Il posto di chi sogna un mondo comune

Categoria: Attualità

E SE IL 2020 MI AVESSE FATTO BENE?

L’arrivo del nuovo anno, più che in passato, è stato vissuto da tutti noi come un vero e proprio “bomba libera tutti!”, in parte perché come vuole la tradizione lo scoccare del 31 dicembre porta con sé un vento di rinnovamento. Ma in quest’ultimo periodo in particolare in cui ci siamo sentiti schiacciati dagli innumerevoli divieti volti a cercare di contenere la diffusione del virus, il desiderio di novità ed aria fresca è stato ancora più forte.

Anche i media hanno contribuito ad enfatizzare il momento di passaggio verso il nuovo anno visto come portatore di “salvezza” e rinascita, in netta contrapposizione quindi a quello terribile appena finito, iniziando a parlarci già a novembre dell’arrivo del vaccino in Italia previsto per il 27 di dicembre, un vero e proprio dono di Natale.

Non entrerò nel merito di ciò che penso del vaccino. Preferisco piuttosto concentrarmi su ciò che questi mesi di pandemia hanno significato per me come penso per molte persone.

Abbiamo cominciato a marzo a cambiare le nostre abitudini.

Da un momento all’altro sono scomparse libertà basiche come uscire di casa, abbracciarsi, incontrare gli amici o andare a passeggiare, cose che davamo per scontato e che mai ci saremmo immaginati potessero sparire improvvisamente e per giunta senza sapere fino a quando. 

Quindi abbiamo dovuto smettere di programmare la nostra vita e abbiamo iniziato a vivere alla giornata, perdendo la facoltà che più ci spinge ad andare avanti: la possibilità di progettare, di sognare ciò che faremo tra un mese, sei, o un anno. Abbiamo perso la certezza della mèta che è ciò che ci dà la spinta quotidiana ad andare avanti.

Ci siamo chiusi in casa per due mesi, molti senza poter lavorare, altri lavorando in smart-working, ma tutti alle prese con il reinventarsi una nuova vita, con molto più tempo da trascorrere tra le mura domestiche, in compagnia di se stessi, del partner, di un amico o della propria famiglia, alla ricerca di nuovi interessi per far passare il tempo.

E così ci siamo scoperti pizzaioli, pasticceri, scrittori, pittori, restauratori, falegnami e questa grande quantità di tempo disponibile ci ha permesso per la prima volta di poterci dedicare seriamente a passioni che pre-esistevano in noi in maniera più o meno latente.

Poi non appena hanno aperto leggermente i recinti, permettendoci di svolgere attività all’aperto vicino a casa, ci siamo scoperti tutti camminatori, runner, ciclisti, insomma sportivi dell’ultim’ora, con tutina aderente nera, fascia intorno alla testa per raccogliere il sudore e al braccio il contakilometri.

Nel frattempo ci hanno permesso di tornare a lavorare in ufficio, anche se con delle modalità completamente nuove: metà delle persone “costrette” a fare lo smart-working mai praticato fino a quel momento, l’altra metà in presenza in uffici semi-deserti, con scrivanie disposte in un ordine diverso, più distanziate le une dalle altre, in modo da rendere più difficile la diffusione del virus, ma inevitabilmente anche lo scambio di qualche parola con il vicino.

I team sono stati smembrati e rimescolati in turni diversi, in modo che il nuovo assetto garantisse la continuità del lavoro anche nel caso che qualcuno si fosse ammalato di covid.

Questa nuova organizzazione ci ha fatto conoscere colleghi con cui ci eravamo sempre limitati a scambiare un frettoloso “Buongiorno” e siamo rimasti sorpresi quando, al di là delle apparenze schive e impostate, abbiamo scoperto che erano invece simpatici.

Anche le consuetudini dell’ufficio sono state modificate, niente più pause caffè o pasticcini per festeggiare un collega che va in pensione, nulle le riunioni in presenza e qualsiasi momento di scambio. 

Mi è capitato di sentirmi sola per quanto silenzio ci fosse nella stanza e per quanto distanti fossero le scrivanie dei pochi colleghi presenti, inizialmente uno shock per me che ero abituata a lavorare in un ufficio variopinto e rumoroso prima dell’arrivo del virus, ma poi, col tempo, ho imparato ad apprezzarne i vantaggi.

Vedere ogni giorno al telegiornale le persone che morivano a causa del virus, sentire le descrizioni di chi quella terapia intensiva l’aveva sperimentata o ascoltare persone che avevano visto entrare un parente in ospedale, senza che ne uscisse vivo e senza potergli dare nemmeno il conforto di un ultimo saluto; il silenzio assordante delle strade dove per giorni non si sentiva passare una macchina e l’unico rumore era il suono delle ambulanze…tutto questo ha cambiato la mia consapevolezza.

Non so se è capitato anche a voi, ma io ho iniziato a guardare la mia vita da un’altra prospettiva. Ho cominciato a riflettere sul fatto che quello che sentivo raccontare al telegiornale mattina e sera, poteva accadere a me da un giorno all’altro, io o qualcuno della mia famiglia poteva finire ricoverato in ospedale, senza poter vedere nessuno per settimane. Una sofferenza nella sofferenza. 

E allora ho pensato che dare per scontato le persone a cui vuoi bene e rimandare a domani il tempo da trascorrere loro, o posticipare la ricerca della realizzazione di un sogno importante, è rischioso perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Il virus ci ha sicuramente cambiati, nel nostro modo di essere e nelle nostre abitudini, ma ciò ci ha permesso di riscoprire affetti e aspetti di noi di cui ci eravamo dimenticati.

Per chi è riuscito a superare le durissime prove psicologiche, di salute ed economiche, ed è stato capace di adattarsi all’enorme incertezza di questo momento storico, la pandemia ha rappresentato l’opportunità per raggiungere una nuova consapevolezza.

Per questo, credo per la prima volta, più che chiudere l’anno vecchio facendo bilanci degli obiettivi non raggiunti e pormene di nuovi per quello che verrà, mi limiterò a riflettere su ciò che la necessità delle circostanze mi hanno indotto a diventare.

Non mi aspetto che il nuovo anno porti la salvezza da un 2020 che è stato e resterà nei libri di storia “l’annus horribilis”, ma preferisco affacciarmi al 2021 con la speranza che la lezione impostaci dalla pandemia possa servire ad attivare un cambiamento radicale di direzione e di velocità a favore di un recupero di quei valori e quelle prospettive che abbiamo perso di vista, presi come siamo dalla nostra affannosa e assurda corsa quotidiana.

Per questo nuovo anno che bussa alle porte, la speranza è che valori come la solidarietà, la semplicità, la presenza nel momento, riscoperti per colpa o grazie al virus, rimangano anche quando il virus passerà. 

Il virus ha messo in evidenza il brutto per far risplendere il bello che c’è nella vita di ognuno di noi.


TIRA FUORI LA MASCHERINA E TI DIRO’ CHI SEI!

L’urgenza emotiva di scrivere sull’improvviso e imprevedibile disagio, creato nella popolazione umana dal Coronavirus, è arrivata il sabato precedente la Pasqua.
In coda al supermercato, la nostra via crucis commerciale, mi sono imbattuta in una scenetta di elevato interesse psichiatrico.
Due soggetti, forse di genere femminile, sono usciti dal negozio con una borsa dell’Ikea (quelle blu enormi dove si possono caricare anche le cucine smontate) piena di cibo. Non è stato tanto il quarto d’ora di litigi, dovuti all’impossibilità di sistemare la montagna di spesa su un monopattino, a catturare l’attenzione della platea in fila. L’incredulità è nata per l’abbigliamento improbabile di questi due involontari attori del teatro dell’assurdo: tuta intera aderente in tinta con il bavaglio per coprire bocca e naso, cuffia da doccia e, dulcis in fundo, mascherina acquatica per fare snorkeling.
E’ proprio vero che la strada è il più grande palcoscenico (spesso più circense che teatrale).  Ed è altrettanto vero, citando Luigi Pirandello, che ognuno di noi vive indossando perennemente una maschera.
Ma allora, se la maschera-mascherina tocca metterla davvero, non è che per assurdo potrebbe emergere la nostra vera personalità? In molti casi purtroppo è proprio così.

In questa rassegna psico-demenziale, va precisato, il genere sessuale che spicca è quello maschile. Sì, perché la donna ha sempre la possibilità di truccarsi, vestirsi, conciarsi e ‘abbaraccarsi’ secondo la propria fantasia, seguendo le proprie deviazioni mentali.
Gli uomini no: tra il completo ‘giacca e cravatta’ e la tenuta da bimbominkia le variabili sono poche.
Allora la mascherina può diventare un medium per evocare un istinto sepolto, risvegliare un demone sedato dalla quotidianità.

IL BANDITO. Lui non porta la mascherina per evitare il contagio del virus. No, lui indossa un fazzoletto a metà volto per non respirare la polvere del far west, come Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”. Il suo sguardo fermo, che taglia la fila dell’Esselunga, non calcola il momento di afferrare il carrello, ma quello di impugnare la pistola, per rapinare le casse e poi fuggire a cavallo della vespa. C’è chi risponde alla solitudine delle penne lisce con gli spaghetti western.

BATMAN. In quanti, dopo aver timbrato il cartellino dell’ufficio del catasto, avranno sognato di inguainarsi nella tuta di lattice di Batman e di indossare la maschera del giustiziere pipistrello. Di questi tempi con i pipistrelli c’è poco da scherzare…in ogni caso, nell’immaginario maschile, il supereroe mascherato rimane un grande classico da imitare. E così, dopo aver posizionato la mascherina chirurgica, il nostro medio-man in missione al mercato di Sant’Ambrogio si sente anche lui un po’ l’omo ragno, come Ceccherini in “Fuochi d’artificio’. A questo proposito…non fate troppo i ganzi e ricordatevi di gli scarponcini di plastica.

L’UOMO BRICOLAGE. Il ‘fai da te’ è una pratica bellissima, ma con risvolti ossessivi. Gli uomini con la mania di sventrare radioline e rimontarle come frullatori sono più diffusi di quanto si pensi. E sono pericolosissimi. Ovviamente non ci si può aspettare che uno di questi soggetti, passivamente, si metta una mascherina comprata in farmacia. No, l’uomo OBI costruisce da solo la mascherina ‘intelligente’, quella che, oltre a proteggere dal virus, blocca il polline e l’inquinamento, chiude le comunicazioni con la moglie molesta e lancia on air l’ultima partita di campionato. E così si vedono girare uomini con la bocca tappata da presine riciclate e impalcature di carta forno, con nasi incerottati da assorbenti e antenne ritte in perenne intermittenza con radio Maria. Oltre alla terapie intensive dovremmo ampliare anche i reparti di igiene mentale

IL SOMMOZZATORE. Qui bisogna aprire un capitolo a parte. La mascherina non veicola più le fantasie di sognatori irrealizzati o Peter pan invecchiati male. Qui la patologia è sconfinata e tutta concentrata nell’ipocondria. Chi ha paura di essere contagiato non trova mai pace. Ogni barriera risulta insufficiente, limitata. La mascherina è come un apostrofo rosa sulla parola VIRUS. Qui serve un’armatura, come minimo uno scafandro da sommozzatore. Non è difficile dunque incontrare personaggi incastrati in tute stagne, mimetiche idrorepellenti, cerate color zabaione, che girano con il casco o con un secchio di plastica trasparente in testa, tipo Armstrong sulla Luna e Fantozzi nella famigerata settimana bianca aziendale. Si consiglia di prenotare le vacanze in una camera iperbarica riadattata a cella di isolamento.

IL TERRORISTA. Questo è il genere più diffuso. In parecchi pensano, infatti, che per combattere il coronavirus ci si debba travestire come il Mullah Omar. Tutti intabarrati in uno sciarpone riadattato a turbante, i nostri lupi solitari credono così di sconfiggere il Covid-19. Forse hanno ragione, ma solo perché anche il virus potrebbe spaventarsi vedendoli. Il vero motore di questo travestimento da attentato di quartiere è in realtà la spinta del bullismo geriatrico (copio da una mia amica copywriter) insito nel DNA maschile. La tensione del contagio è capace di risvegliare il sangue caldo di chi ha attraversato gli anni di piombo abbigliato come i cugini di campagna. Questi soggetti vanno solo lasciati sfogare, almeno fino a quando non iniziano a lanciare gavettoni a caso, in preda ad un raptus da Br in coda alla Coop.

PITTI MASCHERA UOMO. La palma del più odioso soggetto mascherato ce l’ha lui: il modello strappato ingiustamente alle passerelle per sfilare tra il popolino davanti al supermarket. Lui non mantiene la distanza di due metri per evitare il contagio. No, lui ha sempre tenuto almeno tre metri di distacco verso i comuni mortali, come fanno i vip. Alto e slanciato, il nostro ‘figazzo casual’ indossa l’ultimo modello della mascherina FFP3 insieme a capi firmati della stagione primavera-estate 2020-2021. Anche l’outfit per andare a comprare il pane, in questo caso, merita un selfie da spammare sui social. Vabbè, in fondo che male c’è? Lasciamo che gli Influencer cavalchino l’influenza e i post virali la pandemia virulenta.

LA SCIENTIFICA. Di questi tempi l’overdose da CSI, Fox crime e Signora in giallo può dare alla testa. Così c’è chi confonde la tuta per evitare il contagio con il kit della polizia scientifica. Molte persone subiscono il fascino del detective. Chi poteva vantare, al massimo, un appeal da Miss Marple sente improvvisamente di poter diventare bello e impossibile come il visionario agente dell’FBI Fox Mulder di X-Files. Attenzione però a non imbustarvi troppo nel cellophane, potrebbero scritturarvi per la parodia dei ghostbusters.

A ZOROOOOOOO! Segni particolari: coatto, tatuato, petto villoso fieramente esposto, jeans neri che segnano il pacco, chiodo di pelle disumana, capello lungo con pelata, camperos pitonati. Uno così il coronavirus lo agguanta e lo stritola con il mignolo. Uno così è dispensato dal portare la mascherina. L’unica maschera che può indossare, al massimo, è quella di Zorro.

FURIO DI MAGDA. Poi ci sono loro, i logorroici ossessivi che fanno mettere le mascherine alla moglie e ai figli anche a casa. “Magda, ma l’hai lavata la mascherina? Sì, ma quando l’hai lavata? L’hai disinfettata con l’amuchina o con la candeggina? E i guanti? Li hai tolti seguendo la procedura prevista dall’Istituto superiore di sanità? Eh no, se non fai così è tutto inutile, ci riempiamo di bacilli”. Questi soggetti, più che protetti con la mascherina, vanno imbavagliati, ma per proteggere i familiari da una crisi isterica.

IL PIGIAMATO. Infine c’è lui, quello che da un mese esce spettinato in pigiama, pensando: “Tanto ho la mascherina, chi mi riconosce?”. Ricordiamo, dunque, che la mascherina non vi esenta dal lavarvi, cambiarvi mutande con una periodicità accettabile, togliervi la canotta della salute con la patacca di tre settimane. Essere se stessi va bene, ma ogni tanto è sano anche castrare un po’ i bassi istinti e ricordarsi che siamo tutti creature (non bestiole) di madre natura e condomini di questa piccola-grande palla matta chiamata mondo.

I COLORI DEL CORONAVIRUS

Ore 8.00 del mattino.
Alla guida della mia auto vado al supermercato per la spesa settimanale, nella speranza di arrivare abbastanza presto da evitare le interminabili code di questi giorni.
Giunto al parcheggio noto che è ancora chiuso anche se un piccolo capannello di persone è già appostato. Poco male, dovrei cavarmela con una attesa di pochi minuti.
Un cinguettio familiare fuoriesce dalla mia tasca, segno che qualcuno mi sta pensando.
Apro whatsapp e vedo che una mia cara amica di Roma mi ha inviato la foto del suo bambino: indossa occhiali da sole, un sorriso enorme e una maglietta a righe orizzontali dai colori più svariati.
In quel momento faccio una associazione mentale che di questi tempi è quasi inevitabile: vedendo il rosso non penso al sugo di mia madre o al vestito della mia compagna, ma alla zona “rossa” in cui vivo.

E così mi rendo conto che questo coronavirus non ci ha privato solo della libertà di uscire, ma anche della leggerezza mentale.
Ci ha trascinato in un turbinio di pensieri che (volente o nolente) ci riconduce sempre al Covid-19.
Ripenso a quando è stata istituita la zona rossa in tutta la Lombardia prima e al resto di Italia poi, all’esodo di massa nella stazione di Milano, alla vera presa di coscienza che l’irreale si stava materializzando sotto i nostri occhi.

In questo clima da “Apocalisse Z” di Manel Loureiro ci siamo visti costretti a rimodulare le nostre giornate; abbiamo spazzato via la nostra confortante routine e ci siamo ingegnati su come far trascorrere il tempo tra le quattro mura di casa.
Ci siamo così riscoperti pasticceri, cantanti, maniaci del pulito, sportivi, applauditori, virologi, corridori, musicisti, cuochi, urlatori.
E naturalmente nemmeno io mi sono voluto esimere da tutto questo, perchè è nei momenti di difficoltà che si cerca di essere uniti, scoprendo così quanto sia difficile sentirsi aggregati proprio adesso che l’aggregazione è vietata.

Sono tra i fortunati che possono lavorare da casa (smart working se si vuole essere fighi). Ma se prima la mia vita era troppo sedentaria, adesso che non ho nemmeno più la scusa di camminare dal parcheggio della mia auto all’ufficio si può tranquillamente affermare che un ulivo secolare pratica molto più movimento di me.
Se voglio evitare di dover rifare il guardaroba o di diventare il prossimo protagonista di “vite al limite”, è meglio che mi dia da fare. Quindi dopo il lavoro mi dedico a un po’ di sport a casa: jumping jack, squat, plank. Parole inglesi che tradotte significano rispettivamente fatica, sudore e chimelohafattofarenonvedoloradidivorarmiunategliadipastaalforno.

In ogni video dell’esercizio compaiono sempre quegli odiosi colori di intensità: verde indica bassa intensità, il blu è media e il rosso è alta.
Ma il mio colore preferito resta il grigio, che rappresenta il mio divano.
E dopo il dovere arriva sempre (o quasi) il piacere: mi dedico alla cucina ed in particolare ai dolci (non foss’altro perché il lievito di birra è merce destinata a pochi eletti).
E qui mi lascio avvolgere dal colore bianco dello zucchero, dal giallo delle uova e dal nero della torta tenuta un po’ troppo tempo nel forno (eppure ho seguito le indicazioni della ricetta alla lettera). 

Arriva finalmente la sera e con essa l’immancabile serie tv: ho solo l’imbarazzo della scelta tra il rosso di netflix, il blu di amazon video ed il viola di Infinity. Ormai ho più serie da seguire, quindi a rotazione riesco ad accontentare tutte le persone che vivono nel mio cervello. 

La notte è il momento in cui i pensieri convergono tutti insieme creando assembramento, anche se sarebbe vietato. Non ci sono più distrazioni, non esistono espedienti che possano alleggerire la mente e lasciarla divagare con i futili tentativi di fuggire dalla realtà.
Ed è allora che sento il nero pulsante della notte che ha la forma di un convoglio di camion militari che trasportano i caduti (si, ma sono quasi tutti vecchi…come se questa possa essere una attenuante…come se l’età di chi non ce l’ha fatta possa rendere più accettabile la morte).

Come Darrell Standing de “Il vagabondo delle stelle” di Jack London, mi sento librare nell’aria sorvolando una città spettrale illuminata dalla luce gialla intermittente dei semafori, dal blu di una sirena che sfreccia per le vie, dal bianco vivo del camice di una infermiera stremata sulla scrivania alla fine del turno.
Ben presto l’euforia dei primi flashmob ha lasciato il passo alla arida consapevolezza che tutto questo non è solo un servizio al telegiornale, è nelle strade là fuori, è proprio sotto quel cielo blu e quelle verdi montagne che vedo dalla finestra; è nella casa del vicino, nei segni delle maschere sui volti degli infermieri, è negli occhi di chi ha perduto qualcuno o qualcosa. E’ nel grigio delle strade deserte mentre vado a fare la spesa, è nel bianco delle mascherine che non permettono di scambiarci nemmeno un sorriso di conforto.

Poi in uno stanco pomeriggio domenicale, avvolto nel silenzio di casa in compagnia di un libro di Grisham, sento delle grida senza capire bene chi sia e cosa stia dicendo.
Mi alzo goffamente dal divano ed esco sul balcone. Le urla sono di un ragazzino che abita un paio di piani sotto il mio; senza alcun motivo e senza che nessuno lo accompagni, dal balcone sta gridando a tutta Bergamo “ce la faremo!”.
“Banale” penserà qualcuno, “si ok ma adesso basta” diranno altri.
Ma non posso smettere di pensare che pur essendo passato quasi un mese da quando è stata istituita la zona rossa, pur non essendoci più nessuno che fa flash mob, che canta o grida dai balconi, questo ragazzo continua imperterrito a urlare.

Forse non servirà a nulla, è vero, ma è l’emblema di un attaccamento alla vita che rischiamo di smarrire, di un’era in cui l’unico dilemma è quale serie tv vedere oggi, un’era in cui si esulta perchè sono morte meno di 700 persone in un giorno, è l’estremo desiderio che tutto torni come prima: quando il rosso era il sugo di mia madre, il blu il colore del cielo e nessuna mascherina bianca nascondeva i nostri sorrisi.

SABRINA, CLAUDIA E FARINATA DEGLI UBERTI

In questo periodo di tregua forzata, ho ritrovato alcune relazioni scritte da studenti ai quali avevo fatto lezioni private per mantenermi agli studi universitari. I testi più belli li avevo conservati in una vecchia cartellina rossa: la mia personalissima capsula del tempo. Come spesso succede quando si cerca qualcosa e si finisce per trovarne un’altra, così è stato per questa vecchia cartellina.  Mi sono messa a sfogliare quei brevi testi, scritti a mano, su fogli che si sono leggermente ingialliti nel corso del tempo. In particolare sono stata colpita da un tema che aveva come argomento il Decimo Canto dell’Inferno, con un naturale focus sulla figura di Farinata degli Uberti, scritto da Sabrina.

Ho cominciato la lettura con entusiasmo per il desiderio di riaffacciare la mente su quell’opera tanto amata: in qualche modo, Sabrina mi ha spalancato le porte dell’armadio di Narnia –  che l’Alighieri mi perdoni – su quello che era stato il mio mondo per tanto tempo, il pianeta che avevo dovuto abbandonare con il corpo, ma non con la mente. Non del tutto, almeno.

Mentre leggevo con curiosità, mi sono tornate in mente le bellissime immagini del Dorè che abitavano con orgoglio le pagine della Divina Commedia che troneggiava nella biblioteca di casa: altro che le cantiche commentate dal Sapegno che dovevo portare al liceo! Ho rivisto Dante e la sua guida fermi davanti al sepolcro infuocato, il primo timoroso, l’altro sicuro e prudente al tempo stesso. 

Con emozione, ho letto le parole scritte della mia ex allieva, immaginando i due percorrere un sentiero tortuoso e nascosto, lungo le mura della città di Dite, verso quella necropoli desolata. I sepolcri aperti e – fatto stranissimo – nessun demone a fare da guardiano alle anime dannate. Dante stesso ne resta stupito e chiede informazioni a Virgilio che spiega che lì risiedono gli spiriti di coloro che, nel corso della loro vita terrena, hanno rifiutato di credere all’immortalità dell’anima. A questo punto, Sabrina introduceva nella sua relazione  uno di quei disperati, che riconosce l’accento del poeta e lo chiama.

“O toscano, che te ne vai per la città del fuoco parlando in modo
così dignitoso, abbi la compiacenza di trattenerti.
Il tuo accento indica che tu sei nato in quella nobile patria alla quale,
forse, io fui troppo fastidioso.”

Un’onda di ricordi mi ha assalito, in parte perché concittadina sia di Dante che di Farinata, in parte perché mi sono ritrovata tra i banchi di scuola del liceo Michelangelo, soprannominato “Miche” dagli studenti di un’altra epoca, e ho rivissuto la vicenda dolorosa della famiglia degli Uberti. 

Dante – precisava Sabrina – nonostante la curiosità manifestata al suo maestro, esita ad avvicinarsi a quella figura che si erge orgogliosa e fiera dalla tomba, ma viene spinto dal suo accompagnatore davanti a quell’anima e finiscono per riconoscersi avversari politici: un dialogo drammatico percorre i versi – interrotto solo dal breve intervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, piegato su se stesso , per poi riprendere.

Mi sono commossa nel ritrovare il sentimento più grande che traspare in quelle parole antiche: il rispetto reciproco per il nemico valoroso. 

Infine, la spiegazione sulla preveggenza dei dannati costretti a una vista ipermetrope sul futuro: l’immagine chiara di ciò che sta lontano e che consente a Farinata di predire a Dante l’esilio da Firenze, e l’opacità sul tempo che si avvicina che rende quelle anime incapaci di discernere il presente. 

Mi sono sorpresa a ritrovare una inaspettata attualità in quel che non rileggevo da anni e scoprirne il ricordo vissuto da me, riproposto nella scrittura agile della ragazza e, allo stesso tempo, la vivacità di Dante: tre piani temporali che si sono sovrapposti, come in un film di Nolan.

Non so quanto di ciò che ho sentito fosse davvero nelle intenzioni del grande poeta, ma sono certa che mai come in questo periodo il rispetto per chi viene ritenuto  parte avversa, oppure nemico, dovrebbe guidare noi tutti, dai politici fino a tutti i cittadini.

Dovremmo imparare a guardarci l’un l’altro, come fanno  nel decimo canto dell’Inferno, un guelfo e un ghibellino.

Foto di copertina: Illustrazione di Gustave Dorè

Chi è Movimento Sottile?

L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI

Questo tempo è un cammino.
La frase non è mia, ma di Laura.
E dove ho conosciuto Laura?
Sul cammino di Santiago.

Lei é stato il regalo che il cammino ha scelto per me e questi suoi messaggi il suo regalo in questi giorni.

La cito: “A volte paragono questo periodo al cammino e guardo se ci sono uguaglianze: in qualche modo tutto ciò che ti fa fermare è un cammino, anche se sembra un controsenso.”

Ma partiamo dall’inizio.

Come nel cammino,in questo periodo l’unica cosa che puoi fare durante il giorno è camminare (da casa all’ufficio e ritorno, nel mio caso; intorno a casa, per molti altri).
E, come nel cammino, non ci sono cinema, teatro, palestra, aperitivi o cene con gli amici al ristorante.

Come nel cammino, dove si parlano lingue diverse e quindi le labbra, la bocca, non contano, ma ci si augura “Buen Camino” qualsiasi idioma si parli, sorridendo con gli occhi e si va avanti, qui gli sguardi si incrociano in silenzio al di sopra delle mascherine e si va avanti (e sì, ci starebbe quasi bene di augurarsi buon cammino).

Come nel cammino si sta in coda, in attesa, per il cibo: nient’altro conta, nient’altro c’è da comprare, perché nel cammino nient’altro ci possiamo portare sulle spalle che non sia essenziale e, oggi, nelle nostre città, nient’altro possiamo acquistare.
In entrambi i casi, è impensabile entrare in un negozio per vedere e comprare vestiti, scarpe, borse, una nuova tazza per fare colazione o qualunque altra cosa vi venga in mente.
E stupisce, nel cammino come oggi, che questa idea esca dalle nostre abitudini in poco tempo, in pochi giorni, rivelando in fondo – almeno per quanto mi riguarda – tutto il suo sapore consolatorio e come spesso lo scopo del “comprare cose”, per lo più futili, sia distrarmi dalla mia stessa vita, riempiendo i vuoti.
Oggi come nel cammino scopro che posso benissimo vivere senza e restare intera, restare in piedi.

Come nel cammino si attraversano luoghi, strade, piazze, ma solo di passaggio: lì la vita è tutta nello zaino, adesso è solo nella casa o nella stanza in cui si vive.
Le strade sono solo un passaggio da un luogo a un altro, dove non si sosta a lungo, si passa e si va avanti, verso un’altra, prossima e – penso – più urgente, e significativa, mèta.
Fermarsi non è un’opzione, ma è proprio così che scopro che la meraviglia e il privilegio sono nel viaggio, nell’ andare.

Come nel cammino spuntano ceste, in cui “Se puoi metti, se hai bisogno prendi”. Se ne incontrano, di queste ceste, sulla strada per Santiago, dappertutto (perfino negli ostelli privati che sembrano alberghi) e sono, per me, uno dei ricordi più belli.

Infine, quando arrivi a Santiago, che il tuo cammino sia stato mistico, spirituale o niente di tutto ciò, piangi e ridi allo stesso tempo: piangi perché è finito e ridi perché è finito.
Alla fine del cammino, anche se all’inizio non lo capivi e nemmeno lo credevi possibile, sei diverso.
Più avanti ti stupisci scoprendo che anche se passano i mesi finisci per ripensarci spesso, come a un periodo che ha segnato un prima e un dopo nella tua vita.

Qui non sappiamo cosa ci accadrà, perché ancora non è finita, ma a me e a tutti coloro che possono farlo perché sono lontani da vere e proprie tragedie, auguro semplicemente “Buen Camino”.

AUTISMO IN QUARANTENA

Sempre più spesso sento nominare questa parola “autismo” quando si parla di mio figlio o di bambini con difficoltà simili alle sue, ma a differenza di qualche anno fa, quando dire di qualcuno: “E’ autistico!” evocava immagini terribili e scatenava in chi lo diceva il terrore e il desiderio di scappare, senza sapere bene da chi e da cosa, oggi io , come altre mamme nella mia stessa situazione, sentiamo parlare di autismo con un po’ più di consapevolezza, perché più o meno tutti sanno che l’autismo, in estrema sintesi, è caratterizzato da enormi difficoltà nelle relazioni, da un lato, e da un grosso ritardo nell’apprendimento, dall’altro.

Però in questa giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, avverto la necessità di provare a descrivere cosa significa per questi bambini il momento che stiamo vivendo.

Tutti noi ci sentiamo smarriti, persi e ci manca la nostra vecchia vita: ci mancano le persone, gli abbracci, le abitudini, sia quelle buone, come uscire con gli amici o andare al cinema, che quelle meno divertenti, come andare a lavoro.

Ci manca l’aria, costretti come siamo a trascorrere le giornate in casa, con una primavera poi che brilla di una luce avvolgente e calda e rende ancora più difficile restare rintanati in casa.

Ecco, se questa assenza di libertà è pesante per gli adulti e i bambini “normodotati”, per i bambini autistici è un vero incubo.

Perché se è vero, come dicono gli esperti di autismo, che la routine, intesa come la ripetizione delle stesse attività, sono fondamentali per rassicurare questi bambini, che hanno una percezione diversa della realtà che li circonda; se è vero che è di fondamentale importanza per loro andare la mattina a  scuola dove possono attingere ad una socialità di cui sono spontaneamente privi, oppure frequentare il pomeriggio le varie attività di sostegno allo sviluppo di quelle risorse di cui la natura non li ha dotati; potete immaginare quale sconvolgimento gli ha provocato la bomba del 6 Marzo che, da un giorno all’altro, li ha privati di tutto questo, confinandoli in casa e senza che avessero i mezzi per capire cosa stesse accadendo. 

Ecco che all’improvviso è scomparsa la scuola, i compagni, la piscina, il cavallo, sono scomparse una serie di persone (le maestre e gli specialisti) che rappresentavano un fondamentale punto di riferimento.

Della vita passata c’è rimasta solo la casa e i genitori che da un giorno all’altro si sono ritrovati a ricoprire il ruolo di insegnante, psicologo, logopedista, psicomotricista, oltre ovviamente a quello di genitori, e provano in qualche modo a spiegare al figlio, che si arrabbia perché non capisce dove siano scomparsi tutti, perché, dopo aver tanto insistito, in un tempo ormai lontano, per portarlo fuori, adesso non si fa altro che ripetergli: “Bisogna stare a casa!”

Ecco in questi giorni che sono difficili per tutti, vorrei dedicare un pensiero a questi bambini e ai genitori che si impegnano per rendere meno pesanti queste giornate ai loro figli, cercando di tenerli occupati e sereni, anche quando li assale lo sconforto per la paura del “cosa succederà”, anche quando avrebbero voglia di cedere, schiacciati dal peso di questa a-normalità, e invece tengono duro perché non se lo possono permettere.

E un domani, quando tutto questo sarà passato, mi piacerebbe che nel nuovo mondo (che sarà migliore perché sono sicura che alla fine questa clausura forzata che ci costringe a guardarci dentro, ci renderà migliori), tutti avessero una maggior sensibilità per chi soffre, per chi vive ogni giorno situazioni complicate e va avanti senza lamentarsi.

Sarebbe bello che in questo nuovo mondo tutti, ma proprio tutti, avessimo imparato a sviluppare un po’ di empatia verso il prossimo e riuscissimo qualche volta a metterci i nei panni degli altri.

E magari passando vicino a quella mamma che sta cercando di tranquillizzare il figlio strano che urla, invece di fermarsi ad osservarli come fossero marziani, le chiedesse: “Signora va tutto bene? Ha bisogno di una mano?”

Vi lascio con una breve similitudine che può aiutare a capire cosa significa soffrire del disturbo di autismo, ma soprattutto suggerisce un buon modo per relazionarsi con chi soffre di questo disagio.

“Le persone autistiche sono come delle damigiane: dentro ci sta la stessa quantità di liquido che negli altri contenitori, a parità di volume, solo che devi mettercelo goccia a goccia, mica puoi rovesciarcelo velocemente, se no non ci passa, dal collo stretto. Praticamente sono un salvadanaio: ci metti una monetina alla volta, e ti accorgi solo dopo, che è pieno.Il problema è che le persone hanno poca pazienza: vogliono il pieno, e lo vogliono subito.
Beh, dovete avere pazienza: il pieno subito non lo potete avere. Goccia a goccia, monetina dopo monetina. Peraltro, in quarantena, che fretta avete?
Mettetecela tutti i giorni, la goccia, nella damigiana.
Mettetecela tutti i giorni, la monetina nel salvadanaio.
Non solo il 2 Aprile.” (S. Stabilini)

SEI METRI QUADRATI

Due anni fa, ho avuto modo di vedere l’opera che riproduceva la cella in cui Nelson Mandela aveva trascorso quasi diciotto anni  della sua esistenza.

Era una bella serata estiva, stavo andando a vedere un film di cui non ricordo il titolo  e, senza aspettarmelo, mi trovai davanti quella installazione in vetro. Uno spazio che definire angusto non è che un pietoso eufemismo: 2,59 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza. Due minuscole finestre e, come arredamento, un tappeto per giaciglio, un comodino, un secchio per le necessità fisiche. Al posto del vetro, immaginai la pietra delle pareti, il rumore dei passi delle guardie nel corridoio, l’odore acre della paura. 

Nella sezione B della prigione di Robben Island, Mandela  visse dal 13 giugno 1964 fino al 31 marzo 1982, quando fu trasferito prima nel penitenziario di Polismoor,  poi in quello di Victor Verster, dove rimase fino alla liberazione, avvenuta il giorno 11 febbraio 1990. 

Riflettei su quelle date mentre entravo al cinema. Il 13 giugno 1964 avevo tre mesi e quattro giorni, il 31 marzo 1982 frequentavo il quarto anno del liceo e – da lì a poco – avrei perso mio padre. In tutto quel tempo –  un tempo in cui ero cresciuta, avevo imparato a scrivere, avevo avuto una sorella, avevo avuto amici e le prime cotte, mi ero innamorata del rock e di David Bowie, avevo conosciuto il greco , il latino e le prime delusioni della vita – Nelson Mandela era rimasto in 5,98 metri quadrati di spazio.

Come era riuscito sopravvivere? Io mi sentivo soffocare solo al pensiero di essere costretta a non poter uscire di casa, figuriamoci vivere in una cella.

Eppure, lui sopravvisse: rinunciò perfino alla libertà condizionata perché avrebbe comportato la rinuncia alla possibilità di lotta armata contro il segregazionismo. 

Come aveva convissuto con la paura della prigionia a vita? Dopotutto la sua condanna era l’ergastolo. La fede in ciò che credeva riuscì a sostenerlo in quei giorni, in quei mesi, negli anni spesi all’interno di quei sei metri quadrati scarsi. 

Avevo girato intorno alla riproduzione di quel cubicolo: pochi secondi, una vita intera. 

Nelson aveva trovato l’energia lì dentro, un’energia che gli aveva permesso di far andare avanti la sua voce in tutto il mondo, l’energia che gli  aveva consentito di studiare perfettamente l’inglese, l’energia che – lui raccontò alla nipotina anni dopo – tutti gli esseri umani hanno dentro di loro. Una fiamma che non si estingue mai, a meno che non siano le donne e gli uomini a volerla spengere.

In queste ultime settimane, ho ripensato a quella sera dei primi di luglio del 2018. 

Ci ho pensato qui, tra le pareti di casa mia, dove non mi manca niente tranne la libertà: la libertà di uscire, andare al cinema, a teatro, a una mostra, a trovare i miei cari. La libertà di cenare con gli amici, di scherzare con loro, di abbracciarli e di lasciarli dicendo loro: “A presto!”.

La libertà di girare per le librerie e le biblioteche con un’idea precisa, oppure no: pronta a lasciarmi sorprendere e incantare da un nome, da un titolo.

La libertà di portare fiori al cimitero, la libertà di guidare senza meta.

La libertà di andare al bar per un caffè, un aperitivo, scambiare due parole con i negozianti che mi conoscono. 

Tutto questo mi è sembrato un allettante invito a lasciarmi andare alla pigrizia, all’autocommiserazione: perfino leggere e scrivere mi sono apparsi, per alcune giornate, come rocce aspre e faticose da scalare. Nessun conforto nella narrazione. 

Lo confesso in queste righe: ho provato vergogna e mi sono detta che non voglio essere una facile preda per l’incantesimo dell’angoscia e della supposizione.

Non posso sapere cosa accadrà dopo tutto questo, ma so che non è un ergastolo e voglio vincere la mia ombra.

Desidero sfogliare le pagine dove anch’io scriverò qualcosa, senza arrendermi.

Ringrazio la mia memoria per avermi inviato l’immagine di quei sei metri quadrati scarsi, dove qualcuno ha trovato la forza e non l’ha più lasciata.

Nelson Mandela Memorial a Firenze

covid-19

MUCHO ANIMO, JUNTOS SALDREMOS DE ESTA!

In questi giorni un po’ così e covìd capita di alzarsi dal letto con un’espressione alquanto indolente, quasi alla Sean Penn di “This Must the Place” e di recarsi in cucina con indosso mutande e vestaglia, emulando il grande Lebowski dei fratelli Coen e fischiettando, senza tanto farlo apposta, “Don’t fear the reaper” dei  Blue Oyster Cult. Un pezzo del 1976, tornato prepotentemente di moda nelle mie personalissime e astrusissime classifiche rock’n’roll. Sì, perché in giorni come questi, un po’ così e covìd per l’appunto, in cui perfino gli incubi notturnisono più attraenti dell’ inquietante veglia, l’unica maniera per uscirne fuori (non di testa e soprattutto non da casa, sia chiaro!) è quella di aggrapparsi a qualcosa di bello come alle gambe della tua donna, alla copertina del libro che non hai ancora letto, o al disco in vinile che, per fortuna o per sfortuna,  non hai avuto ancora il tempo di ascoltare. Puoi perfino decidere di aggrapparti alle calzamaglia di qualche vecchio eroe mascherato, attraverso dei video nostalgici pubblicati su youtube. Puoi davvero aggrapparti a tutto questo, fino a quando, a proposito di eroi, il tuo sguardo non cade sulla statuetta di Don Chisciotte della Mancia, ricordo non troppo lontano di un intenso fine settimana passato a Madrid. Ed è allora che decidi che l’eroe del giorno non può che essere  l’amico di sempre, tutto “made in Spain” ovvero Pepe Ennande Garsia , meglio conosciuto come Pepito da Cadice, l’alcalde di Piazza Santo Spirito, che dopo tanti anni di Firenze ha dovuto far ritorno in terra iberica, per ragioni strettamente sentimentali. È proprio lui che decidi di contattare, per tenere a bada, almeno per una sufficiente porzione di tempo, il dramma reale che sta mettendo a dura prova l’intero genere umano. Lo fai attraverso whatsapp, benedicendo in silenzio Jan Koum e Brian Acton, fondatori per l’appunto, della popolare applicazione informatica di messaggistica. Sì perché in questo particolare momento storico, inutile sottolinearlo, le preghiere non sono solo per i Santi così come i “vaffanculo” non sono solo rivolti ai soliti esponenti politici.

Ciao Pepito!

Ciao Stefano, amico mio!

Diciamo subito che il periodo che stiamo vivendo è altamente surreale. L’Italia e la Spagna così come il resto del mondo,  si trovano a fare i conti contro un nemico davvero terribile.

In Spagna , abbiamo qualche giorno di ritardo rispetto a voi. E non si è ancora capito chi sono i veri amici e alleati in tutta questa drammatica situazione.

Sembra una risposta, in puro stile “Pepito”,senza tanti fronzoli, e che suona quasi come una provocazione.

Non è una provocazione. È una realtà scritta a caratteri cubitali.

Ti riferisci forse al fatto che l’Unione Europea, in tempo di Covid-19, non sta facendo l’Unione Europea?

Mi riferisco al fatto che questa Organizzazione, di cui tutti o quasi, vantano l’appartenenza, risulta essere assente, e per nulla funzionale, per non parlare di altre Organizzazioni , con sigle e acronimi ancora più altisonanti.

Continuano le provocazioni.

Altrimenti non mi chiamerei Pepito. (ride).

Sono provocazioni, le tue, figlie probabilmente di alcune dichiarazioni, a lama di coltello, fatte da figure importanti nello scenario politico- economico internazionale.

Tipo?

L’italiano medio, per esempio, non ha accolto molto bene il “Noi non riduciamo lo spread”da parte di Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea.

Le mie provocazioni sono dettate, più che altro, dalla mancanza di  fatti concreti e non solo dalle infelici dichiarazioni di qualche esponente politico ed economico. Certo è che un’affermazione del genere, la señora Lagarde, se la poteva proprio risparmiare. In Spagna, nel frattempo,  stiamo ancora cercando di valutare l’operato di Pedro Sánchez, nostro attuale Presidente del Governo. Per la serie: vogliamo fatti, e non solo parole! Tuttavia, sai cosa spero?

Cosa?

Che alla fine di tutto questo non si smarrisca il ricordo nei confronti delle vittime di questo virus, e che ci sia reminiscenza sui fatti e sulle parole dei membri più importanti di tutto il sistema dirigenziale. Andrà elogiata la condotta di chi si sta prodigando per la lotta a Covid-19 mentre devono e dovranno essere  condannate determinate azioni sbagliate, commesse anche da parte dei comuni cittadini.

Sì, è vero, qualcuno di noi se ne infischia dei divieti e continua ad agire di testa (?) propria.

Appunto, e questa lampante negligenza ci fa comprendere che il genere umano ha  ancora tanta strada da fare perché evidenzia spaccati di maleducazione ed egoismo davvero raccapriccianti. Tuttavia…

Tuttavia…

Tuttavia c’è tantissima gente che sta rispettando le regole, rimanendo a casa e pregando per tutti i nostri sanitari che stanno lottando in prima linea contro la pandemia. 

Sono d’accordo con te, non sarà certo qualche egoista alla “I Me Mine” dei Beatles a cancellare tutto ciò che c’è ancora di tanto buono nel genere umano.

Esattamente, amico mio.

Pepe, prima che arrivasse Covid-19, conoscevamo le pandemie solo attraverso le serie televisive (per fortuna!).

Si, ora non potremo più dire lo stesso.

Ecco, aldilà del dramma che si sta vivendo, sono rimasto particolarmente colpito da alcune reazioni popolari, tipo le fughe ai supermercati…

Quelle si sono viste in quasi tutte le trasposizioni televisive e cinematografiche, invece. La gente corre subito a depredare i grandi magazzini di ogni  genere considerato di prima necessità. È cosa assai normale in un evento drammatico e raro come l’esplosione di un’epidemia.

È questo il punto, nella serie televisiva “The walking dead” o nel film “La notte dei morti viventi” di George Romero, non ho visto mai la popolazione precipitarsi  nei centri commerciali con l’intento di accaparrarsi di tutta la carta igienica presente. Ed è un qualcosa che è successo e che sta continuando ad accadere perlopiù in paesi come Stati Uniti e Inghilterra; sembra quasi che le persone abbiano paura di trovarsi in un futuro, più o meno prossimo, a fare i conti con il proprio culo sporco senza avere nei paraggi la fidata carta igienica.

Ciò capita per colpa delle fake news che girano in rete. È capitato anche in Spagna, dove ho visto gente girare con carrelli pieni di rotoli di carta da culo. Per un attimo il sottoscritto, il vostro prezioso Sindaco di Piazza Santo Spirito, ha creduto di essere una sorta di “pecora nera”, non particolarmente attenta alla corretta igiene del proprio posteriore. (ride).  

Difatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci aveva messo in guardia anche dall’infodemia ovvero da un flusso costante di informazioni , spesso non verificate e che si rivelano essere perlopiù sbagliate. Fake news, per l’appunto.

Fake news che però tendono a evidenziare, per l’ennesima volta, il lato egoistico di alcuni esseri umani perché, potenzialmente, per ogni carrello stracolmo dello stesso articolo, ci sarà qualcuno che ne rimarrà sprovvisto.

Già, e oltre all’infodemia già citata c’è un altro fenomeno legato all’iper-sessualità…

Non mi dire: in Italia c’è stata, per caso, anche  una corsa ai sexy shop?

Che io sappia, non c’è stata alcuna corsa all’acquisto sfrenato di dildo e attrezzi affini, ma c’è stato ed è tuttora  in atto un boom di visualizzazioni in siti pornografici come Pornhub e xHamster.

Non avevo dubbi, per un motivo o per un altro, questo tipo di siti non conosceranno mai la parola crisi. Anzi, la quarantena, potrebbe rendere Pornhub persino più ricco e popolare.

Sembra che sia un fenomeno strettamente legato a un tentativo di repressione della opprimente ansia di morte che si è spesso verificato nel corso della storia durante più o meno lunghi periodi di guerra e carestia.

Solo che all’epoca non c’era pornhub, ed era tutta roba naturale da portare avanti da solo o in dolce compagnia!

Magari tra nove mesi ci potremmo ritrovare  a riscontrare un boom anche di nascite, per via della quarantena. 

Tra nove mesi scopriremo subito chi avrà vissuto questo periodo in totale solitudine e chi invece no.

Sarebbe una goccia di vita in questo fiume crescente di morte e desolazione.

Esattamente, sarebbe una sorta di luce in fondo al tunnel.

Pepe, quanto ti manca Firenze?

Da morire, la penso tutti i giorni. Qualche volta mi capita di svegliarmi pensando di essere ancora lì. Tra l’altro, se non fosse stato per Covid, sarei andato nel bel capoluogo toscano per la fine di marzo. Ma certe storie hanno un destino chiaro, e tutto quest’incubo doloroso finirà con la visita nella più bella città al mondo. La mia amata Firenze.

Magari una visita da far culminare  in Piazza Santo Spirito, nei dintorni  della statua di Cosimo Ridolfi, in compagnia di Andrea, Fabrizio, Bob Daniel, Emannhauser, Saliman, il sottoscritto e tutto il resto della ciurma. Una sorta di corteo “pepitiano” con tanto di birra, da far sfilare per l’intero perimetro di una delle piazze più belle e caratteristiche della città.

Se non ci siete voi non è Firenze!

Un incoraggiamento in spagnolo per quelli del “Movimento Sottile” lo vogliamo fare?

Amici, Mucho animo…Juntos saldremos de ésta!

Sarebbe?

Forza, usciamo assieme da questa situazione!

Ne verremo fuori tutti assieme, Pep!

In  uno di questi giorni, un po’ così e covìd, rinvigorito da una rinnovata e piacevole consapevolezza,  ti ritrovi a chiudere la conversazione con uno dei tuoi migliori amici e cerchi di tenere il tempo di Don’t fear the reaper” con il piede rigorosamente  ciabattato, alla Jeff Bridges versione “Grande Lebowski” . 

Don’t fear the reaper! Non  aver paura del Mietitore!

Foto: Elisa Ricci

covid-19

Ciao Pepito!

TUTTO ACCADE PER UNA RAGIONE

Tutto accade per una ragione.

Sembra la classica frase che può pronunciare un credente in qualsiasi religione o filosofia esoterica. Invece, è la frase più razionalista che possa esserci.

Vi espongo il motivo per cui secondo me si può dire, come dicono in molti, che è arrivato il corona virus a fermare l’inquinamento indiscriminato della terra.

Wuhan è una città di 9 milioni di abitanti, in un territorio di 1500 km quadrati.
E’ una città molto densa, se guardate le immagini che si trovano in rete è la classica metropoli basata su grattacieli.
E’ una città che è cresciuta tanto negli ultimi anni, passando dai soli 6 milioni del 2010 ai 9 di adesso.
In questa città si concentrano inoltre molte industrie del paese, in particolare del settore Automotive.
A quanto leggo il crescente sviluppo degli ultimi anni non è stato molto attento al territorio, arrivando ad inquinare le falde acquifere.

Immaginiamoci inoltre la vita che fanno normalmente gli abitanti di Wuhan: i cinesi vivono letteralmente per il lavoro e non stento a immaginare turni di lavoro molto lunghi, alta competitività e poco tempo passato a casa con i propri cari o a curarsi delle proprie cose.
Una vita grigia, più grigia delle nostre, in condizioni di alta densità e inquinamento, oltre delle falde acquifere anche  dell’aria che respirano.
Insomma una Milano ancor più terrificante.

Le difese immunitarie non sono indipendenti da quello che ci succede, dalle ore di sonno, da quello che mangiamo, dai livelli di stress e dagli avvelenamenti da inquinamento…. c’erano di fatto tutte le condizioni perché un virus polmonare attecchisse, poi una volta attecchito si diffondesse per il mondo anche a persone che vivono un po’ meglio di loro (ma sempre male): è il primo passaggio che è determinante.

Tutto accade per una ragione, per questo si può dire secondo me che questo corna virus è un toccasana per l’inquinamento del mondo: è un livellatore, un limitatore ad uno sviluppo eccessivo, senza le regole minime per il benessere in primo luogo di noi, poi di tutto il resto.

Era destino arrivasse, il corona virus o qualche altra catastrofe che ci imponesse uno stop: un destino che ti costruisci con le tue mani giorno dopo giorno.

E intendiamoci, si poteva fare qualcosa anche senza virus .

BUON SAN FAUSTINO A TUTTI COLORO CHE NON SMETTONO MAI DI CERCARE L’AMORE…NONOSTANTE TUTTO! (parte seconda)

Come avevamo detto nella puntata precedente, il mondo dei single e single di ritorno rappresenta un fritto misto di umanità difficile da incrociare. Eppure, nonostante sforzi e fallimenti, la speranza non cede, nemmeno di fronte all’ evidenza dell’accanimento terapeutico. Non a caso l’amore è definito ‘cieco’ e ‘senza età’…insomma, non è messo tanto bene nemmeno lui. E quindi, dopo aver annoverato in una lista spietata tutti i rospi baciati dalle nostre Raperonzole, è giusto adesso mettersi dalla parte dell’altra metà dell’universo. Perché anche i fantomatici principi azzurri si ritrovano spesso tra le braccia di Maga Magò, per non parlare dei tanti aitanti Tarzan, che devono accontentarsi di svegliarsi la mattina mangiando le gocciole con Cita. Ma cosa riescono a scovare i maschi nel loro peregrinare tra chat e locali, balere e speed date? Tengo a precisare che questa classifica racconta, con uno stile caricaturale, tutte storie vere. Perché spesso la realtà supera la fantasia. Anzi, forse è la fantasia che si arrende di fronte alla realtà.

– Il mondo della notte 1 Il panterone del ribaltabile: iniziamo la nostra lista con un classico intramontabile, un esemplare che non conosce crisi, che riesce a cavalcare epoche e tendenze, dal Cretaceo all’era digitale. Stiamo parlando del ‘panterone del ribaltabile’. Di solito il panterone frequenta locali notturni. A lei non interessa il preliminare della chat. Preferisce fare la punta sul campo. Non importa cosa faccia di giorno: potrebbe essere una segretaria, un severo magistrato, una casalinga disperata o una mamma amorosa. La trasformazione avviene con il calar del sole. Come i vampiri allungano i canini, così il panterone si inguaina con pelle maculata. Ai piedi spuntano stivali pitonati, mentre la capigliatura si imbizzarrisce in una selvaggia cotonata. Avrà tutti i difetti, ma sicuramente non quello di essere una gatta morta.

Il mondo della notte 2 La bambola gonfiabile: uscita dal magico mondo della Silicon Valley (e non parliamo di informatica) la bambolona è un altro grande classico del popolo della notte. Ma a differenza del panterone, questa signorina è un prodotto recente, la versione 2.0 dei reggiseni imbottiti con il cotone. Storditi dalla febbre del sabato sera, molti maschietti si lanciano intrepidi come kamikaze sull’airbag della bambolona, felici di schiantarsi tra curve e canotti. Arrivati al dunque però, nel picco della passione, in molti ammettono di bloccarsi, con la paura che una tetta gli scoppi in mano come un gavettone. Per evitare brutte figure si consiglia di allenarsi prima con il pongo e il didò.

L’amore virtuale 1 Dimmi che nickname hai e ti dirò chi sei: Se dopo aver bazzicato piste da ballo, saltando come Toni Manero, i nostri ometti non hanno ancora raccattato niente, allora si consiglia vivamente di provare con il mondo virtuale. Ad un primo approccio questo universo misterioso calamita l’immaginario maschile nel paese dei balocchi dell’amore. E così gli uomini si trovano a navigare nel web ammaliati da sirene-avatar. C’è @fragolina69, @moana-tutta-panna, @gattina-a-novecode. Finché si gioca di fantasia va tutto bene. Ma poi arriva il momento verità. Patatine e ciliegine si svelano pesi massimi capaci di schiacciare Hulk Hogan, mentre l’unica cosa animalier delle signorine fetish sono gli occhiali-fondo di bottiglia tartarugati. Come direbbe Marzullo…continuate a sognare!

L’amore virtuale 2 Cenerentola scarpa 45: Chi l’ha detto che le chat sono solo posti battuti per trovare l’avventura di una sera? Spesso dalle peggiori intenzioni nascono le migliori conclusioni. Scriversi e raccontarsi in una corrispondenza digitale può far nascere un sentimento vero. Attenzione però! Prima di innamorarvi subito, aspettate un attimo. La favola di Cenerentola vale anche per i signori maschi. Il principe non prende mica la prima che capita. Come un venditore di aspirapolvere porta a porta, il nostro eroe decide di far provare a tutte le ragazze del regno una scarpetta. Ma potrebbe anche capitare che il principe si ritrovi in mano uno scarpone. Eh sì, spesso succede che dietro la bella Samantha, così dolce e comprensiva, si nasconda in realtà Ugo, un marcantonio con le unghie laccate e le ciglia finte. Se l’amore c’è, allora lasciate correre. Citando il film “A qualcuno piace caldo”….nessuno è perfetto.

L’amore virtuale 2 l’igienista. Tra ninfomani insacchettate nel latex e belle addormentate nel paese dei rintronati, quel grande circo Togni che è il web offre anche donne normali. O meglio, che sembrano normali.Tra queste c’è sicuramente l’igienista. No, no, non vi ringalluzzite troppo. Non sto parlando dell’igienista del Berlu nazionale. Quella è un’altra cosa. Carina, educata e alfabetizzata, la donna igienista non presenta subito segni di squilibrio. A lei non interessano macchinoni o carte di credito. La fanciulla mira solo ad un obiettivo:  la cartella clinica del neofidanzato, i suoi ultimi esami del sangue, che sa leggere e decifrare come un luminare di virologia. L’igienista viaggia sempre con un disinfettante in borsa, che usa come l’esorcista per purificare la casa del maschio. Il povero scapolone impenitente, abituato a razzolare felice nel suo sudicio rassicurante, si sente violato nel profondo da questa purificazione coercitiva. Meglio soli e ‘zozzi’ che male accompagnati.

L’amore virtuale 3 Anello al dito…e al naso: un’altra categoria da annoverare nella lista delle ‘finte normali’ è quella di colei che cerca un maschio solo per riprodursi. Dietro un’apparenza dolce e accogliente, la femmina in questione nasconde in realtà la ragnatela di una mantide. Dopo aver intortato il maschio con qualche moina, la fidanzatina acqua e sapone lo stordisce con un po’ di coccole, per poi tramortirlo e intrappolarlo definitivamente. Dal weekend alle terme, tra sbaciucchiamenti e relax, il povero neofidanzato si ritrova catapultato dietro un carrello della spesa nella ressa del sabato al supermercato. In una settimana vengono pianificati, nell’ordine: due gemelli, un mutuo e lo sfondamento della casa per allargarla e fare spazio alla suocera. Datevi alla macchia prima della condivisione di Netflix e Spotify: l’effetto domino potrebbe essere irreversibile.

L’amore virtuale 4 La friend-zonista: soggetto del tutto opposto alla cacciatrice di mariti è colei che mette in stand-by i vari fidanzati in attesa del grande amore. Nel linguaggio ‘giovane’, questo atteggiamento è definito ‘friend-zonare’, ossia relegare il maschio nell’area dell’amicizia. Gli uomini avranno tanti difetti, anzi, forse hanno solo difetti. Ma non gli si può certo imputare di essere complicati e incomprensibili, difetti che invece caratterizzano le femmine. “Perché non mi hai dato la buonanotte ieri sera?” (dice lei). “Perché tu mi hai detto che ti mandavo troppi messaggi e ti facevo sentire il fiato sul collo” (risponde lui). “Ma che c’entra, mica ho detto di non farti più sentire” (ribadisce lei). “Davvero? Allora ti dico subito che ti ho pensata tutto il giorno e che adesso vorrei averti qui tra le mie braccia” (rilancia lui). “NOOOOO, per carità. Continua a non mandarmi messaggi. Mi sento già in ansia. Facciamo che ti chiamo io entro la settimana” (chiude, asfaltandolo, lei). Breve storia triste a colpi di WhatsApp.

L’amore virtuale 5 – Figli a rate: Un genere molto diffuso è anche quello della milf ‘a rate’. Queste mammine hanno un doppio fascino per gli uomini: la bellezza del fisico che ancora regge e la dolcezza della maternità. Il sogno proibito del maschio medio è infatti un femminone florido e procace, un po’ mamma, un po’ cortigiana…e anche un po’ badante. La milf è dunque perfetta. Almeno fino a quando non confessa a rate di non avere solo un bambino di 3 anni con l’ex marito, ma anche una femminuccia con il secondo compagno e due gemellini con il lattaio. Se ve la sentite, perché no?…Potreste scoprirvi ottimi allenatori di una squadra di calcetto.

Amori da film 1 – Attrazione fatale: Come dimenticare la passione travolgente con cui si avvinghiano Glenn Close e Michael Douglas nel film “Attrazione fatale”? Ecco, rimuovete tutto il film fino alla comparsa del coniglietto squartato. Molti più uomini di cui si pensi hanno avuto a che fare con una Glenn Close ‘de noantri’ che rincorre imbelvita Michael Douglas, armata con un coltellaccio da cucina. Alcune donne passano infatti con disinvoltura da amanti focose a spacca-piatti impazzite, senza lesinare calci negli stinchi ai poveri uomini, colpevoli solo di aver sottovalutato una notte ‘fuoco e fiamme’. Volete le donne passionali? Allora comprate un servito di riserva all’Ikea.

Amori da film 2 – Ultimo tango…all’Antella: Chiudiamo questa carrellata dedicata alla disperata ricerca dell’amore con un cult erotico ancora insuperato. Chi non ha visto la scena del burro tra Marlon Brando e Maria Schneider nella pellicola di Bertolucci? Ogni uomo sogna di essere come il protagonista: bello, impossibile…e anche un po’ stronzo. E così i nostri tangheri iniziano la punta delle mujer nella milonga. Peccato che non si tratti di Parigi, ma della palestra di quartiere, dove l’istruttore di tango assegna di prepotenza l’ultima donna rimasta scompagnata. Il nostro ballerino, che in realtà è rigido come un tronco, inizia a sudare e afferra la compagna come se impugnasse una scopa. Più che l’effetto burro, inizia l’effetto saponetta delle mani palmate che, unito ai calci dei movimenti scoordinati, fa scivolare e saltare la ballerina come un tonno alla mattanza. Non disperate maschi, le donne sognano Marlon Brando ma poi s’innamorano di Checco Zalone. Meglio fare una risata che beccarsi un panetto di burro laggiù dove non batte il sole.

….e ora tocca alle coppie!


Foto Elisa Ricci

Chi è Movimento Sottile

PSICOSI DA CORONAVIRUS

A Milano l’apocalisse, a quanto mi segnala un amico: strade vuote e attività chiuse.
Colpa del Coronavirus.

A Firenze vado a fare la spesa e trovo una marea di persone aggrappate a carrelli stracolmi di scatolame.
Come in tempo di guerra.

Accendo la TV e sembra davvero di essere in guerra. Contro un nemico invisibile. Vengo colta anche io dal panico e comincio a pensare realmente di rimandare il viaggio a Milano in treno che ho in programma…ed è fra un mese!

…che mi sta succedendo?

Affronto questo argomento lucidamente consapevole che potrebbe scatenare ilarità o fastidio, ma nella speranza che parlarne possa quantomeno tentare di affrontare il lato B di un tema che mi ha particolarmente colpito.

Il lato A non mi interessa: non mi interessa parlare di cosa è il Coronavirus e cosa dobbiamo fare per evitarlo.
Ne parlano già tutte le TV e i giornali: che ci dobbiamo lavare le mani spesso lo abbiamo capito!

Mi interessa parlare di cosa è la Psicosi da Coronavirus e dei suoi pericoli.
Perché è l’unica cosa su cui posso agire.

Non posso infatti decidere di evitare di prendere il virus (e morire).

Ma posso decidere se far entrare questa paura dentro la mia testa e vivere nella paralisi mentale e fisica che ne consegue.

Perché è questo che fa la paura: paralizza.
Smettiamo di pensare e cominciamo a comportarci in maniera irrazionale.
Lo step successivo è l’aggressione. E ci siamo già dentro con tutte le scarpe!

Dite di no?

Alcuni rapidi esempi…

-una cara amica mi dice che nella scuola della figlia la madre di origine cinese di una delle sue compagne di classe si è sentita in dovere di rassicurare tutti i genitori che sono mesi che, né lei né i suoi parenti, vanno in Cina, e che quindi possono stare tranquilli.
Aveva paura che la figlia fosse in qualche modo ghettizzata…

-è notizia di settimane fa: sembra che sia stata chiesta la quarantena per tutti i bambini cinesi in una scuola toscana (solo perché di cittadinanza o di origine cinese, non perché erano stati in Cina, ndr)..
Richiesta prontamente rifiutata dal preside perché fuori dalle regole. E dalla logica.

-starnutisco in autobus e mi sembra di essere guardata male….sarà anche questa psicosi o mi guardavano effettivamente male? Tutte e due le cose forse…

-arriva un pacco dalla Cina in ufficio, che accetto, e i colleghi commentano spaventati: un po’ per scherzo, un po’ sul serio… E questo nonostante sia stato chiarito che pacchi postali e lettere non possono veicolare il virus.

Tutti questi questi piccoli eventi mi hanno fatto venire in mente un manifesto che mi colpì molto durante una visita allo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Forse è la cosa che mi è rimasta più impressa di quello straordinario posto, che tutti dovrebbero visitare.

Era un manifesto, se non sbaglio, di poco antecedente all’emanazione delle leggi razziali.

Rappresentava una folla di ebrei disegnati come topi.

Il messaggio subliminale era chiaro: gli ebrei portano le malattie come i topi, e per questo vanno eliminati.

Suggestivo, geniale. Oltre che orrido.
Tutti abbiamo paura delle malattie.

Cerchiamo solo di non farci trasportare da questa umana paura.
Prendendo spunto dalle follie del passato, occupiamoci dei nostri pensieri, cerchiamo di controllarli, prima che loro controllino noi.

Credo che lo dobbiamo a noi stessi e alle persone con cui viviamo.

Perché ci sarà sempre chi sfrutterà le nostre paure per propri fini.
Le TV per fare notizia, non sempre per fare informazione.
I politici per far vedere quanto sono bravi a gestire i problemi, o per allontanare l’attenzione su altri problemi, che non sanno gestire.

E, a parte questo, nessun bambino deve andare a scuola con la paura di essere escluso.
O almeno, non per un motivo come questo!

Laviamoci le mani e recuperiamo la dignità che ci contraddistingue come esseri umani.

Per favore.


Chi è Movimento Sottile?

BUON SAN FAUSTINO A TUTTI COLORO CHE NON SMETTONO MAI DI CERCARE L’AMORE…NONOSTANTE TUTTO! (parte prima)

C’è un’età, quella dell’innocenza, governata dalle idee, dai sentimenti estremi, dall’amore atteso e dai sogni immensi. Insomma, un’età dove tutto è possibile. Poi arriva un’altra età, quella dove si scollinano gli orizzonti senza fine, si rotola nel tritatutto della realtà e si sbatte una sonora musata sul muro delle illusioni. I tanto desiderati principi azzurri diventano feticci voodoo infilzati da spilloni,  mentre i sogni erotici maschili vengono miseramente sostituiti da partite di calcetto e serate a base di sport, birra e liberazioni gastrointestinali. Ma non preoccupatevi, non tutto è perduto. L’essere umano rimane comunque un inguaribile sognatore, solo un po’ più schizzato a causa del conto alla rovescia innescato dall’orologio biologico.  In quest’età indefinita, dai 35 agli 85 anni, ci sono molti metodi per conoscere persone nuove, forse l’anima gemella, sicuramente parecchie anime senza pace. A questo proposito stiliamo una classifica Femmine VS Maschi, passibile di aggiornamenti su suggerimento dei lettori.  

Parte prima ‘Il movimento rosa’

– O l’amore o la vita! Le donne amano riflettere, camminare insieme, respirare nella natura. Gli uomini amano andare veloci, gareggiare, ‘trogolarsi’ nel fango (o comunque nel sudicio). Premesso ciò, ci sono donne che per incontrare un maschio alfa (si fa per dire) sono pronte a buttarsi negli sport estremi: rischiare un enfisema con le immersioni, dondolare a ciondoloni sulle pareti verticali, finire spiaccicate sugli alberi con la mountain bike. Non a caso amore e morte, eros e thanatos vanno sempre in coppia.

– Speed date 1 ‘Il licantropo’ Visto che nei locali difficilmente gli uomini avvicinano le donne (a parte il venditore di rose), una soluzione può essere forzare un po’ la situazione e creare incontri a catena di montaggio. Lo speed date funziona così: uomini e donne s’incontrano a rotazione nel bancone di un locale e hanno tre minuti per conoscersi. Questo tritello di umanità che si mescola casualmente può diventare materia di ricerca per bestiari, manuali di psichiatria, nuove figure delle carte dei tarocchi o del  mercante in fiera. Cominciamo con il licantropo, l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia, riconoscibile per la florida presenza tricologica e accessori tamarri in oro. Se proprio vi sentite sole, vi ricordiamo che potete anche adottare un cane…spela uguale!  

Speed date 2 ‘L’intellettuale’ Altra figura da codificare nel bestiario maschile è quella dell’intellettuale, o presunto tale. Tronfio e pieno di sé, quest’individuo saccente si appropinqua verso la sua vittima cercando di disinnescare l’iniziale diffidenza di lei con assi nella manica rubati in qua e là tra gli aforismi di Wilde, le massime di Spinoza e le battute di Osho. Evita accuratamente di fare domande alla femmina, perché sa che potrebbe rischiare di rimanere un’ora ostaggio dei racconti di lei. Consigli: la logorrea altrui può diventare un ottimo esercizio per astrarsi e meditare.

Speed date 3 ‘Il colloquio di lavoro’ Trovare l’amore a una certa età è come un lavoro…in certe situazioni è come un colloquio di lavoro. Ci sono uomini che non vogliono arrivare all’incontro al buio impreparati. E quindi si preparano a casa domande e risposte. Non a caso, si vede gente che agli speed date comincia a grattarsi i polsi per controllare suggerimenti scritti a penna sul braccio o per agguantare fogliettini infilati nei calzini. Gli esami non finiscono mai…è proprio vero!

Speed date 4 ‘Voglio il tuo profumo!’ Si dice che l’attrazione, anche quella che dura nel tempo, nasca tutta dall’odore. Il nostro ph è troppo basico o acido per i gusti del compagno seduto di fronte a noi, e viceversa? In alcuni casi non lo sapremo mai, visto che alcuni uomini amano fare il bagno nel cosiddetto dopobarba Acquabelva. Un miscuglio di essenze di pino silvestre, eucalipto australiano, resina della Malesia e sangue di pipistrello vi entrerà nel naso per sturarvi il cervello, provocando l’amnesia di tutto ciò che vi è successo da una settimana a questa parte. Attenzione, può essere più pericoloso delle droghe pesanti.

Tinder 1 ‘Sei veramente all’altezza?’ Se non riesci a conoscere persone nuove frequentando luoghi nuovi e facendo attività all’aperto, allora non ti rimane che l’app più utilizzata per gli incontri: Tinder. Sei un maniaco? Sei già sposato? Hai la fedina penale pulita? Alzi la tavoletta del bagno? No, non sono questi  gli interrogativi che tormentano le donne prima di un incontro su Tinder. La domanda clou è invece: ma quanto sei alto veramente? Se le donne barano sulla taglia di reggiseno, gli uomini risultano molto laschi nel definire la propria altezza…meglio abbondare. Il problema è che al primo incontro dal vivo lei ha il tacco 12, aspettandosi un cestista che supera il metro e ottanta, mentre lui può contare solo su una suola rinforzata per raggiungere la vetta reale del metro e settanta. Non vi curate dell’altezza, non bisogna essere alti per toccare il cielo con un dito. 

Tinder 2 ‘Il braccino corto’ Questo è l’unico argomento che vede tutti gli uomini compatti nel sostenere la par condicio con le donne: siamo uguali e quindi ognuno paga per conto suo…anzi, visto che tu, donna, sostieni che ti facciamo sentire sempre inferiore, allora potresti anche pagare la cena per tutti e due. Una delle paure maggiori degli uomini che cercano compagnia su Tinder è proprio quella di offrire una pizza al primo appuntamento e poi prendersi un due di picche. Non c’è occhio pio, gamba di legno o rotolo di panza che irriti le donne più del braccino corto. 

Viaggi senza frontiere (e senza maschi). Ormai le donne lo hanno capito: per stanare i maschi bisogna imparare ad amare il calcio, il ciclismo, il basket e il wrestling. Viaggiare nel mondo e camminare nella natura ha creato un movimento di massa bellissimo e numeroso, ma tutto femminile. I maschi sono una minoranza e quando vedono che il gruppo di viaggio è formato da donne sulla quarantina, single e piene di vita, allora preferiscono rischiare di essere sbranati da un leone o divorati da un pescecane, pur di allontanarsi dal branco di femmine. E poi si dice che per ogni uomo ci sono sette donne…che spreco! 

Trekking 1 ‘Quel pellegrinaggio per trovare se stessi (e basta)’ Il cammino, da sempre, è simbolo di conoscenza e presa di coscienza. Il pellegrinaggio era un modo per raggiungere la fede attraverso la fede. Anche oggi, di fronte ai ripetuti fallimenti sentimentali e alla caduta dei miti, uomini e donne decidono di ritrovare se stessi incamminandosi nelle antiche strade dei pellegrini. C’è chi arriva a Santiago, chi a Gerusalemme, chi si arrampica sull’Himalaya e chi sta sette anni in Tibet. Accontentatevi di trovare voi stessi, che comunque è la cosa più importante. Anche perché poi, al massimo, troverete un hippy settantenne con cui rollare una canna alla valeriana. 

Trekking 2 ‘I fenomeni’ Partire in gruppo per un trekking in montagna è sicuramente un modo per conoscere persone nuove…forse anche qualche uomo. Attenzione però! Il LUI in questione potrebbe deludervi ancor prima del primo appuntamento. EGLI, infatti, si presenta come il massimo esperto di scalate in montagna, conosce già il percorso e sa quando e dove sale o scende il dislivello. Parla in maniera tecnica, come potrebbe fare Messner, cita imprese impossibili di cui è stato protagonista. Ricorda anche quando prese sulle spalle una ragazza con la caviglia slogata e impugnò con la sinistra, salvandolo, il cagnolino mugolante. La donna comincia a fantasticare: sì, è lui, forte e coraggioso, amante della natura e impavido…tutto quello che ho sofferto nella vita doveva portami oggi qui, a conoscere lui. Di solito il sogno si infrange poco dopo la partenza, quando già al secondo segnale del CAI il nostro Forrest Gump è seduto in terra con il viso color rosso pompeiano e la lingua a ciondoloni. Grazie comunque…ogni tanto è bello anche solo crederci! 

Segue a breve la rappresaglia degli uomini…Il movimento azzurro


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PARIS CALLING

“London calling to the faraway towns…Now that war is declared and battle come down…London calling to the under world…Come out of the cupboard, all you boys and girls…”,  così cantavano i Clash in “London Calling”, album uscito nel 1979, e che proprio in questi giorni, ha spento la sua quarantesima candelina.  La candelina dell’assoluta maturità che mette luce su un passato ormai chiuso nei libri di storia, senza  alcun riferimento alle tematiche dell’odierno presente. Ma è davvero così?  Per un’Inghilterra in quasi libera uscita c’è una Francia in protesta; per un Boris Johnson che festeggia c’è un Emmanuel Macron che arranca . E in mezzo a tutto questo, i cittadini sembrano siano tornati a essere gli assoluti protagonisti, nel bene e nel male, di un modo comune tutto da vivere e da raccontare. E noi di “Movimento Sottile” proviamo a riportarvelo così com’è, senza vincoli, divieti e censure. Lo raccontiamo  attraverso gli occhi e le impressioni non sempre “politically correct” di Marina Bencini, donna italiana, fiorentina per la precisione, che vive, lavora e sciopera a Parigi. Una che, di fatto, non le manda  a dire, neanche su whatsapp.

Giusto, Marina?

Più che giusto direi doveroso. E comunque io non sto scioperando. Non in questi ultimi giorni, almeno.

Ma qualcun altro sì, però. Ci risulta che sia un bel po’ di movimento a Parigi, forse non tanto sottile come il nostro blog…

È un grande movimento. Un vero “Le bras de fer”, come dicono qui i francesi.

Sembra il nome di un piatto tipico francese…

È il piatto che il popolo francese sta servendo ai propri governanti. Un braccio di ferro senza né vinti né vincitori, per ora. Vincerà chi mangerà più spinaci!

Gli italiani, solitamente, non simpatizzano per i francesi per via di una storica rivalità culturale, eppure…

Eppure…

Eppure in questo caso, molti abitanti del Bel paese stanno applaudendo i loro cugini francesi. Come vivi da italiana questo grande protesta?

Vivo la protesta così come la vivrebbe una donna francese, con assoluto trasporto e qualche normale imprecazione. Perché aldilà dei sani e cazzutissimi principi che sorreggono questa contestazione popolare ci sono comunque dei disagi con cui bisogna fare i conti.

Spiegati meglio.

C’è poco da spiegare e tanto da vivere. Qui tanti servizi risultano essere bloccati e la quotidianità non è più una routine noiosa ma una scalata assai problematica di barriere e interruzioni con il rischio costante di perdere l’ultimo treno per casa. Un putain de problème!

Non c’è bisogno di traduzione per l’ultimo francesismo.

Il francesismo era necessario.

Un po’ come è necessario protestare contro la possibile riforma delle pensioni.

Esatto, e i francesi hanno una grande sensibilità oltre che un altrettanto grande spirito di sacrificio. Noi italiani saremmo capaci di fare lo stesso? Abbiamo la stessa consistenza popolare?

La vedo dura, siamo un po’ diversi, ma mai dire mai.

“Mai dire mai” è anche il mio motto giornaliero quando guardo  i varchi chiusi dell’accesso alla metropolitana.

Ora, non fare troppo la francese…

Sono fin troppo italiana, invece. Perché, aldilà del dramma, c’è comunque uno spazio importante per degli aneddoti simpatici.

Sparami un aneddoto, allora.

Bene, dieci giorni fa, era disponibile un solo viaggio metro su quattro. Ora, cerca di immaginare il caos! Tutti pigiati  nelle carrozze come sardine in scatole sballottolanti e puzzolenti. Perché puoi pure cercare di far cambiare idea a un singolo politico se non a un intero sistema dirigenziale, ma mai e poi mai riuscirai a far cambiare fede a un gruppo di persone allergiche all’acqua e sapone.

Va bene, a quanto pare,  è  anche una rivolta di ascelle sudate, ma l’aneddoto dov’è?

L’aneddoto sta nel fatto che per uscire dai vagoni, io e una mia collega abbiamo finto di essere in stato interessante…

E come avete fatto?

Semplice, abbiamo tolto dalle borse i camici da lavoro, li abbiamo appallottolati e sistemati sotto i  vestiti, dopodiché  ci siamo fatte spazio tra la folla gridando:  “Nous  sommes enceintes!” ovvero “Siamo incinte , fateci passare!”

E ha funzionato?

Alla grande!

Questa è goliardia italiana!

Questa è sopravvivenza, mio caro…Una sopravvivenza che, tutto sommato, sta portando anche cose positive. L’utilizzo delle auto è ridotto quasi al minimo mentre si vanno intensificando  le pedalate in  bicicletta.

Quindi è anche uno sciopero ecosostenibile…fantastico!

Ecosostenibile sì, e che tende a far mutare, quantomeno in parte, perfino l’abbigliamento femminile.

Sarebbe?

Niente scarpe con i tacchi ma comode calzature adatte a lunghe passeggiate. Tempo di un caffè e via, per le strade della buona rivoluzione alla faccia di Macron e delle sue spesso stupide dichiarazioni!

Marina, sta per terminare la nostra chiacchierata, ma una domanda è d’obbligo.

Spara!

Conosci l’album “London Calling” dei Clash?

Certo che sì!

Sono passati quarant’anni da quell’album e ben diciassette dalla prematura dipartita terrena di Joe Strummer, loro leader. Ora, secondo te, i tempi sono così cambiati da allora?

No, e quell’album, per me, è attualissimo. Alla fine, ci troviamo sempre a lottare per i nostri diritti. Okay, magari non riusciremo a ottenerli, i diritti, intendo. Magari è tutta una grande illusione. Una finzione. Un film di Godard. Insomma, chi lo può dire? Ma la lotta, quella vera, c’è sempre.  E i francesi sono molti bravi a lottare, un po’ meno ad amare. Da questo punto di vista gli italiani sono i migliori, con un humour diverso. Più intenso.

Insomma, uno a uno e palla al centro.

Lasciamo perdere le palle perché quelle un pochino mi girano. Mes boules tourment mais elles vont dans le bon sens, de manière écologique!

Sarebbe?

Mi girano le palle ma vanno nel verso giusto, in maniera ecologica.

In bicicletta.

Esatto!

Marina, allora ti aspettiamo a Firenze, e visto che si parla di Rivoluzione, è lecito aspettarsi che tu venga vestita da Lady Oscar  con un André affianco!

Un André con la cresta alla Joe Strummer!

Ganzo! Buona protesta allora, Marina!

Anche a voi del blog e famiglia! Ciao grulli!


Per leggere ancora di Diritti Civili:
Diritti Frustrati e Liste della Spesa

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LETTERA A UNA DONNA CHE DOVREBBE ANDARSENE


In Italia nell’ultimo anno è stata uccisa una donna ogni 3 giorni, di femminicidio.
Perché succede?

Troppo spesso ascoltando i fatti di cronaca ci viene da esclamare: “A me non può succedere!” .

Invece io credo, che ogni donna potenzialmente può essere vittima di femminicidio.

E allora, per una volta più che parlare di lui, voglio cercare di capire perché tu, che sei una donna come me, resti lì, dopo il primo schiaffo, e poi dopo il secondo, e poi quando arriva il cazzotto, e poi i calci, fino all’ultimo ineluttabile colpo, con un coltello o con la pistola che ti darà la morte.

Penso che debba essere molto difficile da accettare che l’uomo scelto come compagno di vita, d’improvviso si levi la maschera e si mostri per quello che è: un mostro.

Come puo’ accadere che quella stessa persona che solo fino a qualche tempo prima ti corteggiava, riempiendoti di fiori, regali, belle parole, d’un tratto si sia trasformato in Mr. Hyde?

Capisco che non basti uno schiaffo (anche se dovrebbe), e neanche due (anche se dovrebbe), ma perché non scappi quando lui arriva a sferrarti un cazzotto in pieno viso, che ti fa vacillare fino a farti capitolare in terra?

Resti lì, inerme, a chiederti cosa ti stia capitando e perché proprio a te, pensi che il suo è stato solo uno scatto di rabbia, la gelosia di un momento a cui ha dato sfogo senza nemmeno rendersene conto,

E infatti lui stesso si precipita ad aiutarti ad alzarti da terra, quasi non sia stato lui stesso a darti quella spinta, e ti rassicura, pieno di parole dolci, e di

‘Scusami amore’, ‘perdonami’, ‘non so cosa mi è preso’…

E tu ci credi, ci vuoi credere, perché altrimenti proprio lì, in quel preciso istante, dovresti prendere le tue cose e cominciare a correre, a fuggire lontano, il più lontano possibile, dove lui non ti raggiunga mai.

E invece resti, vi sedete accanto a piangere insieme su ciò che è appena successo. Lo vedi seriamente pentito e questo ti rassicura che non lo rifarà più.

E invece dopo un mese, forse due, all’improvviso, non appena siete rientrati in casa, la sua rabbia si sfoga di nuovo su di te, e di nuovo ti sferra un cazzotto tra i polmoni che ti lascia senza fiato.

-‘Perchè?’ – Domandi tu con una voce appena impercettibile, rotta dal dolore, mentre le lacrime cominciano a scendere copiose e ti porti le mani sul petto per riparti dalla sua furia vigliacca.

– ‘E’ colpa tua! Per il sorriso che hai rivolto al cassiere che ti dava il resto della spesa’.

Perché tu sei sua, e non ti devi azzardare a sorridere ‘in quel modo’ né al cassiere né ad altri.

– ‘Si capiva benissimo che te lo saresti portato volentieri a letto!’

-‘Ma che stai dicendo?’- rispondi tu incredula e dolorante- ‘ Gli ho solo risposto educatamente.’

Ma lui non ci crede e ti colpisce di nuovo, fisicamente e verbalmente, con una grandinata di accuse infondate a cui tu non riesci a controbattere, tanto sono assurde. E la sua rabbia continua a montare, cresce, cresce come uno tsunami che si sfoga in tutta la sua violenza con l’ultimo cazzotto che ti lascia in terra stordita di dolore fisico e non solo….

E’ a quel punto che dovresti prendere le tue cose e andartene, per non lasciargli la possibilità che accada un’altra volta.

E invece rimani.

Rimani perché per anni sei cresciuta con l’idea del principe azzurro, e quando lui si è presentato, hai capito che sì, era proprio lui il tuo principe, così dolce, così premuroso, così pieno di attenzioni e complimenti, che anche se alcuni lati del suo carattere non ti tornavano, hai preferito non dargli troppo peso.

Eppure c’eri rimasta male anche tu quel sabato sera a cena con gli amici, che per una stupidaggine era arrivato quasi alle mani con Carlo, suo amico fraterno, solo perché ti aveva fatto un semplice complimento dicendoti che quella sera eri veramente “gnocca”, e che quasi quasi, se non fosse stato sposato, un pensierino su di te lo avrebbe fatto…

Ma si capiva che era una battuta, lo avevano capito tutti, anche sua moglie, tutti tranne lui, che una volta arrivato a casa aveva scatenato una tragedia per cui tu avevi semplicemente provato a calmarlo, ma inutilmente.

Non so perché una donna non faccia quello che qualsiasi altro animale aggredito farebbe, ovvero scappare.

A questo punto, il tuo istinto di sopravvivenza, avrebbe dovuto proteggerti e farti capire che non puo’ esserci amore in una persona che ti ammazza di botte,

Ma la tua razionalità viene come annullata dalla cecità e dalla volontà di credere che si tratta solo di un incidente di percorso, che non si ripeterà più.

E non cede nemmeno all’evidenza mentre si disinfetti le ferite .

E poi quei messaggini assurdi dei giorni precedenti, in cui lui ti chiedeva di andare a fare la spesa in tuta e con i maglioni larghi, così non ti si vedono le forme che solo lui ha il diritto di guardare.

Perchè non diamo il giusto peso alle piccole avvisaglie che questi uomini danno?

Perché non scappiamo via e ci mettiamo in salvo come farebbe qualsiasi altro animale aggredito?

Perché è difficile capire ed accettare che quello che è stato fino a quel momento il nostro principe azzurro, all’improvviso si sia trasformato nel nostro aguzzino.

Poi però, quando gli episodi iniziano a ripetersi e la gravità de gesti a crescere, illudersi che ci stiamo sbagliando diventa impossibile.

E allora cosa ci trattiene dal salvarci dal femminicidio?

Io credo che le cause siano diverse, a volte è la convinzione tutta femminile, che se ce le danno, se qualcuno ci tratta male, sotto sotto pensiamo che un po’ ce lo meritiamo, grazie al nostro innato senso di colpa e vocazione al martirio.

E poi c’è la storia del principe azzurro, banale quanto vera: ci siamo cresciute tutte con le favole di Biancaneve e Cenerentola prima, ma anche Candy Candy e Heidi, tutte che per salvarsi hanno avuto bisogno che arrivasse il Principe azzurro, perché da sole non siamo in grado di farcela.

E allora, se il modello con cui siamo cresciute è questo, come si può ora arrivare ad accettare l’esatto contrario, ovvero che quel principe azzurro tanto azzurro non è, e che la favola in realtà è un film horror?

Significa rinnegare anni di convinzioni, di principi (sbagliati) e questo richiede più coraggio (e più forza) che rimanere lì inermi a prendere le botte.

Ecco perché io un po’ le capisco quelle donne, mentre si aggrappano disperatamente alla speranza che il principe azzurro di un tempo possa all’improvviso, lui, risvegliarsi e tornare ad essere la persona premurosa ed amorosa che era.

Fino al gesto finale e irreversibile che cancella di schianto ogni speranza, nel momento esatto in cui la sua mano cala su di noi per infliggerci dieci coltellate trasformandolo  definitivamente nel carnefice a cui consegniamo la nostra vita.

E lo chiamano femminicidio.


Foto di copertina:Elisa Ricci

Per leggere ancora di femminicidio:
Allarme femminicidio in Italia: 94 vittime in 10 mesi. Lo rivela l’Eures

Altri articoli su Diritti Civili:
http://movimentosottile.com/index.php/2019/04/18/adozioni-gay-eterologa/

incendio notre dame de paris

CERTEZZE CHE CROLLANO

Ci sono eventi che ci ricordano che le nostre certezze possono crollare.
Infatti crollano.
E ci sentiamo colti da un senso di insicurezza feroce.

E non è neanche la prima volta.

Oggi Notre Dame. Ieri le torri gemelle.

Ha senso fare un parallelismo? Al di là di questa banalità…

Chiunque vede una cattedrale, il David di Michelangelo, il Duomo di Milano, o anche la Torre di Pisa (che certo non ha mai sbandierato grandi certezze sulla propria stabilità) non sta a pensare che potrebbe cadere da un momento all’altro.
Sono lì dove sono da secoli. Che debbano cadere proprio adesso, è quasi impensabile.

Eppure un giorno accade.

Accade per errore umano, per cattiveria umana, per guerre, per incuria….di fatto accade.

E la sensazione che ho avuto tutte le volte che è successo, mi riporta a qualcosa di molto intimo: l’insicurezza nelle nostre vite.

E’ l’idea che, come possa cambiare tutto fuori, nelle strade, nelle città, così da un giorno all’altro, questo possa capitare anche dentro una singola vita.

Mi colpisce un amico che su Facebook chiede stamattina “Ma davvero state piangendo per una cattedrale?” E la sua stoccata provocatoria (che chiaramente vuol far riflettere sul valore di alcune migliaia di pietre rispetto alle migliaia di vite umane che muoiono ogni istante….molto lecito) mi fa pensare oltre.

Il punto non è (solamente) il dolore per una bellezza che verosimilmente nessuno dei migliori architetti e ingegneri sarà mai in grado di riprodurre.

E anche se fosse in grado, più che di restauro, si tratterebbe forse di una riproduzione.

Secondo me si piange per altro, per qualcosa di più viscerale.

Il punto è che, se non si può fare più affidamento su una cosa così stabile, quante altre cose instabili ci sono nella nostra vita che sembrano invece perfettamente fisse? E se cadessero?

Gli psicologi con queste cose ci vanno a nozze con l’insicurezza.

Io non sono uno psicologo, ma mi viene da riflettere sull’attaccamento alle nostre certezze.

E se vivessimo meglio senza di esse?

Ok, voglio il Perseo di Benvenuto Cellini vicino casa, lo voglio. L’ho sempre visto da quando abito nella mia città, mi piace da morire, e lo voglio ancora per secoli, voglio che resti anche dopo di me. Ma se lo spostassero in un museo o crollasse incenerito da un botto di capodanno, dopo giorni, mesi di dispiacere, piano piano me ne farei una ragione.

Potrei farmi , invece, una ragione della mia casa che va in fumo, dell’insicurezza dei miei risparmi che potrebbero scomparire nel nulla, della morte delle persone che amo?

Ecco che ha un senso piangere la caduta di un tetto.

Perché è un simbolo. Di molto altro.

E allora non avrebbe forse senso non avere né una casa, né risparmi, né persone care da piangere, che poi quando si frantumano lasciano dentro un cratere di tribolazioni?

Non sarebbe meglio essere preventivamente anestetizzati dal dolore tramite l’abitudine all’assenza?

Si può vivere senza casa e senza soldi, no? Mica tutti gli accattoni muoiono di fame!

Si può vivere senza amore, no? C’è gente che basta a sè stessa!

E si può vivere anche in un ghetto industriale senza arte e storia, accanto a un centro commerciale sotto un cartone vista discarica…

Ma si vive male. Perché credo siano pochi quelli che l’hanno scelto liberamente di vivere per strada… il che è lecito.

Si vive male senza quello che ci fa sentire sicuri.

Ecco perché si vive male a pensare che il tetto di una cattedrale è caduto.

Non è solo una cattedrale. E’ il simbolo di un universo personale che potrebbe crollare.

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