Il posto di chi sogna un mondo comune

E SE IL 2020 MI AVESSE FATTO BENE?

L’arrivo del nuovo anno, più che in passato, è stato vissuto da tutti noi come un vero e proprio “bomba libera tutti!”, in parte perché come vuole la tradizione lo scoccare del 31 dicembre porta con sé un vento di rinnovamento. Ma in quest’ultimo periodo in particolare in cui ci siamo sentiti schiacciati dagli innumerevoli divieti volti a cercare di contenere la diffusione del virus, il desiderio di novità ed aria fresca è stato ancora più forte.

Anche i media hanno contribuito ad enfatizzare il momento di passaggio verso il nuovo anno visto come portatore di “salvezza” e rinascita, in netta contrapposizione quindi a quello terribile appena finito, iniziando a parlarci già a novembre dell’arrivo del vaccino in Italia previsto per il 27 di dicembre, un vero e proprio dono di Natale.

Non entrerò nel merito di ciò che penso del vaccino. Preferisco piuttosto concentrarmi su ciò che questi mesi di pandemia hanno significato per me come penso per molte persone.

Abbiamo cominciato a marzo a cambiare le nostre abitudini.

Da un momento all’altro sono scomparse libertà basiche come uscire di casa, abbracciarsi, incontrare gli amici o andare a passeggiare, cose che davamo per scontato e che mai ci saremmo immaginati potessero sparire improvvisamente e per giunta senza sapere fino a quando. 

Quindi abbiamo dovuto smettere di programmare la nostra vita e abbiamo iniziato a vivere alla giornata, perdendo la facoltà che più ci spinge ad andare avanti: la possibilità di progettare, di sognare ciò che faremo tra un mese, sei, o un anno. Abbiamo perso la certezza della mèta che è ciò che ci dà la spinta quotidiana ad andare avanti.

Ci siamo chiusi in casa per due mesi, molti senza poter lavorare, altri lavorando in smart-working, ma tutti alle prese con il reinventarsi una nuova vita, con molto più tempo da trascorrere tra le mura domestiche, in compagnia di se stessi, del partner, di un amico o della propria famiglia, alla ricerca di nuovi interessi per far passare il tempo.

E così ci siamo scoperti pizzaioli, pasticceri, scrittori, pittori, restauratori, falegnami e questa grande quantità di tempo disponibile ci ha permesso per la prima volta di poterci dedicare seriamente a passioni che pre-esistevano in noi in maniera più o meno latente.

Poi non appena hanno aperto leggermente i recinti, permettendoci di svolgere attività all’aperto vicino a casa, ci siamo scoperti tutti camminatori, runner, ciclisti, insomma sportivi dell’ultim’ora, con tutina aderente nera, fascia intorno alla testa per raccogliere il sudore e al braccio il contakilometri.

Nel frattempo ci hanno permesso di tornare a lavorare in ufficio, anche se con delle modalità completamente nuove: metà delle persone “costrette” a fare lo smart-working mai praticato fino a quel momento, l’altra metà in presenza in uffici semi-deserti, con scrivanie disposte in un ordine diverso, più distanziate le une dalle altre, in modo da rendere più difficile la diffusione del virus, ma inevitabilmente anche lo scambio di qualche parola con il vicino.

I team sono stati smembrati e rimescolati in turni diversi, in modo che il nuovo assetto garantisse la continuità del lavoro anche nel caso che qualcuno si fosse ammalato di covid.

Questa nuova organizzazione ci ha fatto conoscere colleghi con cui ci eravamo sempre limitati a scambiare un frettoloso “Buongiorno” e siamo rimasti sorpresi quando, al di là delle apparenze schive e impostate, abbiamo scoperto che erano invece simpatici.

Anche le consuetudini dell’ufficio sono state modificate, niente più pause caffè o pasticcini per festeggiare un collega che va in pensione, nulle le riunioni in presenza e qualsiasi momento di scambio. 

Mi è capitato di sentirmi sola per quanto silenzio ci fosse nella stanza e per quanto distanti fossero le scrivanie dei pochi colleghi presenti, inizialmente uno shock per me che ero abituata a lavorare in un ufficio variopinto e rumoroso prima dell’arrivo del virus, ma poi, col tempo, ho imparato ad apprezzarne i vantaggi.

Vedere ogni giorno al telegiornale le persone che morivano a causa del virus, sentire le descrizioni di chi quella terapia intensiva l’aveva sperimentata o ascoltare persone che avevano visto entrare un parente in ospedale, senza che ne uscisse vivo e senza potergli dare nemmeno il conforto di un ultimo saluto; il silenzio assordante delle strade dove per giorni non si sentiva passare una macchina e l’unico rumore era il suono delle ambulanze…tutto questo ha cambiato la mia consapevolezza.

Non so se è capitato anche a voi, ma io ho iniziato a guardare la mia vita da un’altra prospettiva. Ho cominciato a riflettere sul fatto che quello che sentivo raccontare al telegiornale mattina e sera, poteva accadere a me da un giorno all’altro, io o qualcuno della mia famiglia poteva finire ricoverato in ospedale, senza poter vedere nessuno per settimane. Una sofferenza nella sofferenza. 

E allora ho pensato che dare per scontato le persone a cui vuoi bene e rimandare a domani il tempo da trascorrere loro, o posticipare la ricerca della realizzazione di un sogno importante, è rischioso perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Il virus ci ha sicuramente cambiati, nel nostro modo di essere e nelle nostre abitudini, ma ciò ci ha permesso di riscoprire affetti e aspetti di noi di cui ci eravamo dimenticati.

Per chi è riuscito a superare le durissime prove psicologiche, di salute ed economiche, ed è stato capace di adattarsi all’enorme incertezza di questo momento storico, la pandemia ha rappresentato l’opportunità per raggiungere una nuova consapevolezza.

Per questo, credo per la prima volta, più che chiudere l’anno vecchio facendo bilanci degli obiettivi non raggiunti e pormene di nuovi per quello che verrà, mi limiterò a riflettere su ciò che la necessità delle circostanze mi hanno indotto a diventare.

Non mi aspetto che il nuovo anno porti la salvezza da un 2020 che è stato e resterà nei libri di storia “l’annus horribilis”, ma preferisco affacciarmi al 2021 con la speranza che la lezione impostaci dalla pandemia possa servire ad attivare un cambiamento radicale di direzione e di velocità a favore di un recupero di quei valori e quelle prospettive che abbiamo perso di vista, presi come siamo dalla nostra affannosa e assurda corsa quotidiana.

Per questo nuovo anno che bussa alle porte, la speranza è che valori come la solidarietà, la semplicità, la presenza nel momento, riscoperti per colpa o grazie al virus, rimangano anche quando il virus passerà. 

Il virus ha messo in evidenza il brutto per far risplendere il bello che c’è nella vita di ognuno di noi.


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TAVOLE ROCK

  1. simona ceccatelli

    bellissima riflessione !!! grazie Francesca :))

  2. Eugenia

    Cara Francesca C., per me -come per tanti-la pandemia è stata isolamento, paura, nostalgia della morbidezza del sorriso di un passante, del calore dell’abbraccio di un amico.
    Mi ha restituito in modo quasi “plastico”, quanto è limitato il numero di volte in cui potremo fare qualcosa di bello con i nostri affetti: guardare un tramonto insieme, andare al cinema col tuo migliore amico, ascoltare un concerto sotto le stelle o in un teatro.
    Quante altre volte mi sarà concesso tutto questo ?
    Un numero limitato.
    E quanta voracità per la vita mi ha dato questo senso rinnovato di percepire il reale.
    E poi sempre lei, la pandemia,
    ci ha svelato, noi stessi a noi, e gli “altri” a noi stessi. È stato triste percepire un rapporto sfilacciarsi..ma molto più bello veder fiorire un’amicizia.

  3. Laura

    Se davvero il virus ha messo in luce il bello che c’è in noi allora è stato un anno positivo perché così può aumentare la nostra consapevolezza di ciò che succede e di chi siamo. Ho scoperto nuove belle persone e cancellato tanti nomi dalla mia rubrica per concentrarmi su chi è cosa davvero mi può aiutare a crescere.

  4. Laura

    Personalmente per me è stato un anno che mi ha permesso,come dici tu, di scoprire persone che non conoscevo se non superficialmente e allo stesso tempo di cancellarne tante dalla mia rubrica. È stato un anno soprattutto positivo perché ha aumentato la consapevolezza di sapere ciò che sta accadendo, ciò che si è e che si vuole diventare. Le persone muoiono e questo è un dato di fatto. Si spera sempre che gli affetti vengano a mancare il più tardi possibile ma tutto quello che è successo ha permesso di non dare più per scontato questo è imparare ciò che come dici tu in fondo è davvero importante nella nostra vita: dagli affetti ai nostri talenti che seppelliamo per non metterci alla prova.
    Laura

  5. Cristina

    Grazie Francesca C. per queste riflessioni … purtroppo personalmente non ho potuto riscoprire nessun talento sopito ma anche perché sono fra quelli che hanno sempre lavorato…. condivido pienamente l’apprezzamento nei confronti del ‘cambio di marcia’ e mi auguro ne resti traccia nell’anno che viene! 🙂

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