
La fame! La voglia di rischiare! Quella accomuna tutti e due: mettersi in gioco, rischiare tutto. Anche lui lavorava da un’altra parte: ha detto “mollo tutto e vado con Luca!” Ha lasciato il certo per l’incerto! Ma voleva essere libero!
Ed è nata Tornabuoni, in omaggio a Firenze che è la mia città, e una Firenze di alto livello, qual’è il brand!

Martin Eden mi incuriosisce di più come nome. Chi è?
E’ un libro che mi ha sconvolto a 16 anni. Era la storia di un marinaio irrequieto e incompreso dalla società, che critica, e dalla quale viene ripagato con l’ammirazione.

Mi parla di qualcuno che conosco, che ha preso il mare per perdere l’irrequietezza…
Esatto. Luisa, mia moglie, mi dice sempre che dal giorno in cui io sono uscito dall’azienda sono un’altra persona, migliore spero intenda (ride, ndr). Se oggi mi immagino dentro l’azienda in cui lavoravo da dipendente, mi sento soffocare.
Oggi sono me stesso. Per 10 anni non lo sono stato.

Oggi come va?
Oggi mi alzo la mattina e mi diverto. Posso fare zero o cento, ma dipende da me.

Quindi il tuo motto è…?
“Non per il vil denaro ma per la libertà!” ….che poi il vil denaro, diciamocelo chiramente, è dura a farlo! Non raccontiamoci storielle! (risate collettive, ndr).

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