Dietro di lei un luogo qualunque, pieno di alberi. Ma non era importante. Non lo era stato mai.
Eppure un giorno avevo conosciuto un botanico che mi aveva riempito la testa di parole latine, che non conoscevo, che poi mi aveva chiesto di indicargli la toilette. Erano parole di piante officinali e foglie e frutti.
Mentre andava lento verso il bagno, godeva della mia palese ignoranza sull’argomento, questo era chiaro. 
Mi chiedevo se avrei dovuto sapere tutte quelle parole, se lavorare lì dentro avrebbe mascherato la mia ignoranza, se l’avrebbe invece amplificata, se dovevo rincorrerlo e dirgli che sì una laurea ce l’avevo, che però non era in botanica, se avrei resistito a lungo in quel posto di lavoro.
Rimasta da sola mi girai verso di lei.
Era da sola anche lei, stranamente. E mi guardava.
Mi guardava fissa e mi sentivo importante…quando poi mi accorsi che forse non guardava me, che guardava oltre, mi trapassava, e mi sentii piena di imbarazzo per aver pensato che stesse fissando proprio me, per quell’illusione in cui cadevano tutti da millenni, e compresi il senso di sconfitta che prende alla gola quando credi che qualcuno che ammiri possa averti notato fra una folla di centinaia di persone. E invece non sa neanche che esisti.
Mi riaggiustai la divisa, perché era come se una raffica di vento me l’avesse sgualcita.
No davvero, i nomi latini delle piante sullo sfondo non mi interessavano.
Solo i suoi occhi mi interessavano, e quel sorriso dissacrante che mi aveva appiccicata al muro.
La più affascinante delle donne di Leonardo, la star dallo sguardo magnetico.
Sarei rimasta a lungo, solo per farmi trapassare ancora.