Il posto di chi sogna un mondo comune

SEI METRI QUADRATI

Due anni fa, ho avuto modo di vedere l’opera che riproduceva la cella in cui Nelson Mandela aveva trascorso quasi diciotto anni  della sua esistenza.

Era una bella serata estiva, stavo andando a vedere un film di cui non ricordo il titolo  e, senza aspettarmelo, mi trovai davanti quella installazione in vetro. Uno spazio che definire angusto non è che un pietoso eufemismo: 2,59 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza. Due minuscole finestre e, come arredamento, un tappeto per giaciglio, un comodino, un secchio per le necessità fisiche. Al posto del vetro, immaginai la pietra delle pareti, il rumore dei passi delle guardie nel corridoio, l’odore acre della paura. 

Nella sezione B della prigione di Robben Island, Mandela  visse dal 13 giugno 1964 fino al 31 marzo 1982, quando fu trasferito prima nel penitenziario di Polismoor,  poi in quello di Victor Verster, dove rimase fino alla liberazione, avvenuta il giorno 11 febbraio 1990. 

Riflettei su quelle date mentre entravo al cinema. Il 13 giugno 1964 avevo tre mesi e quattro giorni, il 31 marzo 1982 frequentavo il quarto anno del liceo e – da lì a poco – avrei perso mio padre. In tutto quel tempo –  un tempo in cui ero cresciuta, avevo imparato a scrivere, avevo avuto una sorella, avevo avuto amici e le prime cotte, mi ero innamorata del rock e di David Bowie, avevo conosciuto il greco , il latino e le prime delusioni della vita – Nelson Mandela era rimasto in 5,98 metri quadrati di spazio.

Come era riuscito sopravvivere? Io mi sentivo soffocare solo al pensiero di essere costretta a non poter uscire di casa, figuriamoci vivere in una cella.

Eppure, lui sopravvisse: rinunciò perfino alla libertà condizionata perché avrebbe comportato la rinuncia alla possibilità di lotta armata contro il segregazionismo. 

Come aveva convissuto con la paura della prigionia a vita? Dopotutto la sua condanna era l’ergastolo. La fede in ciò che credeva riuscì a sostenerlo in quei giorni, in quei mesi, negli anni spesi all’interno di quei sei metri quadrati scarsi. 

Avevo girato intorno alla riproduzione di quel cubicolo: pochi secondi, una vita intera. 

Nelson aveva trovato l’energia lì dentro, un’energia che gli aveva permesso di far andare avanti la sua voce in tutto il mondo, l’energia che gli  aveva consentito di studiare perfettamente l’inglese, l’energia che – lui raccontò alla nipotina anni dopo – tutti gli esseri umani hanno dentro di loro. Una fiamma che non si estingue mai, a meno che non siano le donne e gli uomini a volerla spengere.

In queste ultime settimane, ho ripensato a quella sera dei primi di luglio del 2018. 

Ci ho pensato qui, tra le pareti di casa mia, dove non mi manca niente tranne la libertà: la libertà di uscire, andare al cinema, a teatro, a una mostra, a trovare i miei cari. La libertà di cenare con gli amici, di scherzare con loro, di abbracciarli e di lasciarli dicendo loro: “A presto!”.

La libertà di girare per le librerie e le biblioteche con un’idea precisa, oppure no: pronta a lasciarmi sorprendere e incantare da un nome, da un titolo.

La libertà di portare fiori al cimitero, la libertà di guidare senza meta.

La libertà di andare al bar per un caffè, un aperitivo, scambiare due parole con i negozianti che mi conoscono. 

Tutto questo mi è sembrato un allettante invito a lasciarmi andare alla pigrizia, all’autocommiserazione: perfino leggere e scrivere mi sono apparsi, per alcune giornate, come rocce aspre e faticose da scalare. Nessun conforto nella narrazione. 

Lo confesso in queste righe: ho provato vergogna e mi sono detta che non voglio essere una facile preda per l’incantesimo dell’angoscia e della supposizione.

Non posso sapere cosa accadrà dopo tutto questo, ma so che non è un ergastolo e voglio vincere la mia ombra.

Desidero sfogliare le pagine dove anch’io scriverò qualcosa, senza arrendermi.

Ringrazio la mia memoria per avermi inviato l’immagine di quei sei metri quadrati scarsi, dove qualcuno ha trovato la forza e non l’ha più lasciata.

Nelson Mandela Memorial a Firenze

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DISSIDI DI VERSI

  1. Laura Vannini

    Bellissimo pezzo….grazie, grazie di cuore. Laura

  2. Laura Vannini

    Bellissimo pezzo…grazie, grazie di cuore. Laura

  3. Stefano R

    Lo stile bello e inconfondibile di Claudia! Bel pezzo!

  4. Claudia Muscolino

    Ti ringrazio Ilaria: penso anch’io che, nel bene e nel male, se questo periodo servirà a renderci davvero capaci
    di ascoltare noi stessi, non sarà stato solo tempo sospeso, ma molto di più.
    Sarà una conquista degna di essere celebrata.

  5. Ilaria Stefanucci

    Claudia, grazie alla tua riflessione ho ripescato nel cassetto dei ricordi la storia di Alekos Panagulis, il grande e immenso amore di Oriana Fallaci, raccontata in uno dei libri più belli della letteratura italiana, a mio modesto parere: Un Uomo. Ripercorre la vita del rivoluzionario greco descrivendo minuziosamente il periodo della prigionia in una cella del tutto simile a quella di Mandela, che lui chiamava “la tomba”, e in cui visse a lungo sopravvivendo a umiliazioni e torture facendo forza sulle sue idee e appoggiandosi all’ironia, con cui si prendeva gioco dei suoi aguzzini.
    L’ironia…un’altra risorsa fondamentale nei momenti bui, sempre a io modesto parere.
    Queste due storie, quella di Mandela e quella di Panagulis, sono storie di eroi, ma noi non siamo eroi.
    Mi è venuta in mente in questi giorni la storia di una persona normale che conosco, che è stata costretta a vivere, per motivi non eroici, tre mesi in una piccola casa senza poter uscire, mentre fuori la vita proseguiva normale per tutti (e anche questo non è il nostro caso, per lui era molto peggio, non potendo fare leva sul “mal comune…”). Non vedeva mai nessuno, ma lo incontravo talvolta sul pianerottolo e in seguito mi raccontò di aver ridipinto casa e fatto tanta ginnastica in quel periodo…
    Strategie di cui tutti ci siamo dotati in questi giorni. Io faccio yoga, meditazione, cucino molto imparando a fare tante cose buone, studio, leggo, guardo la tv,mi occupo di questo blog, faccio strani aperitivi online in cui tengo un filo con amici da cui non mi voglio separare… Ognuno ha i suoi modi, ognuno attiva risorse per resistere alla pigrizia, alla noia, alla fame di amore.
    Per non cedere all’ “incantesimo dell’angoscia.”
    Ma noi non siamo privati della nostra libertà per sempre, come dici giustamente tu. Noi non siamo eroi…potrebbe dire qualcuno.
    Basterebbe allora ricordare che “Eroe, per i Greci, era chi sapeva ascoltarsi, scegliere se stesso nel mondo e accettare la prova chiesta a ogni essere umano: quella di non tradirsi mai.” (Andrea Marcolongo).
    Sarà come avremo affrontato questo periodo che ci proclamerà eroi o sopravvissuti.
    E in entrambi i casi avremo diritto a celebrare qualcosa.

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