Il posto di chi sogna un mondo comune

Autore: Claudia Muscolino

TAVOLE ROCK

Il primo incontro risale a circa ventisette anni fa: per me era una leggenda. Il viaggio a Boston mi  diede la possibilità di varcare quelle porte che in Italia non esistevano ancora.  

Tutto mi fece sentire al centro del mondo e, al contempo, a casa. Le luci, i cimeli, i piatti, la facciata  con l’auto conficcata nel muro, simbolo di esaltante pazzia, decretò il mio amore che mi fece  rincorrere quell’atmosfera in vari angoli del mondo: Parigi, Londra, Berlino, Barcellona, Ama Bay,  Nizza, fino a perdere il conto, tenuto solo dalle t – shirt acquistate. 

Un momento indimenticabile fu l’inaugurazione del nuovo locale nella mia città Firenze, nel giugno  del 2011. Erano stati utilizzati i locali del cinema teatro Gambrinus, chiuso da anni, famoso anche  per le sue sale da biliardo (ricordate il film “Io, Chiara e lo Scuro“?). Chi si occupò della  ristrutturazione ha avuto l’indiscusso merito di salvare la precedente struttura e adattarla alle nuove  esigenze con stile. 

Mi manca sedermi a quei tavoli nella grande sala davanti al vecchio palcoscenico occupato da un  magnifico trono, con il alto la scritta Love all, serve all, mi manca la musica forte e l’indovinare  titoli e cantanti a occhi chiusi. Mi manca indugiare al bancone insieme a gente di tutto il mondo e  pensare di poter essere ovunque, senza spostarmi dal mio centro. 

Mi manca, prima di congedarmi, poter sostare qualche minuto sotto la chitarra di David Bowie  messa all’ingresso, per ricordare a tutti i viaggiatori che il rock può essere magico ed eterno. La  cucina anche.

IL RE E IO

Un giorno dell’anno 1949, il signor Donald Edwin King – nato David Pollock – uscì di casa per una breve passeggiata e non vi fece più ritorno.

Un evento che, in circostanze normali, sarebbe rimasto tra le pieghe del mondo, lasciò un segno così profondo nella sua famiglia che, spesso, mi sono domandata quanto sarebbe stata diversa la vita di milioni di persone – compresa la mia – se Donald, impiegato alla Electrolux, fosse tornato a casa dopo la sua camminata. Infatti, il figlio minore Stephen portò con se le stigmate di quell’abbandono e, insieme alla sofferenza, il dono della scrittura.

La prima volta che incontrai quest’ultimo, era l’anno1978. Mi feci regalare un romanzo che trovai semplicemente eccezionale: “Carrie”. Oltre a rimanere colpita dalla vicenda, mi impressionò la peculiarità della narrazione. Sembrava che un giornalista avesse ricostruito una vicenda – mai accaduta – attraverso articoli tratti da quotidiani, estratti da saggi sulla telecinesi, autobiografie dei partecipanti a un ballo studentesco,  dove un’adolescente bullizzata e pressata da una madre ossessionata dalla religione, si vendica in maniera atroce di chi le aveva reso la vita un inferno in terra. All’epoca non conoscevo bene la definizione di romanzo horror: non avevo ancora finito di leggere i racconti di Poe e mi sarei dedicata a Lovecraft solo un paio d’anni più tardi, ma l’incontro con Stephen King cambiò per sempre il mio modo di leggere e – sebbene non potessi ancora saperlo – di scrivere.

Al di là di quello che lui raccontava, intuivo che c’era, da qualche parte,  un magma di concetti, un qualcosa che mi sarebbe stato utile: per anni ho scritto poesia e non pensavo che un giorno mi sarei dedicata anche alla narrativa. Quello che per molto tempo ho visto come un nocciolo senza una forma precisa, scoprii essere la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”, come il Re spiega in quel fantastico libro intitolato “On writing”, un prezioso miscuglio di autobiografia e manuale sull’arte della scrittura. Cosa deve contenere la cassetta degli attrezzi dello scrittore? Lui me lo ha illustrato per primo. Innanzitutto, deve avere una grammatica e un vocabolario, la forma e lo stile, il ritmo – perché le parole devono averlo, come le note – e la magia della narrazione.

Quel testo mi ha insegnato anche a sfrondare tutto ciò che scrivo e a riconoscere con occhio clinico le parole inutili, sia mie che altrui.

Inoltre mi ha consegnato una regola aurea: “Quando scrivi, fallo a porta chiusa. Quando correggi, fallo a porta aperta”.

Quando ho cominciato, circa otto anni fa, a dedicarmi alla scrittura in prosa, ho preso spunto da qualche suggerimento del Re. Un esercizio che lui dava agli aspiranti scrittori era questo: prendete una storia di violenza sulle donne e invertire i ruoli dei protagonisti. Mi sembrò un consiglio degno di attenzione e così scrissi un racconto che presentai al corso di scrittura creativa che frequentavo all’epoca: la signora che teneva lezione, in qualità di editor, arricciò il naso quando spiegai da dove e da chi mi era arrivato lo spunto per scrivere quella storia. Non sapeva di prendere una cantonata colossale: ogni idea è buona – anche se la scrittura può non esserlo – e Stephen King non meritava certo il suo disprezzo snob.

Mi sono affezionata a moltissimi scrittori di ogni epoca e sesso, ma lui mi ha comunque regalato una serie di incantesimi e un’eredità che, a volte, mi trovo a riconoscere perfino nei testi poetici che scrivo.

In tutta onestà, non posso dire che il mio approccio alla scrittura sarebbe stato lo stesso senza aver incontrato i suoi personaggi – pur non avendoli amati tutti in egual misura – e senza aver conosciuto il suo stile, anche se qualche volta non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo.

Auguro lunga vita al Re. Non potrei mai riservargli il trattamento che Annie Wilkes dispensa a Paul Sheldon in “Misery”, anche se decidesse di non scrivere più una riga!

LA FATA E LA FANCIULLA

Avevo sempre capelli lunghi e
l’estate durava sei mesi.
Avevo una faretra piena di frecce e
occhi di miele e smeraldo.
Avevo cavigliere che cantavano e
ridevano mentre danzavo.
Avevo il grembo simile a un rifugio e
sicuro da ogni guerra.
Avevo nelle mani lucciole
grandi come lanterne

nella notte buia dell’Appennino.

SABRINA, CLAUDIA E FARINATA DEGLI UBERTI

In questo periodo di tregua forzata, ho ritrovato alcune relazioni scritte da studenti ai quali avevo fatto lezioni private per mantenermi agli studi universitari. I testi più belli li avevo conservati in una vecchia cartellina rossa: la mia personalissima capsula del tempo. Come spesso succede quando si cerca qualcosa e si finisce per trovarne un’altra, così è stato per questa vecchia cartellina.  Mi sono messa a sfogliare quei brevi testi, scritti a mano, su fogli che si sono leggermente ingialliti nel corso del tempo. In particolare sono stata colpita da un tema che aveva come argomento il Decimo Canto dell’Inferno, con un naturale focus sulla figura di Farinata degli Uberti, scritto da Sabrina.

Ho cominciato la lettura con entusiasmo per il desiderio di riaffacciare la mente su quell’opera tanto amata: in qualche modo, Sabrina mi ha spalancato le porte dell’armadio di Narnia –  che l’Alighieri mi perdoni – su quello che era stato il mio mondo per tanto tempo, il pianeta che avevo dovuto abbandonare con il corpo, ma non con la mente. Non del tutto, almeno.

Mentre leggevo con curiosità, mi sono tornate in mente le bellissime immagini del Dorè che abitavano con orgoglio le pagine della Divina Commedia che troneggiava nella biblioteca di casa: altro che le cantiche commentate dal Sapegno che dovevo portare al liceo! Ho rivisto Dante e la sua guida fermi davanti al sepolcro infuocato, il primo timoroso, l’altro sicuro e prudente al tempo stesso. 

Con emozione, ho letto le parole scritte della mia ex allieva, immaginando i due percorrere un sentiero tortuoso e nascosto, lungo le mura della città di Dite, verso quella necropoli desolata. I sepolcri aperti e – fatto stranissimo – nessun demone a fare da guardiano alle anime dannate. Dante stesso ne resta stupito e chiede informazioni a Virgilio che spiega che lì risiedono gli spiriti di coloro che, nel corso della loro vita terrena, hanno rifiutato di credere all’immortalità dell’anima. A questo punto, Sabrina introduceva nella sua relazione  uno di quei disperati, che riconosce l’accento del poeta e lo chiama.

“O toscano, che te ne vai per la città del fuoco parlando in modo
così dignitoso, abbi la compiacenza di trattenerti.
Il tuo accento indica che tu sei nato in quella nobile patria alla quale,
forse, io fui troppo fastidioso.”

Un’onda di ricordi mi ha assalito, in parte perché concittadina sia di Dante che di Farinata, in parte perché mi sono ritrovata tra i banchi di scuola del liceo Michelangelo, soprannominato “Miche” dagli studenti di un’altra epoca, e ho rivissuto la vicenda dolorosa della famiglia degli Uberti. 

Dante – precisava Sabrina – nonostante la curiosità manifestata al suo maestro, esita ad avvicinarsi a quella figura che si erge orgogliosa e fiera dalla tomba, ma viene spinto dal suo accompagnatore davanti a quell’anima e finiscono per riconoscersi avversari politici: un dialogo drammatico percorre i versi – interrotto solo dal breve intervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, piegato su se stesso , per poi riprendere.

Mi sono commossa nel ritrovare il sentimento più grande che traspare in quelle parole antiche: il rispetto reciproco per il nemico valoroso. 

Infine, la spiegazione sulla preveggenza dei dannati costretti a una vista ipermetrope sul futuro: l’immagine chiara di ciò che sta lontano e che consente a Farinata di predire a Dante l’esilio da Firenze, e l’opacità sul tempo che si avvicina che rende quelle anime incapaci di discernere il presente. 

Mi sono sorpresa a ritrovare una inaspettata attualità in quel che non rileggevo da anni e scoprirne il ricordo vissuto da me, riproposto nella scrittura agile della ragazza e, allo stesso tempo, la vivacità di Dante: tre piani temporali che si sono sovrapposti, come in un film di Nolan.

Non so quanto di ciò che ho sentito fosse davvero nelle intenzioni del grande poeta, ma sono certa che mai come in questo periodo il rispetto per chi viene ritenuto  parte avversa, oppure nemico, dovrebbe guidare noi tutti, dai politici fino a tutti i cittadini.

Dovremmo imparare a guardarci l’un l’altro, come fanno  nel decimo canto dell’Inferno, un guelfo e un ghibellino.

Foto di copertina: Illustrazione di Gustave Dorè

Chi è Movimento Sottile?

SEI METRI QUADRATI

Due anni fa, ho avuto modo di vedere l’opera che riproduceva la cella in cui Nelson Mandela aveva trascorso quasi diciotto anni  della sua esistenza.

Era una bella serata estiva, stavo andando a vedere un film di cui non ricordo il titolo  e, senza aspettarmelo, mi trovai davanti quella installazione in vetro. Uno spazio che definire angusto non è che un pietoso eufemismo: 2,59 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza. Due minuscole finestre e, come arredamento, un tappeto per giaciglio, un comodino, un secchio per le necessità fisiche. Al posto del vetro, immaginai la pietra delle pareti, il rumore dei passi delle guardie nel corridoio, l’odore acre della paura. 

Nella sezione B della prigione di Robben Island, Mandela  visse dal 13 giugno 1964 fino al 31 marzo 1982, quando fu trasferito prima nel penitenziario di Polismoor,  poi in quello di Victor Verster, dove rimase fino alla liberazione, avvenuta il giorno 11 febbraio 1990. 

Riflettei su quelle date mentre entravo al cinema. Il 13 giugno 1964 avevo tre mesi e quattro giorni, il 31 marzo 1982 frequentavo il quarto anno del liceo e – da lì a poco – avrei perso mio padre. In tutto quel tempo –  un tempo in cui ero cresciuta, avevo imparato a scrivere, avevo avuto una sorella, avevo avuto amici e le prime cotte, mi ero innamorata del rock e di David Bowie, avevo conosciuto il greco , il latino e le prime delusioni della vita – Nelson Mandela era rimasto in 5,98 metri quadrati di spazio.

Come era riuscito sopravvivere? Io mi sentivo soffocare solo al pensiero di essere costretta a non poter uscire di casa, figuriamoci vivere in una cella.

Eppure, lui sopravvisse: rinunciò perfino alla libertà condizionata perché avrebbe comportato la rinuncia alla possibilità di lotta armata contro il segregazionismo. 

Come aveva convissuto con la paura della prigionia a vita? Dopotutto la sua condanna era l’ergastolo. La fede in ciò che credeva riuscì a sostenerlo in quei giorni, in quei mesi, negli anni spesi all’interno di quei sei metri quadrati scarsi. 

Avevo girato intorno alla riproduzione di quel cubicolo: pochi secondi, una vita intera. 

Nelson aveva trovato l’energia lì dentro, un’energia che gli aveva permesso di far andare avanti la sua voce in tutto il mondo, l’energia che gli  aveva consentito di studiare perfettamente l’inglese, l’energia che – lui raccontò alla nipotina anni dopo – tutti gli esseri umani hanno dentro di loro. Una fiamma che non si estingue mai, a meno che non siano le donne e gli uomini a volerla spengere.

In queste ultime settimane, ho ripensato a quella sera dei primi di luglio del 2018. 

Ci ho pensato qui, tra le pareti di casa mia, dove non mi manca niente tranne la libertà: la libertà di uscire, andare al cinema, a teatro, a una mostra, a trovare i miei cari. La libertà di cenare con gli amici, di scherzare con loro, di abbracciarli e di lasciarli dicendo loro: “A presto!”.

La libertà di girare per le librerie e le biblioteche con un’idea precisa, oppure no: pronta a lasciarmi sorprendere e incantare da un nome, da un titolo.

La libertà di portare fiori al cimitero, la libertà di guidare senza meta.

La libertà di andare al bar per un caffè, un aperitivo, scambiare due parole con i negozianti che mi conoscono. 

Tutto questo mi è sembrato un allettante invito a lasciarmi andare alla pigrizia, all’autocommiserazione: perfino leggere e scrivere mi sono apparsi, per alcune giornate, come rocce aspre e faticose da scalare. Nessun conforto nella narrazione. 

Lo confesso in queste righe: ho provato vergogna e mi sono detta che non voglio essere una facile preda per l’incantesimo dell’angoscia e della supposizione.

Non posso sapere cosa accadrà dopo tutto questo, ma so che non è un ergastolo e voglio vincere la mia ombra.

Desidero sfogliare le pagine dove anch’io scriverò qualcosa, senza arrendermi.

Ringrazio la mia memoria per avermi inviato l’immagine di quei sei metri quadrati scarsi, dove qualcuno ha trovato la forza e non l’ha più lasciata.

Nelson Mandela Memorial a Firenze

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