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Categoria: Libero pensiero

IL NUOVO FEMMINISMO POST QUARANTENA

Che cosa ha insegnato alle donne questa quarantena? Con la chiusura di estetisti e parrucchieri, anche le signore più curate si sono dovute accettare pelose e spettinate come cavernicole. Durante il lockdown si sono viste trasformazioni, anzi trasfigurazioni, degne di un film di Dario Argento.

Messi da parte fondotinta e tacco 12, chi faceva concorrenza a Claudia Schiffer si è rivelata in realtà una seguace della strega Bacheca. Sulle faccine, prima ‘stuccate’ ad arte con la cazzuola, sono spuntati brufoli e monociglio. Fuseaux deformi e ascellari sono diventati il vero outfit e il pigiama l’unico diversivo. 

A prima vista potrebbe sembrare una retrocessione. In realtà la questione merita una riflessione approfondita. Perché il maschio può grattarsi felice il petto villoso senza rimorsi, come un macaco asiatico, e la donna deve essere sempre liscia e immacolata come Barbie? Anche le donne hanno diritto a presentarsi in pubblico struccate, in sovrappeso, con leggings sformati e ricrescite.  Se in televisione gli immarcescibili Maurizio Costanzo o Bruno Vespa hanno attraversato le generazioni, pur sfoderando la stessa cera di Tutankhamon, perché anche le donne del mondo della tv e dello spettacolo non possono invecchiare senza sentirsi additate e considerate dei pezzi da museo?

A loro, alle ribelli che se ne fregano dell’estetica imposta dal sistema, dedichiamo questo momento di riflessione post quarantena.

Botteri penna d’argento. Iniziamo dall’icona del lockdown. Giovanna Botteri è salita nel top list dei personaggi della fase 1 non solo perché inviata della Rai a Pechino. La giornalista è stata criticata dai bacchettoni del gossip per la sua chioma grigia e poco pettinata. In realtà questo martirio mediatico ha trasformato la Botteri nella Giovanna d’Arco del popolo delle ricrescite, superando nel gradimento generale la biondissima Hunziker, colpevole di aver ironizzato su di lei a Striscia la notizia. Penna d’argento batte ‘ciapèt’ di bronzo.

Il monociglio di Frida Kahlo. Frida è l’icona femminista dell’arte. La carica erotica e l’orgoglio, che trasmettono gli autoritratti della Kahlo, fanno concorrenza alla dea dell’amore ritratta dal Botticelli, emblema della bellezza. Frida non ha mai avuto paura di mostrare nelle sue opere le spigolosità del volto indio e la peluria spontanea di baffi e ciglia. L’esempio di Frida ha permesso alle donne in astinenza da estetista di accettare il monociglio selvaggio durante la quarantena e, perché no, vantarsene pure. Il detto non sbaglia: donna baffuta sempre piaciuta

Margherita Hack regina delle stelle. Nell’immaginario collettivo una stella è sinonimo di bellezza luminosa e irraggiungibile, di una divinità dell’Olimpo, magari hollywoodiano. Una che se ne intendeva davvero di stelle è stata Margherita Hack, genio dell’astrofisica e fiorentina purosangue. Ruspante come una cenciaiola di San Frediano, la Hack non ha mai rinunciato alla sua naturalezza, che non era certo quella delicata e bio di Gwyneth Paltrow. L’intelligenza e il carattere, quando ci sono davvero, non hanno bisogno di rassicurazioni estetiche. Le stelle nascono dai buchi neri…ovvia, non ce lo dimentichiamo.

Patti Smith, nostra signora del rock.  E’ stata la musa di uno dei più grandi fotografi della storia, Robert Mapplethorpe. Ma soprattutto Patti Smith è stata la regina del rock, quella che ha sparato le sue note ribelli nel periodo della contestazione. Rughe, capelli grigi e crespi non sono mai stati un problema per lei, anche perché il suo carisma è rimasto quello degli anni Sessanta. Il botox è lento, la ruga è rock.

Le flautolenze di Whoopi Goldberg – Anche qui siamo di fronte ad un talento unico, un’attrice che sa far ridere e piangere con una naturalezza incredibile. Segni particolari: nera e simpaticissima, manifesto dell’orgoglio afro e della schiettezza delle donne americane. Il soprannome che le hanno ‘affibbiato’ i  colleghi di teatro non ha bisogno di commenti: Whoopi come “Whoopee cushion”, ossia il cuscinetto ad aria che imita un peto per fare gli scherzi. Whoopi è un’altra grande icona della quarantena femminile senza complessi.

Sora Lella dixit – Ogni decreto del nostro presidente del consiglio è stato puntualmente corredato e commentato con citazioni della Sora Lella. Sul web si sono rincorsi meme che citavano il film “Bianco Rosso e Verdone”, in quella scena dove Mimmo (Carlo Verdone) chiede alla nonna (Lella Fabrizi): “Nonna, che ha detto Conte?’ – Risposta puntuale della Sora Lella “”…che te la piji…”. Ipse dixit.

La corteggiatissima signorina Silvani – La bellona dell’ufficio sinistri di Fantozzi è la dimostrazione che il relativismo assoluto non è solo teoria. In Birmania il fascino femminile si misura nella lunghezza del collo, per gli arabi l’avvenenza si pesa in chili di cicce e maniglie dell’amore…e per Fantozzi la bellezza assoluta era la signorina Silvani, alias Anna Mazzamauro. L’attrice ricorda ancora che fu chiamata per il provino di Pina Fantozzi, la moglie ‘non bella’ del ragioniere più sfigato d’Italia. “Quando arrivai nello studio – ha raccontato più volte la Mazzamauro – i produttori mi dissero: ‘non sei poi così cessa…potresti fare anche il ruolo dell’impiegata sexy”. Anche un brutto anatroccolo può diventare il sogno ‘mostruosamente’ proibito del ragionier Fantozzi.

Anna Marchesini la ‘cecata’. La clausura forzata in casa ci ha fatto risparmiare centinaia di euro di lenti a contatto. Talpe e cecate si sono potute rilassare dietro i propri fondi di bottiglia in santa pace. Su questo fronte abbiamo scelto come eroina una grande esponente del teatro italiano, Anna Marchesini. La cofana ‘nido d’uccello’ e gli occhialetti della Signorina Carlo rappresentano altri grandi simboli del lockdown. Dietro ogni bella figheira si può nascondere una cecata, ricordiamocelo sempre. 

La ministra a pois.  “La vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: io ieri mi sentivo entusiasta, blu elettrica e a balze e così mi sono presentata”. Con una ‘cofanata’ di entusiasmo, la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova ha sdrammatizzato le polemiche sulla scelta del vestito ‘tenda’ con cui è salita al Quirinale per il giuramento. Per niente intimorita dalle critiche sul suo look, la ministra dell’agricoltura ha rilanciato subito con un vestito a pois e poi ancora con un guardaroba degno di un campionario da tappezziere. Mai come nelle tute consunte della quarantena abbiamo fatto nostra la massima della signora Bellanova. Meglio un vestito copiato da Poltronesofà che arrendersi a fare tappezzeria.

Angela Merkel, un fondoschiena che fa provincia, anzi Europa. Il gran finale se lo merita lei, la signora highlander della politica. Un quotidiano italiano ritrasse Angela Merkel in una vignetta satirica mentre si beccava un sonoro calcione nel florido fondoschiena. Non vogliamo entrare nel merito politico, ma solo in quello estetico. Il ‘tailleurino’ rosa, il caschetto biondo tirolese e la taglia 50: con questo look la signora Merkel ha zittito il pollaio di giacche e cravatte che l’ha circondata per anni e anni. L’unica che la può battere? La Regina Elisabetta II, what else?

LA FORZA DELLE IDEE

Credo che le persone non sono più abituate a pensare con la propria testa, a credere che le proprie idee contano e che tramite queste si possono cambiare le cose.

Siamo abituati ad avere un contorno societario che di per sé funziona, sembra funzionare, ci garantisce cibo in quantità, ogni genere di sfizio e divertimento, (forse) una casa in cui vivere, un lavoro.
Siamo perciò tesi,in ogni momento della nostra vita, a mantenere il nostro status dentro la società, e volutamente non ci è lasciato il tempo per riflettere. Preferiscono che restiamo 8 ore in azienda senza che ci sia nulla da fare, piuttosto che mandarci a casa prima…Quello mai! Altrimenti potremmo pensare.
E i pensieri sono pericolosi per chi tira le fila dall’alto.

Crediamo di essere liberi, di vivere in una società lontana dalle dittature che leggiamo nei libri di storia, dal fascismo al nazismo, ai regimi russi e cinesi. 

Invece non siamo poi così tanto lontani da queste: a livello esteriore di sicuro, non c’è la polizia per strada che ci obbliga con manganello e olio di ricino a filare dritto…
Ma nelle dinamiche mentali tra stato e cittadini, secondo me, ci siamo molto vicini: è un regime talmente tanto potente da non aver bisogno di usare la forza per farsi seguire, ha semplicemente piallato la nostra mente che pensa così di non poter più scegliere, che non si possa fare diversamente da quanto ci viene proposto.
La mente segue il regime in automatico, senza che questo debba far sentire la propria forza, sembra quasi, così, di averlo scelto.

Siamo liberi di scegliere che il mondo debba collassare verso una fine quasi certa pur di non sacrificare le economie esistenti?
Davvero ci interessa così tanto l’economia, di cui beneficiamo solo in minima parte, da sacrificare la nostra esistenza a lungo termine su questo pianeta?
O è il regime (questo ipotetico, che si può estendere a tutto il pianeta inteso come superpotenza economica) che vuole questo?
Dov’è la libertà se non possiamo scegliere altrimenti, neppure davanti a esigenze vitali?

E’ come se ci fosse una bolla di immutabilità su certe cose…

Il pensiero è la nostra primaria libertà, il pensiero libero, scegliere cosa  ci sembra giusto e cosa sbagliato. Una volta formato un pensiero, possiamo valutare se una delle scelte che ci vengono poste davanti ci corrisponde, almeno nei punti fondamentali.

Il futuro del clima penso sia una di queste, neanche l’unica ma la più facile da attualizzare.
Se nessuna scelta ci risulta valida, a questo punto possiamo reagire e porci in modo critico, proprio grazie al fatto che in primo luogo abbiamo un pensiero chiaro dentro di noi su cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Il procedimento che seguiamo adesso come società invece è opposto: prima si guardano le scelte che ci vengono poste davanti, poi ci formiamo un’idea che possa collimare con una o l’altra scelta…
Tanto quelle sono!
In questo modo si perde completamente la libertà di pensiero, credendo che, tanto, quello che penso io non conta, e cosa posso fare io per cambiare il sistema?

Ed è qui l’errore.
Tutti quanti ci teniamo le opinioni per noi, custodite gelosamente dentro la nostra cameretta, con il timore che se qualcuno venisse a sapere che ce le abbiamo potrebbe tacciarci di eretici, di sovversivi, soggetti da segnalare e isolare.
Meglio scegliere una delle opzioni, tappandosi il naso, facendo vedere anche che ne siamo convinti, che l’abbiamo scelta.

Se invece condividessimo pubblicamente queste opinioni scopriremmo che molte altre persone la pensano come noi: che il pianeta non deve andare in fumo, che si possono scegliere condizioni lavorative diverse (smart work, part time… chi le aveva mai sentite nominare concretamente prima del corona virus?)…

Che ci devono essere dei partiti politici che si battono per il bene della popolazione e non siano solo una classe politica da mantenere…
Fare politica è portare avanti degli ideali con sacrificio, non arrivare a una poltrona.
Invece noi abbiamo una classe politica, ma nessun vero politico che porti avanti degli ideali a costo della propria vita, anche contro i suoi interessi (tengo riserva per i piccoli partiti).
Sembra strano dire questo, quasi dissonante tanto è irreale, ma i politici veri sarebbero questi, storicamente sono stati questi.
Noi votiamo ma è come se non votassimo, non c’è una vera scelta.

Se esprimiamo pubblicamente le nostre idee, se siamo fermamente convinti che queste possono cambiare il mondo in cui viviamo, nel piccolo e nel grande, se lo facciamo tutti, possiamo davvero cambiarlo aggregando persone con idee simili.

Ci sono temi di vitale importanza che nessuno rappresenta ma che credo siamo in più di tre o quattro ad avere a cuore…
Su questi temi secondo me è necessario aggregare le persone che la pensano allo stesso modo, anche se al momento non c’è nessuna via concreta che vada in quella direzione.
Si tratta di creare piccole comunità indipendenti, movimenti, partiti… qualcosa che si opponga all’inesorabile immutabilità, dettata dalle convenienze economiche.

A breve mi piacerebbe condividere con voi un’esperienza personale che mostra come la fermezza nelle proprie idee possa produrre dei cambiamenti impensabili, insperati, inspiegabili per chi vede solo l’effetto, e non la causa che ha scatenato quel cambiamento.
Ovvero noi, con la nostra convinzione, una convinzione che deve essere pronta a tutto, assolutamente ferma.

Per il discorso climatico l’ideale sarebbe creare una piccola comunità che vive in modo indipendente (proprio fisicamente), in cui chiunque si riconosca in quegli ideali, ovvero la sostenibilità e la vivibilità, possa via via aggregarsi.
Solo così si può combattere l’inquinamento ambientale, iniziando noi ad essere il cambiamento e dando il buon esempio, non in modo sporadico e disperso ma unito.
Idealmente la comunità potrebbe espandersi ed essere grande come una città, poi essere copiata da altre parti e così generare quel cambiamento globale nei modi di vita che tutti aspettiamo.

Certo è che bisogna essere disposti a mettersi in gioco, a mettere in discussione il nostro status dentro a questa barca che sta naufragando…
Ma fintanto che ci restiamo sopra ci permette di non prenderci responsabilità, di non preoccuparci , di non pensare.

Perderemmo per un momento quei privilegi che ora ci sembra di avere, che paghiamo caro con l’immutabilità e la mancanza di vera scelta.

Per poi guadagnarne di nuovi e molto più grandi.

Michelangelo Coppi ha lanciato questa petizione!
Clicca qui per saperne di più

Foto: Elisa Ricci

MAI DIRE ORMAI!

Seguire il sogno della vita da adulti si può!

Motivatori e coach ci hanno scritto libri con titoli bomba che mi hanno sempre dato l’orticaria, come “La felicità è adesso!” oppure “Prendi in mano il tuo destino: ora!”, infarciti di inopportuni, imbarazzanti e rozzi punti esclamativi…

E che tuttavia ho periodicamente acquistato!
Perché ho sempre sperato in cuor mio che davvero si possa cominciare a qualunque età.

Tuttavia c’è molta diffidenza intorno al tema.

Se avere un colpo di testa a vent’anni è socialmente accettabile, farlo “da grandi” è considerato un folle, infantile e irresponsabile salto nel buio.

Lo ammette fuori dai denti anche Gianluca Gotto, autore del blog Mangia Vivi Viaggia, che vita l’ha cambiata a vent’anni appunto, come racconta nel suo bellissimo libro “Le Coordinate della Felicità“:

“Su questo aspetto devo essere molto sincero: non sono una di quelle persone che cambiano vita a quarant’anni dopo aver comprato la casa con il mutuo, aver messo su famiglia e aver dedicato più di un decennio a costruirsi una carriera…”

E’ emblematico quindi che un amico, con un misto di sospetto ed incredulità, mi chieda “ma perché tu conosci davvero qualcuno che ha cambiato vita a 40 anni?!”.

Ci penso su.
Io si.

Ecco a voi cinque interviste a persone né eroiche né straordinarie, solo normali.
Anzi, normalmente coraggiose.

Alcune sono all’inizio del viaggio, altre a metà, altre stanno guardando la strada percorsa pronte a ripartire.

In comune hanno qualcosa di importante: l’orgoglio delle proprie scelte!

Incontrarle è stato un dono che voglio condividere, perchè stimoli tutti noi a seguire i nostri folli, audaci, genuini, normali, banali sogni nel cassetto.

Perché in fondo…”Mai dire Ormai!”

Chi è Movimento Sottile?

Foto di Copertina: Luca Bettini

LA PARTITA E’ APERTA!

STEFANIA ROBASSA
39 anni
Aspirante attrice e scrittrice
Scrive sulla sua pagina Facebook “Dal mio Punto di Svista

Stefania mi risponde al telefono da lontano… Alla fine dell’intervista parliamo del blog e mi fa “Ti mando qualche pezzo”. E’arrivato prima il pezzo dell’intervista. Peccato…perchè il vero pezzo è questo: un pezzo di vita raccontato nell’attimo esatto in cui viene vissuto il cambiamento da un momento ad un altro, quando le emozioni sono più intense che mai…Provo a riportarle su carta (o quel che è) con la stessa forza con cui mi hanno travolto.

Stefania, dove sei ora?
Ho fatto un salto nel vuoto. E sto ancora volando.

Che cosa è successo?
E’ successo che dal 1 Gennaio 2019 ho lasciato il lavoro, a 38 anni.

Dall’oggi al domani? Così di botto?
No! E’ una scelta che volevo fare da tempo ma avevo sempre rimandato. L’ho ponderata molto.
Ma in realtà l’ultimo lavoro che ho avuto dentro di me sapevo fin dall’inizio che non sarebbe durato molto. Sono andata avanti tre anni…

Torniamo indietro. Cominciamo dall’inizio…
Io ho iniziato a lavorare subito dopo il diploma nel bar di famiglia, un lavoro part time che mi permetteva di vivere e allo stesso tempo portare avanti quella che era sempre stata la mia passione: la recitazione.  Poi lo abbiamo dovuto chiudere e mi sono ritrovata a 32 anni con il culo per terra, senza arte nè parte…

Posso immaginare…
Lì ho avuto la prima crisi… i miei unici datori di lavoro erano stati la mia famiglia. Così quando mi sono trovata con dei datori di lavoro sconosciuti ho capito che non ero portata al lavoro da dipendente.

E che cosa hai pensato di fare quando ti sei trovata “col culo per terra”, citando testualmente?
Mi sono trovata altri lavori precari, fino a quando sono entrata in uno studio dentistico a lavorare full time, e non ho avuto più tempo per la recitazione.

Ed è allora che hai smesso?
In quel momento ho incontrato la fatidica goccia che fa traboccare il vaso: ho dovuto rinunciare ad un progetto teatrale a cui tenevo molto perché non avevo tempo per le prove.
Mi sentivo di aver perso un treno, in realtà questo evento mi ha messo di fronte ad una domanda amletica…

E sarebbe?
Vuoi continuare a vivere così?  A fare un lavoro che, seppur rispettabilissimo (a tempo indeterminato, ndr), la mattina non ti fa alzare dal letto felice?

E te ne sei andata.
Non senza fatica. I giorni successivi sono stati durissimi. Non ero pentita ma ero insidiata dall’ansia e avevo uno stato psicofisico debole. Eppure ero contemporaneamente piena di adrenalina!

Sei stata molto coraggiosa!
Non sono un’eroina. Non lasciavo una situazione economica floridissima, per cui è stata una scelta più semplice, ma tuttavia è stata dura lo stesso.

Come hanno reagito le persone intorno a te?
Con i datori di lavoro avevo un bel rapporto, mi hanno capito. Conoscevano la mia vera passione. Non ho lasciato perché c’era un brutto ambiente, anzi! Ho lasciato perchè avevo un altro sogno!
Mia madre mi ha appoggiata perché vedeva che non ero felice, anche se avrebbe preferito che avessi lasciato con qualcos’altro in mano.
Altri mi hanno ferito giudicandomi alzando anche solo un sopracciglio, e semplicemente ho deciso di non condividere la mia scelta con chiunque.

E che hai fatto poi?
Dal 1 gennaio 2019 sono stata libera. Ho fatto tutti i corsi di teatro che ho potuto, ho viaggiato, e poi ho partecipato ad un concorso di poesia, riscoprendo anche la passione della scrittura. E mi sono iscritta all’Università (Lettere con indirizzo Arti e Spettacolo), a 39 anni!

La scrittura? E che c’entra con il teatro?
C’entra perché c’è stato un periodo quattro di anni in cui non ho fatto nulla con il teatro perché, lavorando, non avevo tempo, e la scrittura mi ha permesso di sfogare sia la mia frustrazione che la mia energia.
Ed è allora che è nata la mia pagina Dal mio Punto di Svista, che va avanti da cinque anni ormai…

Oggi in che fase sei?
L’anno sabbatico che mi sono presa sta per finire.
Finora ho campato con vecchi risparmi che avevo.
Mi sono voluta regalare quest’anno: il primo nella vita in cui non abbia lavorato per guadagnare.

Un anno bello denso di esperienze e movimento, però! Non esattamente un anno di vacanza…
Si ma adesso il gioco si fa più duro. E se non riuscissi a vivere delle mie passioni, a trovare un lavoro che mi soddisfa? Questo è il pensiero più opprimente adesso. Ma so anche che sono una che non ha paura di sacrificarsi.

C’è stato un momento in cui hai pensato che avevi fatto la scelta giusta?
Quando ho mandato la poesia al concorso e mi hanno chiamato per dirmi che avevo vinto. E mentre mi sono vista emozionarmi mentre ritiravo il premio, ho avuto la consapevolezza di essere sulla strada giusta.

Tornassi indietro faresti scelte diverse?
A volte mi dico “Se non avessi lasciato l’Università a 20 anni…” ma a che serve? Io sono figlia delle scelte che ho fatto nel momento in cui le ho fatte, pensando fossero giuste per me in quel momento.
E poi la vita è fatta di incontri che io chiamo “Big Bang” e che ci fanno fare delle scelte, e io questi incontri li ho fatti da adulta, non li ho fatti a 20 anni…

Se tu dovessi dare un consiglio a chi si trova in una situazione di stallo, come era la tua, quale sarebbe?
Ne ho due.
Di prendersi un anno sabbatico, se ne ha la possibilità. Per frenare. Per darsi spazio. Non ne abbiamo mai tempo. Io, certo, non ho figli, o famiglia da mantenere, per cui è stato più facile: le scelte che sto facendo ricadranno solo su di me.

E anche i meriti ricadranno su di te.
E le soddisfazioni anche! Che è quello che spero.

E il secondo consiglio?
Di giocarsi quella carta ipotetica di riuscire, anche se ci fosse solo il 2% di possibilità di farcela.
Se non la si gioca, non sapremo mai se era la mano vincente…

La tua partita è tutta aperta, Stefania! In bocca al lupo.
Crepi il lupo.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

DUE VITE PER LA DANZA

ARACELI BARCENAS
61 anni
Danzatrice professionista e coreografa.
Fondatrice della Scuola Danza Teatro delle Origini, linguaggio che diventa Specializzazione nella Scuola di Formazione per Operatori del Centro Toscano di Arte e Danza Terapia.

Mi accoglie elegantemente con un the nella sua casa piena di libri che odora di tre vite almeno, e che sembra di poter lasciare da un momento all’altro, in partenza per il suo Messico o per chi sa dove… Impossibile dare un freno alla sua energia, come replicare il movimento del suo corpo: include almeno venti tipi diversi di onde. Andrebbe vista ballare per apprezzare davvero il sapore della sua storia. Che parla di tre Paesi, di Rivoluzione e di studio. Ma è qui a Firenze che ha deciso di portare le sue onde, alla fine. E menomale, altrimenti non ci saremmo incontrate, e il mare addosso a qualcuno non l’avrei visto mai…

Ara, quando hai deciso di cambiare vita quanti anni avevi?
Ho deciso di fare della danza la mia vita due volte. La prima volta avevo 26 anni.

Ma la danza non si inizia da bambine?
E infatti tutti dicevano che ero fuori di testa! E anche io me lo dicevo. Solo che mi rispondevo “Io ci provo!”.

Era una passione iniziata da poco tempo?
No, io ho iniziato danza classica che avevo 15 anni (che comunque per iniziare era già tardissimo) ma lo facevo come hobby amatoriale.

Avresti voluto farne una cosa più seria?
A quell’età andai a vedere se mi prendevano in una scuola professionale di danza moderna, ma mi dissero che ero troppo grande e mi consigliarono di finire gli studi. E ci ho messo una pietra sopra!

E ti sei iscritta all’Università.
Economia. Tutto un altro mondo… E poi ho iniziato la carriera politica, e 19 anni sono andata in Nicaragua con un gruppo politico a partecipare alla rivoluzione.

La rivoluzione?! Un personaggio cinematografico il tuo…
La mia vita un film lo è in effetti (sorride, ndr). Io sono Messicana. Erano quelli anni di grande fermento in Centro e Sud America, c’era il sogno di fare la rivoluzione in tutta l’America Latina.
Perdo un anno di Università per seguire questo ideale e poi torno in Messico e lascio la politica. Ne avevo visto il lato brutto, non faceva per me. E finisco l’Università. Perchè io sono una che finisce sempre le cose!

Già da qui si vede che sei tosta.
E infatti mi laureo, e comincio a lavorare dentro il Ministero dell’Economia. Avevo i miei soldi, la mia casa, divento assistente del Segretario Tecnico all’Istituto Nazionale di Antropologia, avevo una carriera scritta davanti: adesso probabilmente sarei il Direttore di qualche Museo.
Ma soffrivo quando andavo a lavorare…

E il pallino della danza torna.
Torna forte. Decido di trasferirmi a Parigi per studiare danza contemporanea. A 26 anni! Una cosa folle! Vendo la macchina, le mie cose e me ne vado. Con pochi soldi. Io venivo da una famiglia modesta dopotutto.

E’ stato un periodo difficile?
E’ stato in assoluto il più difficile! Prima di tutto avevo una mente razionale sviluppatasi nel lavoro che avevo fatto fino ad allora, e dovevo cambiare mentalità. E poi non avevo soldi e ho fatto di tutto: dalla donna delle pulizie a chiedere i soldi in metropolitana insieme ad un’amica: lei cantava e io ballavo. Mi sembrava fosse tutto troppo difficile, che non imparavo nulla.  Non sapevo la lingua, ero sola. Ma ero testarda. E tornare indietro a fare la burocrate, non volevo.

Cosa pensavi in quel periodo?
Mi vergognavo e pensavo “Se mi vedessero la mia famiglia, i miei amici…”. Sapevo che erano lavori umili che non avrei fatto per sempre, che mi servivano in quel momento per raggiungere un sogno. Io sapevo chi ero io. Ma certo ho avuto momenti in cui sono stata tentata di tornare indietro o di cambiare Paese.

E poi hai incontrato Leonardo (il marito, ndr).
E siamo venuti in Italia. Ho seguito l’Amore! All’inizio non è stato facile perché a Parigi avevo tutta la danza che potevo volere e a Firenze non c’era la stessa produzione artistica. Ma trovo un’insegnante che mi dà una visione ancora diversa e imparo un altro modo di fare danza, più astratto, che mi interessava molto.

Seguire l’amore dove ti ha portato?
Di nuovo in Messico, insieme a Leonardo. Abbiamo avuto un figlio. Decido di vivere lì, di abbandonare la danza per necessità economica e di fare la carriera di giornalista. E lo farò per 12 anni! Un’altra carriera stabile! Ma la danza era ancora nella mia testa. E infatti mi metto a studiare danza Afro-Antillana per hobby. Non ne potevo fare a meno…

E decidi di fare della danza la tua vita per la seconda volta!
A 36 anni! Stavolta perdo la testa per la danza definitivamente! Mi si apre un mondo: entro in una compagnia di ballo, faccio anche teatro, e alla fine inizio a fare l’insegnante di danza e le cose funzionano, avevo successo…

E poi nel ‘96 arriva la crisi economica…
E ci trasferiamo nuovamente a Firenze. Avevo 38 anni e un figlio piccolo. Comincio a insegnare latino-americano perché era di moda. Ma mi annoiava molto e quindi presto passo ad insegnare Danza Afro con un approccio terapeutico: studio come il ritmo influenza il benessere della persona. E da lì continuo a studiare. E studiare. E studiare. E non ho smesso più perché io sono una ricercatrice prima di tutto!

Ti senti una ballerina?
Mi fa fatica dirlo perché, in un mondo dove tutto è un documento, non ho un diploma specifico. Ma ho avuto così tante esperienze…e alla fine tutte insieme mi hanno portato a concettualizzare il mio progetto di Danza Teatro delle Origini.
Sono sicuramente un’insegnante di danza. E una persona che ama danzare.

Oggi hai 61 anni (anche se ne dimostri 50 e hai il fisico di una 20enne…). Mi chiedo, con la lucidità di una vita trascorsa, faresti qualcosa di diverso oggi, per seguire il tuo sogno?
No. Perché il mio concetto di danza è sempre stato “libertà” e inconsciamente forse l’ho sempre seguito. Non volevo essere ingabbiata in una tecnica.

Che cosa ti ha aiutato a non mollare?
La forza interiore. L’ambizione di raggiungere quello a cui aspiravo. E visualizzare il sogno! Io avevo tante voci in testa, ma la danza era la voce più forte. E se è forte torna sempre a bussare.

Cosa consiglieresti a chi vuole inseguire il suo sogno ma dice che è troppo tardi?
Che se lo vuole fare, si può fare!  L’importante è creare nel momento presente le condizioni per fare quello che si vuole. Nel mio caso, siccome non avevo soldi, lavoravo per pagarmi le lezioni di danza, e sicuramente soffrivo a fare quei lavori umili, ma sapevo che erano il mezzo per realizzare quello che volevo.

Un ricordo particolare?
Un tempo facevo le pulizie in un palazzo in Via Ghibellina, per vivere.
Dopo molti anni mi sono ritrovata, nello stesso palazzo, a tenere uno stage come insegnante con circa 25 allievi.
E’ stato un bel riscatto.

(pausa)

Mi dicono che sono una persona molto fortunata.
Io dico che sei una persona molto coraggiosa.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

ESPORSI, NON ESIBIRSI!

MARIA PAOLA SACCHETTI
53 anni
Attrice professionista e insegnante di teatro.
Fondatrice di Cat23 Centro Arti Teatrali

La prima volta che l’ho conosciuta, alla presentazione del corso di teatro che guida, mi convinse il suo motto “Esporsi, non esibirsi!” Quella sera non ho incontrato solo una brava attrice e insegnante, ma la storia di una persona speciale che è passata dalla timidezza al palcoscenico mettendosi in gioco continuamente. Una storia che appartiene anche a me! E in realtà a tutti. Ve la regalo col gusto che solo i doni preziosi hanno.

Mappi, quando hai deciso di fare teatro?

La prima lezione l’ho fatta a 29 anni. Dieci anni dopo il primo desiderio di farlo.

Grandina!
In realtà a 19 anni che volessi fare teatro l’avevo ben chiaro in testa, ma mi dissi “Io?! Fare l’attrice? Non ci si fa!” perché ero timidissima e infatti mi iscrissi all’Università a Lettere per studiare Storia del Teatro pensando “Almeno il Teatro lo leggerò sui libri…”.

E poi che è successo?
E’ successo che a 29 anni il coraggio l’ho trovato! Ma ormai pensavo di essere vecchia! E mi vergognavo talmente tanto della mia età che mi sorprese sentire, dalla segretaria della scuola alla quale telefonai per chiedere se mi potevo iscrivere, che non c’erano problemi.
Io sapevo che l’età giusta per iniziare era 19-20 anni e infatti molte scuole a 26 anni chiudevano le iscrizioni…

E invece poi ne hai fatto un lavoro!
No percarità! A quell’epoca mai avrei immaginato che potesse diventare un lavoro: era solo un modo per vincere la mia timidezza. Anzi era un tentativo!

In che senso?
A Firenze in quegli anni c’era ancora la grande scuola di Orazio Costa, fondatore del Metodo Mimico, un importante metodo di formazione per attori.  Quello che se ne sapeva da profani fuori era che si veniva scaraventati su un palco a “fare cose”.  Tipo “Mi faccia l’acqua”, oppure “Salga su quel palco e faccia il vento”, “Diventi fango, signorina”.  Leggende metropolitane del teatro per atterrire i timidi.  Con successo, evidentemente. Alla prima lezione 10 anni dopo andai pensando “Se mi fanno fare il fuoco, io vado via!”. Ero terrorizzata. Ma abbastanza forte da girare i tacchi e andarmene!

E invece non te ne sei andata!
Tutt’altro! Il fuoco non me l’hanno fatto fare per fortuna, e io ho scoperto nel teatro la cosa che mi piaceva come niente altro che avevo mai fatto nella vita. Provavo una gioia e una felicità mai avute! Non dormivo la notte dalla felicità!

Ma a quell’epoca per campare cosa facevi?
Insegnavo italiano per stranieri e mi piaceva. Vivevo da sola, avevo la mia indipendenza, i miei soldi.
Però quando arrivò il teatro nulla reggeva al confronto: mi piaceva troppo di più!

Quindi cominci a studiare recitazione.
E regia! Alla fine mi diplomo in entrambi i corsi. Ma non mollo l’insegnamento agli stranieri. E allo stesso tempo continuavo a studiare di teatro (pedagogia teatrale, per esempio) fino a che il mio insegnante di allora mi chiese se mi andava di cominciare ad insegnare nella sua scuola.

Fu un bel riconoscimento!
Si, ma mi fece anche capire di non montarmi troppo la testa! Comunque affidò a me il primo anno propedeutico di accesso alla scuola e io cominciai ad insegnare ai principiati assoluti. Insegnavo teatro e insegnavo l’italiano agli stranieri.

Insegnante 24 ore su 24 quindi…
E iniziò il conflitto! Perché cominciai a guadagnare anche con il teatro, anche se era pochissimo. E mi cominciò a stuzzicare l’idea che, quindi, con il teatro si potesse vivere!
Intanto l’insegnamento per stranieri mi stava sempre più stretto…

Hai insegnato otto anni in questa scuola dove ti eri formata, e poi?
E poi io decisi di lasciare perché mi sentivo stretta anche li.
A quella scuola devo tanto della mia formazione, ma a un certo punto sentii che, oltre a fare l’insegnante di teatro, dovevo trovare una via per fare l’attrice, per mettermi alla prova, e lì non avevo spazio.

Va bè, avrai cercato altri contatti quindi…
Ma non sapevo come fare, da chi andare… Oltretutto come attrice pensavo di non valere niente.
Mi demoralizzai e smisi. Con grande dolore. Smisi per un anno. Avevo 41 anni.

E poi arrivano gli amici del cuore, che ci salvano sempre dal baratro…
Eh si (sorride con dolcezza…). Arrivarono gli amici di teatro (Marco Lombardi, Caterina Boschi e Aldo Innocenti, ndr) che volevano costituire una compagnia. Mi contattarono e mettemmo su uno spettacolo in un piccolo spazio appena nato, il Nexus Studio, piccolo ma pieno di energia.
Lo chiamavamo “Spettacolino”, per non darci troppa importanza…

E probabilmente una grande energia lo ebbe anche lo spettacolo…
Direi di si se un paio di persone che mi videro recitare andarono casualmente a riferire ad Alessandro Riccio che ero davvero brava!

Casualmente…E lui che disse?
E lui, che a Firenze conosceva tutti, disse che questa Maria Paola Sacchietti non l’aveva mai sentita… Ma mi chiamò per un provino!

WOW!
Eh aspetta…al provino lui mi fece “Non è che mi sei piaciuta tanto però hai una bella energia, il ruolo è piccino, proviamo…”
Solo che alla fine a quel ruolo piccino se ne aggiunse un altro, quasi senza battute, che era della “pazza”: piacque a tutti! Ancora oggi lui non si spiega come mai mi veniva tanto bene proprio il ruolo della pazza… (sarcastica).

E poi che succede?
Una cosa strana! Mi prende da una parte e mi dice che gli piacevo perché non ero ruffiana, ero indipendente, me la cavavo da sola e, che se avevo in mente progetti da sviluppare lui mi avrebbe dato una mano!

…adesso lo posso dire?! WOW!
In quel momento in effetti è scattata dentro di me la consapevolezza che qualche valore lo dovevo avere anche come attrice… E Alessandro non solo mi dette una classe di recitazione da seguire, ma mi chiamava in tutti gli spettacoli che faceva!

Mi sa che proprio schifo come attrice quindi non facevi!
In più con gli amici del cuore di cui sopra abbiamo fondato la compagnia “Giardini dell’Arte” che è diventato un progetto con cui giriamo l’Italia. Non c’è concorso in cui non ci riconoscono almeno un premio.

E neanche come insegnante facevi schifo!
Avevo la capacità di fidelizzare gli allievi. Ci sapevo fare. Avevo sempre più corsi da seguire… tanto che alla fine, a 42 anni mollo l’insegnamento con gli stranieri e prendo un’aspettativa di 6 mesi per vedere se potevo vivere di teatro.

Una bella scelta! La forza dove l’hai trovata?
Ero forte della mia autostima, che finalmente dopo tanto patire avevo trovato! Improvvisamente tutti volevano lavorare con me, avevo due corsi miei, riconoscevo di valere. Era un periodo buono.
E poi mi resi conto che adesso metà della mia giornata era assorbita dal lavoro con gli stranieri, e mollandolo mi davo l’opportunità di dedicare tutta la giornata al teatro e potevo fare lo scalino che mi mancava per migliorarmi come attrice.

La dedizione allo studio ce l’avevi…
Senza pratica e impegno, non ce la raccontiamo, anche Meryl Streep non sarebbe diventata quel che è! Figuriamoci io che non ero particolarmente talentuosa… E poi mi capita un’occasione d’oro!

E cioè?
Preparare uno spettacolo con Alessandro, io e lui da soli. Che regalo che mi fece! Potevo lavorare tutto il giorno con lui da sola, e imparare tanto, e poi avere una visibilità eccezionale. In quei sei mesi ho fatto l’attrice per davvero. Ed era per me una gioia incredibile.

Non senza rischi.
Io ero cosciente che stavo rischiando tutto. Siamo intorno al 2010, la crisi economica e il resto: chi aveva un lavoro non lo mollava. Ma è anche vero che avevo un buon rapporto con la Scuola di Italiano per Stranieri, e se proprio il teatro non avesse funzionato, potevo tornare indietro.

Il piano famigerato B!
Di tornare indietro però non c’è stato bisogno! Ho insegnato per nove anni.
Ho iniziato con 5 allievi e alla fine ne avevo 60.
A un certo punto il lavoro andava così bene che ho voluto rischiare di nuovo per fare un passo in più (tanto ormai mi ero abituata a rischiare): e ho deciso di aprire una scuola mia!

Ed eccoci al Cat 23. Perché una scuola tua?
Volevo decidere io della mia scuola: decidere gli orari, decidere se accettare o meno gli allievi, avere regole mie, volevo avere “potere” della mia vita professionale. Pare brutto dire così, ma sentivo che me lo dovevo. Volevo avere la prova che gli allievi mi seguivano perché volevano me come insegnante, non perché ero l’insegnante gentile e carina e basta.

Come nasce il Cat23?
L’agenza immobiliare mi chiama e mi dice che hanno trovato un posto che potrebbe fare al caso mio. Era sotto casa mia, nello stesso palazzo!

Un segno!
Io non credo al destino, ma forse dovrei ricredermi…

Con che soldi lo hai tirato su, se posso permettermi?
Con l’eredità di mio padre che io non avevo mai toccato per orgoglio. Mio padre era un pianista e non avrebbe voluto altro che io abbracciassi una carriera artistica. Ecco…mi è parso il modo giusto di usare quei soldi. Ma non dimentico neppure l’aiuto degli amici, fra cui Alessandro, che mi hanno portato divani, sedie, supporto e sostegno di ogni genere!

E se tu dovessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto ma pensa di essere vecchio?
Una volta la vita della gente era segnata e sicura. Ora è tutta incerta. Ed è proprio nella precarietà che si può trovare l’opportunità per buttarsi, se non ci lasciamo spaventare!
E lo vorrei dire anche ai giovani, che sembrano già spaventati prima di partire…
Mai dire Ormai!

Mappi, ho un’ultima domanda molto importante…ma alla fine il fuoco l’hai mai fatto?!
Ah se è per questo ho fatto anche la noce!
(risate collettive,ndr.)

Torna a MAI DIRE ORMAI!

SULLA VIA DI SANTIAGO

PAOLA ANDREANI
37 anni
Educatrice e Fondatrice 
dell’asilo nido Piccole Orme-Firenze

Mi chiama un’ amica e mi dice “Ho una bella storia per te!” ed è così che ho conosciuto Paola. La rintraccio al telefono:”La mattina ho i bambini”, mi fa… Lì per lì penso ai suoi figli, invece intende i suoi bambini dell’asilo e il tutto mi appare avvolto da un’aura di dolcezza e tranquillità…Poi mi racconta la sua storia e invece mi colpisce da subito la fatica e l’impegno! Che sia tanto romantico cambiare vita, è un’illusione di quelli che credono nelle favole…ma la storia di Paola dimostra anche che, se le favole le desideri e ti impegni, si realizzano davvero!

Paola, tu sei stata folgorata quasi letteralmente sulla via di Damasco…
…nel mio caso di Santiago!

…De Compostela. L’ho fatta anch’io: è un’esperienza che può rivelarsi illuminante, in effetti. Che cosa ti ha spinto a partire?
Era un periodo particolare. Il mio fidanzato mi aveva lasciato ed il lavoro non mi piaceva più.

Non deve essere stato un bel momento… Che lavoro facevi?
Mi sono laureata in Giurisprudenza ed ho fatto il tipico percorso per diventare avvocato. Ho lavorato a Milano in un grande studio, poi ho fatto un concorso e sono rientrata in Toscana a lavorare nell’ufficio legale di una banca. Avevo prospettive di crescita, ma non entusiasmo: ero entrata in un meccanismo (o in un tunnel, dipende dalle opinioni) ed andavo avanti secondo copione…

Avevi 29 anni. E lavoravi già da qualche anno come avvocato! Un percorso sudato: mi pare tu sia stata molto brava…
Ho sempre avuto un gran senso del dovere. E tuttavia in quel momento entrai in tilt!
Dovevo fare le vacanze con lui e invece…allora decisi di partire da sola per fare questo viaggio a piedi.
Volevo ritrovare una mia dimensione per stare bene…

E sul Cammino incontri l’illuminazione…
Davvero un’illuminazione la mia! (sorride, ndr).
Incontrai una signora francese nel bel mezzo di un campo di girasoli! Questa immagine diventerà iconica per me!
Lei mi raccontò di aver stravolto la sua vita, e fu allora che vidi chiaramente che la cosa che mi sarebbe piaciuto fare più di tutto nella mia era lavorare con i bambini.

Un’idea campata in aria o avevi già avuto delle esperienze?
Io avevo fatto sempre volontariato con i bambini, sono stata anche in missione in Messico.
Pensai che questo era l’ambito in cui dovevo cercare la mia dimensione, anche lavorativa.
Fra l’altro ormai mi era chiaro che il mio lavoro me lo sentivo stretto…

E cosa facesti una volta tornata a casa?
Feci una chiacchierata con una signora che conoscevo che aveva un asilo nido e mi convinsi che la mia strada era davvero quella! Ma per lavorare con i bambini piccoli era necessario avere il Diploma Magistrale. E allora mi decisi a tornare sui banchi di scuola!

Oddio! L’idea di rifare le Superiori mi terrorizza ancora in sogno…
Figurati a me! Che facevo due lavori! La mattina lavoravo in banca, la sera andavo a scuola fino alle 22.00. Dormivo e mi svegliavo alle 6.00. Sabato compreso. Per un anno. E’ stato un incubo…

Accidenti, però sei stata resistente e determinata!
Devo dire la verità… durante le vacanze di Natale, ho mollato! Non ce la facevo più. Ero stanca, e fra l’altro intorno avevo solo gente che mi prendeva per pazza!

In che senso? Che ti dicevano per tirarti su di morale?
A parte mio fratello gemello che mi ha sempre sostenuto, tutto il resto della famiglia mi diceva “come fai a mollare tutto quello che normalmente gli altri vogliono?!” Intendendo un lavoro a tempo indeterminato, possibilità di carriera ecc…

Ma continuasti comunque. E riprendesti a studiare per prendere questo benedetto diploma…
Si, perché in quel mese di pausa avevo capito che in realtà io volevo davvero fare l’educatrice! E ce l’ho fatta! Ho preso il diploma! E lì è arrivato il vero momento dell’incertezza: “E ora che faccio? Mi son detta…”

Ma come!? Eri già a metà strada…
Eh, ma il dubbio era forte: dovevo mollare tutto quello che avevo costruito fino allora (la laurea, la gavetta da avvocato) per fare qualcosa che aveva un senso, oppure dovevo ammettere che era stata tutta una nuvola di fumo passeggera?
Nel dubbio decisi di prendere un anno di aspettativa. Per rispondere a questa domanda, prima andai un mese in Africa a lavorare in un orfanotrofio, e poi iniziai un tirocinio in un asilo nido…
Alla fine dell’anno presi la mia decisione finale e mi licenziai!
Avevo 31 anni.

E decidesti di aprire un asilo tuo!
In realtà ho cominciato a fare sostituzioni in vari asili fino a quando sono entrata in un asilo nido come socia comprando le quote di una persona che se ne stava andando.
Sono rimasta lì un anno e mezzo, mentre nel frattempo continuavo a formarmi.

E poi te ne sei andata? Perché?
L’asilo di cui ero diventata socia era una realtà già rodata, e avevo desiderio di creare qualcosa di mio.

Dove li hai trovati i soldi per aprirlo, se posso farmi gli affari tuoi?
Avevo la buonuscita che la banca mi aveva dato alla fine del rapporto di lavoro. E per aprire l’asilo tutto mio, oltre ad un aiuto da parte di mio babbo, ho chiesto anche un finanziamento.
E ho aperto un asilo domiciliare di 7 bambini.

Quale è stato il momento più difficile di tutta questa vicenda, Paola?
Trovare il coraggio di licenziarmi! E’ stato il momento della svolta.

E dove hai trovato la forza per farlo?
Nel desiderio di sentimi finalmente protagonista di una mia scelta che sentivo profondamente.
E poi, a dire il vero, in quel momento non avevo ancora una famiglia mia, quindi potevo mangiare pane e vino, e mi sarebbe andata bene lo stesso!

Pane e vino non è poi tanto male! (rido, ndr)
…se tu volessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto, ma pensa di essere fuori tempo massimo, che cosa gli diresti?
A parte che troppo grandi non si è mai! Ma poi, se uno sente di avere nelle proprie corde altro da quello che sta facendo, che si butti! Ne guadagna proprio come persona! Ti cambia la vita. In ogni caso ne guadagni in serenità!

Se fosse andata male ti sei mai chiesta cosa avresti fatto?
Avrei dovuto trovare un’altra soluzione. Ma indietro non ci sarei tornata più! Di questo ero certa.
Tuttavia io avevo la sensazione netta che la cosa poteva funzionare! Me lo sentivo! Non so spiegartelo…

L’asilo come si chiama?
Piccole Orme. Lo volevo chiamare il Girasole perché l’illuminazione l’ho avuta nel campo di girasoli in Spagna…ma mi aveva già fregato il nome un’altra attività lì nei pressi!

Mannaggia! Sarebbe stato di buon auspicio!
E’ andata parecchio bene lo stesso! Di più non potevo davvero desiderare. 

Torna a MAI DIRE ORMAI!

FAME DI LIBERTA’

LUCA BETTINI
45 anni
Imprenditore
Martin Eden & Tornabuoni

Luca è un amico di vecchissima data. La sua storia la conosco a memoria, ma abbiamo fatto un patto “Raccontamela come se non ci conoscessimo!” E così, è stato bello scoprire una nuova storia: la sua. Vista da un’unica prospettiva: la sua. Vi presento dunque il racconto di un ragazzo che un giorno ha preso il mare. E ancora veleggia con lo stesso entusiasmo contagioso…e la paura del mare passa, mentre arriva la voglia di salpare anche a me!

Se dovessi dare un nome (e voglio darlo!) alla tua storia la intitolerei “Fame di Libertà”! Sei d’accordo?
Te lo sottoscrivo.

E se uno ha voglia di libertà tendenzialmente cerca di mettersi in proprio, non va certo a fare il dipendente…
Si, ma non è che mi sono svegliato una mattina e ho deciso di aprire una mia attività. Il pallino io l’ho sempre avuto, ma c’era della strada da fare! E non sapevo neppure in che settore mi sarei buttato! Ma non era rilevante: avrei potuto vendere bottoni o cappelli, sarebbe stato lo stesso: non era quello il punto.

Il punto era l’affermazione personale, mi pare di capire…Anche iscriverti all’ Università faceva parte della strada da fare?
A suo modo si! A dire il vero alle Superiori ho avuto un percorso “traballante”, e proprio per questo mi volevo mettere alla prova! Volevo dimostrarmi che ce la potevo fare a prendere un titolo di studio, anche se non mi sarebbe servito a fare l’avvocato (ho studiato Giurisprudenza).
E poi guardavo i grandi imprenditori degli anni Ottanta e vedevo che in molti avevano studiato, e io volevo fare come loro…

Berlusconi è laureato in Giurisprudenza in effetti, per dirne uno a caso…
E infatti poi mica ha fatto l’avvocato!  Io volevo arrivare in fondo, prendere quel titolo e usarlo per entrare nel mondo del lavoro, ma dalla porta che volevo io.

E così è andata!
Si perché quel pezzo di carta mi è servito per entrare in un’azienda.

Scelta a caso?
E’ stato il caso. O meglio, il destino. Cerco un’offerta di stage, faccio vari colloqui e alla fine ne faccio uno in un’azienda e mi rendo conto subito che è un’occasione che non devo perdere.  Era un’azienda vera, che esportava. Riesco ad entraci e cerco subito di imparare il più possibile. E di mettermi in luce.

Perché dici il destino?
Perché quell’ azienda si occupava di illuminazione di design, e questo ha segnato la mia storia. Se fosse stata un’azienda di scarpe, adesso probabilmente farei scarpe.
E poi perché, appena entrato, conobbi Marco, che era il responsabile commerciale e praticamente io ero il suo stagista. Dopo neanche cinque giorni eravamo già a parlare di fare qualcosa insieme in futuro… E oggi è la persona con cui ho fondato la mia seconda azienda!

Ma non salterei le tappe… Mi hai raccontato che questa persona alla fine fu mandata via e te prendesti il suo posto…
La vita è strana. Si, è andata così. A quel punto cercai di imparare il più possibile, anche se mi dispiaceva umanamente che lui fosse stato mandato via. Dopo quattro anni cominciai a pensare a come poter uscire dall’azienda.

Sapevi che non era un posto di lavoro per la vita, quindi
Lo sapevo da sempre: ero li per imparare. E la sera a casa lavoravo per il mio progetto insieme ad un ragazzo che avevo coinvolto e che si occupava della parte tecnica. E’ stato un periodo durissimo: facevo le due di notte a creare un’azienda dal niente, e la mattina andavo a lavorare per lo stipendio.

Tu ti occupavi della parte commerciale e lui di sviluppare il prodotto.
Ho aperto la partita IVA, abbiamo sviluppato il brand dal niente, e stavo avendo i primissimi risultati. A quel punto avrei dovuto avere il coraggio di staccarmi dall’azienda per cui lavoravo e aprire la mia. Ma il coraggio non l’ho trovato. E quello è stato il momento più brutto perché sapevo che, se non avessi trovato il coraggio, il progetto che avevo in mano era destinato a morire.

Perché non hai trovato il coraggio?
Perché farlo a 30 anni è una cosa, ma io avevo 42 anni, un mutuo e una bambina piccola.

E che è successo?
Che il destino mi ha aiutato un’altra volta! Se lo vogliamo chiamare destino… L’azienda scopre questo mio progetto, non era chiaramente felice, e “ci siamo separati”.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ed mi ero anche un po’ preparato all’evenienza: ma un conto è prepararsi, un conto è trovarsi senza lavoro dall’oggi al domani…

Come ti sentivi?
In mare aperto.  Ma la cosa strana è che dal momento che mi hanno detto “te da domani non hai più uno stipendio” invece che sentirmi terrorizzato, mi sentivo finalmente libero! E tutto ciò nonostante le preoccupazioni per la parte familiare…

Il resto della famiglia come l’ha presa?
Eh… erano tutti preparati perché sapevano che prima o poi l’avrei fatto, ma sono dovuto andare dai miei genitori e dai miei suoceri e sentirmi dire “Ora t’arrangi!” E giustamente.
Fuori dai denti pensavano fossi un un incosciente, forse un coglione.

Con il senno di poi, lo eri?
Con gli occhi di oggi forse sono stato un incosciente. Ma allora mi sentivo solo libero. Sulla carta, da dipendente avevo tutto quello che tanta gente desidera: stipendio, macchina aziendale, rimborso spese, viaggiavo per l’Europa, avevo una certa autonomia. Ma non ero libero.
Lavoravo per realizzare il progetto di qualcun’altro. E quindi non ero felice. Ora ero in mare aperto, la riva era lontana e anche l’approdo era incerto e non si vedeva…

Che periodo è stato quello degli inizi?
Pazzo! Ti racconto questa. Partii con una collaboratrice e decidemmo di farci il giro dei clienti in Europa per prendere contatti. Affittai una macchina e facemmo Firenze-Zurigo-Parigi-Bruxelles-Berlino-Varsavia-Praga-Monaco-Costa Azzurra-Firenze: 8000 Km in una settimana. Una spesa esorbitante e poco utile. Fu il viaggio della speranza!

Che difficoltà hai avuto in mare aperto, come dici te?
Mi sono scontrato con la realtà. Per quanto avessi pianificato tutto nei minimi dettagli, non era facile come pensavo. Non avevo calcolato le disponibilità economiche necessarie, il bisogno di investimenti, credevo di avere i contatti sufficienti, ho fatto un errore sul prodotto mettendo insieme illuminazione ed arredo senza specializzarmi… e ho buttato via un sacco di soldi.

Dove li hai trovati, i soldi da buttarci?
Li avevo messi da parte e in più avevo il TFR. Ma non bastava… E poi non è che sono arrivato io, che ero il più fico, e ho subito cominciato a vendere…(ironicamente, ndr) Era durissima. Fino a che non incontro di nuovo Marco proprio qui dove siamo ora (al Caffè Letterario delle Murate, ndr) e abbiamo ripreso il discorso di fare qualcosa insieme da dove lo avevamo lasciato 10 anni prima.

Incontri della vita! E in che situazione eravate in quel momento?
Io avevo fatto la mia azienda Martin Eden e mi ero scornato. Lui aveva avuto un percorso analogo.
Una cosa che ho imparato è che non si fa niente da soli! Insieme si mettono in campo risorse che da soli è impensabile avere. Lui aveva conoscenze che io non avevo, e io avevo conoscenze che lui non aveva. E siamo ripartiti insieme.

Che cosa avevate in comune te e Marco?
La fame! La voglia di rischiare! Quella accomuna tutti e due: mettersi in gioco, rischiare tutto. Anche lui lavorava da un’altra parte: ha detto “mollo tutto e vado con Luca!” Ha lasciato il certo per l’incerto! Ma voleva essere libero!
Ed è nata Tornabuoni, in omaggio a Firenze che è la mia città, e una Firenze di alto livello, qual’è il brand!

Martin Eden mi incuriosisce di più come nome. Chi è?
E’ un libro che mi ha sconvolto a 16 anni. Era la storia di un marinaio irrequieto e incompreso dalla società, che critica, e dalla quale viene ripagato con l’ammirazione.

Mi parla di qualcuno che conosco, che ha preso il mare per perdere l’irrequietezza…
Esatto. Luisa, mia moglie, mi dice sempre che dal giorno in cui io sono uscito dall’azienda sono un’altra persona, migliore spero intenda (ride, ndr). Se oggi mi immagino dentro l’azienda in cui lavoravo da dipendente, mi sento soffocare.
Oggi sono me stesso. Per 10 anni non lo sono stato.

Oggi come va?
Oggi mi alzo la mattina e mi diverto. Posso fare zero o cento, ma dipende da me.

Quindi il tuo motto è…?
“Non per il vil denaro ma per la libertà!” ….che poi il vil denaro, diciamocelo chiramente, è dura a farlo! Non raccontiamoci storielle! (risate collettive, ndr).

Torna a MAI DIRE ORMAI!

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Oggi che sia l’8 Marzo non è l’argomento principale sulla bocca di nessuno.
E forse proprio per questo, non vogliamo perdere l’opportunità di parlarne.
Che questi tempi bui non ci facciano dimenticare le belle cose: le feste, i sorrisi, la vita che prosegue nonostante divieti e limitazioni, bollettini catastrofici e paura.

Lo dice anche il terzo comandamento! “Ricordati di santificare le feste”.
E se Dio si è scomodato di metterlo fra i primi tre, deve essere importante!

Ho fatto un gioco con alcune donne.
Ho chiesto loro di dirmi il motivo personale per cui per loro è bello essere nate donne (se così sentivano).
Mi hanno risposto a loro modo: chi scrivendo un vero articolo, chi due righe.

Festeggio quindi la vita che ci ha fatto donne.
Per me rappresenta una fortuna perchè ho avuto una mamma che mi ha sempre insegnato ad esserne fiera.

Invito tutte le donne che leggono a lasciare il loro personale motivo di orgoglio di essere donne nei commenti.

La foto  di Elisa Ricci di questa copertina riprende una donna davanti al Muro di Berlino.
Ci è sembrata utile a ricordarci tante cose, anche che la vita si festeggia anche di fronte ai momenti più bui.

Buon 8 Marzo a tutti, maschi e femmine.

SONO FELICE DI ESSERE DONNA PERCHE’…

…per l’attenzione in tutto quello che facciamo (sia pratico che relativo ai sentimenti) e per i vestiti! Veronica
 
…per la sensibilità che abbiamo in più rispetto agli uomini, e perchè abbiamo le tette: piccole o grandi sono comunque un accessorio armonioso del corpo femminile! Sonia
 

…perchè le donne sono portatrici di pace attraverso il dono del ragionamento, della comprensione e dell’accoglienza. Ma allo stesso tempo sono anche streghe, hanno dei poteri che superano i cinque sensi…Sulle tette  sarei d’accordo se ce le avessi! Letizia

…per certi sguardi che sono noi ci possiamo scambiare, anche con gli uomini ma solo grazie alla nostra malizia. Carlotta

…per una vicinanza al cuore di cui credo solo noi possiamo fare esperienza. Cloe

…per la libertà di indossare gonne e vestiti : in questo scemo paese è così, in altri lo possono fare anche gli uomini! Clara

…perchè riusciamo a fare 1000 cose contemporaneamente, che poi ci rende la vita parecchio complicata , molto più dell’altra metà dell’universo, per cui essere donna a volte è anche un pò una fatica. Federica

…perchè siamo un mondo completo fatto di opposti e contraddizioni, ma allo stesso tempo capaci di unione. Siamo forti, caparbie, generose e profonde,passionali e sensibili..forse ho fatto una lista troppo grande!! Siamo un universo esplosivo che fa rumore e arriva ovunque… Lucia

…e poi ci sono i tacchi alti, le guepiere di pizzo, lo smalto e il rossetto…e gli orgasmi simulati!! Silvia

FESTA DELLA DONNA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS OVVERO L’OPPORTUNITA’ DI UN CAMBIAMENTO SOCIALE ALL’INSEGNA DELLA SORELLANZA.
di Francesca Cerreto

 

Ho sempre sentito molto caro il tema dell’emancipazione femminile, fin da quando a diciassette anni, ho iniziato a capire quanto questo fosse solo un concetto astratto e non una condizione reale della donna.

In quel periodo vivevo in Molise dove mi ero trasferita da Firenze con la mia famiglia e frequentavo la quarta liceo quando decisi di prendere la patente.

Mi ricordo che all’epoca fui la prima delle mie amiche a conseguirla: volevo avere la possibilità di muovermi senza dipendere da nessuno… per andare dove? Ancora non lo avevo deciso, ma capivo che saper guidare la macchina era il primo passo per l’affermazione della mia autonomia.

Le mie amiche invece non lo ritenevano necessario, tanto potevano sempre contare su un genitore o un fidanzato “disponibili” ad accompagnarle ovunque avessero voluto. A me quest’idea non piaceva perché dava per scontato il protrarre una forma di controllo che cominciavo a sentire stretta.

Poi quando è arrivato il momento di iscrivermi all’università sono tornata a vivere a Firenze, ma una volta al mese tornavo in Molise, dove la mia famiglia continuava a vivere.

Ed è stato grazie a questo mio pendolarismo forzato che ho avuto l’opportunità di avere una visione sdoppiata della vita in generale e di quella della donna in particolare, così diverse in una regione rispetto all’altra. 

Nella facoltà di Economia che frequentavo a Firenze, le studentesse, fiorentine e non, condividevano confronti, scambi di idee, aperitivi e feste con i loro coetanei di sesso opposto, ma non appena tornavo giù la situazione si capovolgeva: le uscite avvenivano prevalentemente tra coppie e se disgraziatamente non ti fidanzavi, eri doppiamente sfortunata perché priva dell’amore ma soprattutto diminuivano drasticamente le occasioni sociali.

Un altro aspetto che mi colpiva era che per le mie coetanee molisane era normale dover rendere conto di ogni movimento al loro uomo e si stupivano quando raccontavo delle mie uscite fiorentine per andare ad un cineforum o a ballare con le mie amiche, nonostante anch’io fossi fidanzata.

La consuetudine prevedeva che una volta sposate perdessero ogni spazio per sé e venissero risucchiate dai mille impegni della casa e dei figli, ma soprattutto perdessero la libertà di continuare a vedere un’amica o il tempo per dedicarsi ad una passione, che non fosse cucinare e fare la pasta in casa.

Perché così avevano fatto le loro mamme, abituate a trattare mariti e figli maschi come dei principi che nulla dovevano fare in casa, relegando se stesse e le figlie femmine al ruolo di vestali della casa.

Ho sempre pensato che era impossibile essere felici di questa condizione, senza mai mettere in dubbio il mio modo di pensare. Ma forse mi sbagliavo allora come ora.

Comunque ho temuto di rimanere incastrata in questo meccanismo che avevo conosciuto vivendo in Molise ma che ho scoperto in seguito essere molto diffuso in altre regioni d’Italia, dove gli uomini organizzano il lavoro e la società scegliendo per conto delle donne ciò che è meglio per loro e dove le donne finiscono per guardarsi con rivalità, nemiche l’una con l’altra prima ancora di conoscersi.

Sono occorsi molti anni per scoprire un nuovo modo di vivere il mio essere donna singolarmente e con le altre donne.

E’ stato grazie alla “sorellanza”, quel sentimento profondo ed intenso che le donne riescono a creare quando sono insieme e smettono di guardare all’altra con invidia, quando smettono di criticarla perché è antipatica o troppo bella o troppo brava, e andando oltre le apparenze, scoprono di avere con lei molti più tratti in comuni di ciò che pensavano.

Ed è in questo cerchio al femminile che si sprigiona una meravigliosa armonia in cui le donne singolarmente e come gruppo riscoprono se stesse, il loro vero valore, il loro potenziale e la potente energia che generano quando agiscono all’unisono.

 E’ nell’alleanza con le altre donne, nella condivisione di emozioni, belle o dolorose, che ognuna di noi può trovare la sua emancipazione e il suo riscatto, è nel supporto reciproco che si diventa più forti come singoli e come collettività.

Ecco, il mio augurio per questo 8 marzo in tempo di Coronavirus è che la rinascita, sia individuale che collettiva, parta da noi donne, dalla forza che insieme siamo capaci di sprigionare per dare vita ad una nuova società più essenziale ma meno materialista, meno ricca, ma più accogliente, con meno botulino ma più sensibilità, in cui noi donne, unite, possiamo finalmente essere protagoniste, e non solo semplici comparse, di questo cambiamento sociale che necessariamente dovrà avvenire.

LA MIA PRIMA FESTA DELLA DONNA
di Chiara Belli

 
Negli anni la festa della donna è stata a volte una festa che ho vissuto con gioia, altre una completamente priva di significato, altre ancora qualcosa su cui fare polemica, anche accanendosi.
Oggi la vivo come tante altre feste: se qualcuno vuole regalarmi dei fiori ben venga, se non ne ricevo non sarà da questo che misurerò il mio (in questo caso) essere donna.
Oggi che qualcuno mi ci ha fatto pensare, ho scoperto che ricordo quando è stata la prima festa della donna in cui ho ricevuto una mimosa. E la ricordo per una ragione particolare. Ero stata sballottata da casa vecchia a casa nuova. Un po’ come i dieci figli di Cosimo de’ Medici ed Eleonora da Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, solo che io facevo da Rifredi a Campo di Marte. Quartiere più bello, più verde a detta dei miei, quartiere per cui avevo lasciato scuola, parrocchia e soprattutto gruppo scout, pensavo io. Vengo catapultata nella terza media di questo quartiere (finto)chic che mi fa sentire strana, più piccola, diversa insomma. E vengo messa in classe insieme con mio cugino, della mia stessa età, con il quale, all’inizio, non avevo grande rapporto. Forse, a dirla tutta, ci stavamo anche un po’ antipatici. Poi studiamo insieme, ci conosciamo meglio e in qualche modo ci aiutiamo: lui piace molto alle ragazze, io vado molto bene a scuola e all’improvviso essere il cugino della Belli o la cugina del Belli diventa un valore aggiunto. E, da settembre, le cose evolvono a tal punto che a marzo, per la festa della donna, ruba dall’albero della parrocchia vicina un po’ di mimosa e me la regala. È stato l’inizio di una bellissima amicizia, sincera, che mi ha confortato e riscaldato il cuore per molti anni.

Foto Elisa Ricci 

BUON SAN VALENTINO (DAVVERO) A TUTTI!

E’ San Valentino.

Nella vetrina del bar in cui prendo il caffè ci sono cuori morbidosi di cioccolato, irresistibili.

In ufficio ci hanno portato una scatola di baci Perugina.

Il mio comune racconta su Facebook di aver sparso per la città manifesti come questo, che rappresentano dei baci.

E, forse per la prima volta, sono fiera e sorrido dell’amministrazione di questa città.

Aggrappati alle lettere si scambiano baci un uomo e una donna, due uomini, due donne.

Credo che anche immagini semplici come questa possano essere veicolo di concetti importanti.

Anzi, forse sono efficaci proprio perché si tratta di piccole cose, proprio perché quasi non ce ne accorgiamo – i famosi messaggi subliminali – e viaggiano senza tante spiegazioni, senza tante parole, nel senso di strumentalizzazioni o di ipocrisie.

E io, oggi, spero davvero che riescano a portare nuovi modi di pensare e di sentire.

Forse state pensando: dai, non ne abbiamo mica bisogno!

Sì, ne abbiamo bisogno, se un collega di nemmeno 60 anni dice “bucaccio” per offendere qualcuno.

Abbiamo un bisogno immenso di immagini come questa, che ci mostrino l’amore, una volta tanto, senza tanti concetti, cuori o cioccolatini.

Buon San Valentino a tutti noi.


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DEL PARADISO SI PUO’ LEGGERE

“La morte non è una luce che si spegne. E’ mettere fuori la lampada perché è arrivata l’alba”, così affermava Rabindranath Tagore più di cento anni fa; un’affermazione, quella dello scrittore e filosofo bengalese, che rafforza il mio personale convincimento sulla possibile vita dopo la morte terrena. Un argomento delicato che, da sempre, risulta essere tema di dibattito religioso e scientifico. Ma lì dove un religioso impone e uno scienziato discute c’è soprattutto un essere umano che vede, ascolta e spera. Perché, in fin dei conti, tutti noi sogniamo un “to be continued” della nostra esistenza, dove l’ultima puntata non può e non deve essere contemplata. Ecco, attraverso “Movimento Sottile”, il nostro coraggioso blog per chi sogna un mondo comune, cercheremo di dare una piccola sbirciata oltre l’ipotetico ultimo episodio della nostra esistenza, superando i tristissimi titoli di coda e avventurandoci in quella che potrebbe essere la prima puntata della nostra nuova stagione esistenziale. Cercheremo di farlo in punta di piedi, con assoluto rispetto per gli scettici e per tutti coloro che invece ci credono, a prescindere. Lo facciamo con “Road to Nowhere “dei Talking Heads nelle orecchie perché ogni storia merita una colonna sonora degna di tale nome e perché, come recitano alcuni versi del brano stesso, è  necessario intraprendere un viaggio, ovvero un percorso sulla media e lunga distanza,  per raggiungere  un vitale cambiamento. Un cambiamento interiore che passa, a volte, attraverso traumi di una certa importanza. Ed è proprio di questo che parleremo con Melinda Giorgianni, scrittrice e psicologa milazzese, nonché protagonista di una storia straordinaria che merita di essere raccontata.

Ciao Melinda, grazie per questo tuo contributo al blog!

Ciao, è un vero onore per me!

Diciamo subito che stiamo per trattare un argomento delicato e che cercheremo di affrontarlo con la leggerezza tipica di chi ha voglia di vedere oltre la linea dell’orizzonte senza aspettative di sorta…

Giusto, ed è quando le aspettative sono ridotte a zero che si apprezza veramente ciò che si ha e che si vede.

Caspita, bellissima affermazione la tua!

Mi sono limitata a citare Stephen Hawking, astrofisico e matematico che ha contribuito, non poco, al cambiamento dell’approccio cognitivo con i suoi studi sull’origine dell’universo.

Ecco, cos’è per te il cambiamento?

Rinnovamento individuale. Rinnovamento delle idee e delle prospettive. Un processo bellissimo, spesso necessario.

Probabilmente per te è stato sia bello che necessario.

Bello, necessario ma anche invisibile, poiché non ricordo quale fosse il mio pensiero prima dell’incidente.

Ecco, l’incidente.

Io non ricordo assolutamente nulla dell’incidente. È come se la mia vita fosse iniziata subito dopo, da un ipotetico secondo capitolo del mio libro esistenziale che in quello cartaceo, invece, tratto proprio nel primo.

Quando parli del libro ti riferisci al tuo “ERA L’ALBA. STORIA DI UN RISVEGLIO”, dove parli per l’appunto della tua esperienza.

Esattamente. Ed è un’esperienza che ho voluto raccontare seguendo un mio personalissimo ordine cronologico. Un ordine interiore, di natura spirituale.

A quando risale l’incidente?

Alla notte del 29 gennaio del 2005. Avevo 17 anni. E ripeto non ricordo assolutamente nulla. So solo che nell’impatto perse la vita il mio amico Tom (di lui parleremo più avanti) e che io fui ritrovata incosciente, sull’asfalto bagnato di una strada a scorrimento veloce, a decine di metri dalla vettura.

Le tue condizioni furono subito considerate gravi.

Talmente gravi da indurre i medici a mettere le mani avanti, invitando tutti i miei cari a un’accorata preghiera, perché il mio era un quadro clinico disperato. Uno stato di coma non indotto ma che risultava essere spontaneo e irreversibile.

Cioè, vista la disperazione, mi sembra di intravedere più un quadro di Edvard Munch che un normale quadro clinico.

Esattamente (ride).

Quindi, ai tuoi, non rimase altro che la preghiera.

Sì, si affidarono a Dio.

E a quanto pare, Dio rispose, alla sua maniera, con un formidabile assolo di chitarra alla Jimi Hendrix.

Un bellissimo assolo che i miei avrebbero ascoltato solo dopo, ovviamente.

In tutto questo, mentre parenti e amici erano impegnati a pregare per la tua sopravvivenza, tu invece giacevi incosciente, apparentemente perduta in una lunga notte senza sogni.

Ed è proprio qui che inizia il bello perché mentre il mio corpo giaceva esanime in un letto di ospedale, la mia coscienza risultava essere fin troppo sveglia e vigile, sintonizzata su ben altre frequenze e amplificata fino all’inverosimile da una vera e propria cassa multi-sensoriale.

Ehi ehi, staremo mica parlando di NDE?

Near Death Experience tradotta in italiano Esperienza di Pre-Morte.

Ovvero tutti quei fenomeni descritti sia da individui che hanno ripreso le funzioni vitali dopo aver sperimentato, a causa di gravi traumi, l’arresto cardiocircolatorio, sia da individui che hanno vissuto l’esperienza di coma.

Sei meglio di Wikipedia! (ride)

Wikipedia spiega bene il significato di questo tipo di esperienze, tuttavia ho letto tantissimo sull’argomento. Tanti scrittori e studiosi hanno provveduto raccontare delle bellissime esperienze di pre-morte. Penso ai libri del Dottor Raymond Moody, medico e psicologo statunitense e a quelli del Professor Eben Alexander, neurochirurgo americano, protagonista di un’esperienza simile alla tua.

Ho letto tanto anche io sull’argomento, eppure ti posso assicurare che i loro racconti e le loro testimonianze possono solo in parte descrivere l’intensità e la portata di di ciò che realmente è una NDE.

Per molti una NDE è molto più che una parola scritta e molto più di una semplice sequenza di immagini, la descrivono come la vita stessa che spicca il volo attraverso l’alito rigenerante del pensiero creativo…per te, invece?

Per me l’NDE è come l’anticamera dell’aldilà, una sorta di balcone da cui si può ammirare l’infinito che tende a espandersi oltre la morte terrena. Sì perché abitare un corpo fisico è un po’ come essere chiusi in uno sgabuzzino. E io, durante la mia esperienza di pre-morte, ero pienamente cosciente delle persone che gravitavano intorno alla sala di rianimazione, e non solo.

Sarebbe?

Riuscivo a essere anche altrove, tra i banchi di scuola, in mezzo ai miei compagni, carpendone, almeno in parte, anche i pensieri. E riuscivo perfino a osservare mio padre, mentre, disperato, abbracciava i miei vestiti appesi all’interno dell’armadio di casa.

Sensazione terribile…

Sì, perchè io cercavo di rassicurare tutti quanti con delle affermazioni che non potevano udire. Non con il corpo fisico, almeno.

Un’altra dimensione quindi, lontana da vincoli e paletti terreni, con la possibilità di aprire scenari di coscienza interessanti, giusto?

Io dico che la coscienza non muore, ma esce dai confini della nostra mente raggiungendo un luogo che va oltre l’immaginazione stessa.

E tu hai visto questo luogo, vero?

Al risveglio del coma, avvenuto dopo diciassette giorni, ho descritto questo viaggio particolarissimo e, non riuscendo a collocarlo in nessun luogo che io conoscessi, chiedevo se fossi stata in una gita scolastica. Era tutto incredibilmente bello, non nuovo ma come se fosse da sempre lì.

Ed è stato davvero così, come una gita intendo?

Sì, ricordo un bellissimo prato pieno di fiori colorati,”di tutti i colori insieme” e su cui si affacciavano tantissimi alberi altrettanto colorati. Un tripudio cromatico e una luce forte ma non fastidiosa in cui il tempo risultava essere l’unico grande assente.

Eri da sola in questa passeggiata?

No, con me c’era il mio amico Tom.

Ehi, sarò mica lo stesso Tom che era rimasto coinvolto nell’incidente?

Proprio lui, ovviamente non potevo sapere nulla della sua morte fisica così come non potevo sapere nulla del mio stato di coma… Quel che importa è che io e Tom, in realtà, eravamo lì a passeggiare, con il sorriso sulle labbra.

 C’era altra gente lì?

Certo, uomini, donne e tanti bambini, tutti intenti a passeggiare e a giocare.

L’Aldilà, insomma.

Sembrerebbe proprio di si.

E cos’altro hai visto?

Credo di aver visto il volto di Dio e di averlo successivamente riconosciuto nelle fattezze di un uomo diversi anni più tardi. Nella vita terrena, intendo.

Insomma, ormai sembravi aver intrapreso un percorso di beatitudine, in un’altra realtà. In un altro mondo, probabilmente su un’altra frequenza. Cosa ti ha spinto a tornare?

La voce fuori campo di una donna che mi invitava a tornare (non si sapeva bene dove) a causa del dolore mia madre. “Torna, tua mamma sta molto male…le manchi tanto!”, così diceva mentre io la invitavo a lasciarmi in pace.

Era una voce non identificabile, presumo.

Era la voce di un’amica di mia madre, dotata a quanto pare di poteri medianici. Era lei che riusciva a sintonizzarsi sulla mia frequenza, invitandomi a un immediato ritorno. Ma la sua reale identità l’ho scoperta solo dopo. Molto dopo.

E quindi, com’è avvenuto il tuo ritorno nel mondo terreno?

Grazie agli U2!

Cosa c’entra la band di Bono in tutto questo?

Un mio amico aveva acquistato due biglietti per un loro concerto e mi chiese, attraverso il citofono della sala di terapia intensiva, se volessi andare con lui.

Mi sembra un ottimo motivo per tornare…

Appunto!

Se ti avesse proposto di andare a un concerto di Gigi D’Alessio, a quest’ora, saresti ancora a passeggiare in Paradiso…

Oh, mamma! (ride)

Ovviamente scherzo…Melinda, prima hai affermato di aver visto il volto di Dio e di averlo riconosciuto su questa terra, un po’ di tempo dopo questa tua incredibile esperienza. Potresti spiegarti meglio?

Era il 12 dicembre 2012 quando su un autobus, salì questo signore con un volto assai familiare che, manco a farlo apposta, venne a sedersi proprio a fianco a me.

E cosa è accaduto?

È accaduto che gli ho cominciato a parlare del coma senza conoscerlo, con il concreto rischio di passare per una pazza, ma mi è venuto spontaneo… E no, non era Dio ma gli somigliava tanto, e sai perché?

Sentiamo il perché.

Aveva vissuto un’esperienza simile alla mia andando in coma per ben tre volte! Abbiamo goduto quindi della stessa luce, condividendo tutta quella proverbiale e multicromatica bellezza.

È un racconto incredibile, che però presta il fianco alle perplessità più o meno silenti degli scettici. Cosa senti di dirgli?

Agli scettici dico che ci sarà tempo per tutti di conoscere la verità, quindi sono assolutamente liberi di credere o di non credere a ciò che ho raccontato e che continuo tuttora a raccontare. Ognuno di noi ha un cammino da percorrere, con dei punti interrogativi che rimarranno, probabilmente tali, fino alla fine del cammino stesso.  Per quanto mi riguarda, sono felice di accogliere la vita terrena come un dono. Come un grande dono. Come un’opportunità irrinunciabile.

E a coloro, invece, che hanno perso una o più persone care cosa ti senti di dire?

Che continueranno comunque a soffrire la loro mancanza, ed è una cosa normale. Ma questo senso di vuoto è destinato ad avere termine perché siamo destinati a unirci in un abbraccio senza tempo con tutti i nostri cari.

E io condivido queste tue parole, anche se a volte mi faccio prendere un po’ dallo sconforto.

Credo sia cosa assolutamente normale.

Per fortuna si possono trovare conferme con il rock, non trovi?

Direi che si possono trovare conferme con la musica in generale.

“C’è una signora sicura…che tutto ciò che luccica è oro…e sta comprando una scala per il paradiso.”…sono alcuni versi di “Stairway to heaven” dei Led Zepellin…questa scala tu l’hai già comprata, Melinda?

Ce l’ho e spero di non farmela mai scappare di mano!

Nel frattempo, per dirla ala Warren Beatty, il paradiso può attendere.

Sì, il paradiso può attendere.


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sardine a firenze

BUON ANNO NUOVO DI DISCUSSIONI!

“Un anno nuovo sarebbe veramente tale se portasse la politica alla poesia e non la poesia alla politica. … Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un’idea di scuola e un’idea di sanità.
Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni….
La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo. …
Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. ….
Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio. Un anno nuovo è veramente tale se mettiamo a fuoco un nuovo modo di sentire e percepire.”

Franco Arminio “Divagazioni sull’ Anno Nuovo”.

Ho scoperto questo autore di recente.

Mi ha colpito intensamente questo estratto da una lunghissima poesia, che riporto sopra.

Io Franco Arminio non l’ho mai conosciuto, ma ho l’impressione che mi abbia letto nel cuore e nella testa quando ho pensato di fare questo blog.

Comunità che si formano per discutere ed esprimere le proprie idee ed emozioni sul mondo comune da accudire…E’ questo!

Non c’è augurio più grande che posso fare di cuore a noi tutti.

Buon Anno di discussioni!


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Chiara Belli di profilo

DI PROFILO

Non mi è mai piaciuto il mio profilo, mi è sempre sembrato di avere un eccesso di qualcosa.

Troppo naso, troppe braccia.

Se visto di fronte, l’insieme mi risulta più o meno accettabile, di profilo invece ho sempre, sempre pensato di avere qualcosa di stonato.

Il naso si spinge troppo oltre la fronte, troppo in avanti, come se prendesse la rincorsa per arrivare prima di tutto il resto. E le braccia – anche quando sono o sono state magre – mi sembra sempre che siano sproporzionate, troppo lunghe. Un po’ come nelle scimmie.

Eppure.

Eppure, sul mio iPhone, oggi, ho come sfondo sia per il blocco schermo che per la schermata home (ebbene sì, sto parlando dell’opzione “ENTRAMBI”) una mia foto.

Di profilo.

È la foto di un venerdì sera fiorentino, in pieno inverno. Le mie braccia nude smisurate, insieme al naso troppo grosso, occupano sfacciatamente tutto lo schermo.

Eppure, ogni volta che la guardo e mi rivedo, sorrido.

Sorrido di una felicità pulita e perfetta, come quei giorni senza tempo che vivono i bambini quando giocano.

Sorrido e non perché all’improvviso mi piaccio, ma perché più niente, nemmeno questo, conta.

Sorrido perché un insegnante – sudato in modo pazzesco, eppure molto più bravo che sudato – mi ha presa da un angolo della sala e trascinata al centro di essa.

Sorrido perché guardo in basso, insieme a lui, tutti e due concentrati su quello che stiamo facendo.

Sorrido: un sorriso scemo e disarmato mi si stampa sulla faccia ogni volta che guardo il telefono, perché nella foto sono di profilo sì, ma sto ballando.

Ecco, forse dovremmo ricordare che c’è sempre qualcosa di nuovo da provare, qualcosa che non sappiamo e possiamo imparare, qualcosa che non conosciamo e che possiamo scoprire.

Ricordare che le esperienze, insieme alle persone, sono la sola cosa capace di dilatare il tempo della nostra vita, di farci dimenticare di noi stessi, di trasformare un momento qualsiasi in una festa.

Ricordare che esiste sempre, da qualche parte, qualcosa che ci può mettere in contatto con emozioni sconosciute, che non sapevamo nemmeno di poter provare.

Non avevo mai fatto in corso di ballo. Ho scoperto una dimensione nuova, in cui provo una felicità piena eppure molto semplice, in cui sono libera e allo stesso tempo mi sento bellissima.

Ecco perché nella foto sono felice, sorridente, leggera.

E mi sento di nuovo così e sorrido ogni volta che la guardo.

Anche se sono di profilo.


Per leggere di un progetto per scoprire le proprie qualità nascoste

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telefono in piscina

SENZA TELEFONO PER 12 ORE

Mi è capitato un dramma.
Ho lasciato il telefono a casa.
E sono rimasta senza per 12 ore.

Faccio un passo indietro: io non dimentico mai il telefono. Mai. Controllo di averlo in borsa prima di uscire. Sempre.

Ma ieri no.

E questo piccolo insignificante evento mi ha gettato vestita e di colpo nella vasca della gelida consapevolezza. Ne sono riemersa con un’auto-diagnosi.

Si chiama “Nomofobia” la mia malattia: la sindrome da difficoltà a staccarsi dallo smartphone…. Che tristezza. Eppure è così.

Ripercorro mentalmente i tre mostri che mi hanno aggredito non appena mi sono accorta averlo lasciato a casa:

  1. Panico: “e se succede qualcosa a qualcuno come fanno a rintracciarmi?”
  2. Follia: “torno indietro di 30 km e lo vado a prendere…”
  3. Disorientamento: “come cavolo faccio ad andare dove devo andare senza Google Map?!”

Ho cercato di calmare la Parte Pazza in me e mi sono venuti in mente altri eventi sospetti che accadono quotidianamente:

  1. Controllo Wattsapp in media ogni 15-20 min (forse anche più spesso, ma mi vergogno ad ammetterlo).
  2. Se ho un attimo di noia mi attacco al telefono come fosse una scatola di cioccolatini…
  3. Perdo una marea di tempo a leggere del gatto di Tizio, a guardare le foto di Caio che si sta facendo un selfie alle terme, a vedere i meme di Natale e avanti tutta!
  4. Non lo lascio sul comodino di notte solo perché qualcuno mi ha messo in testa che c’è il rischio di sviluppare un tumore al cervello, ma soffro terribilmente del distacco.

Mi consola sapere di non essere fra i casi più gravi.

Conosco chi si sveglia di notte per controllarlo, chi lo guarda come prima cosa al mattino, chi continua a chattare mentre è a pranzo con altra gente, chi chatta mentre guida…

E siamo in tanti! Talmente tanti che in Italia è nato il primo centro di disintossicazione da computer e smartphone.

Necessario in quanto le conseguenze da un uso smodato del cellulare sono parecchie e serie: problemi sociali, ansia, problemi alla postura e alla colonna vertebrale, tendinite, abbassamento della vista, artrite osteoarticolare, disturbi del sonno. Un bollettino di guerra.

Poi è arrivata la Parte Sana che è in me che mi ha sussurrato:

“E se fosse piacevole stare senza telefono 12 ore…”

Sperimentare cosa sarebbe successo senza l’arto artificiale che mi porto dietro, poteva essere quantomeno curioso: ed è diventato un esperimento.

Dai risultati sorprendenti!

Prima di tutto mi sono dovuta ripetere come un mantra:

“tua madre non morirà proprio stasera che non sei rintracciabile, sarebbe davvero uno scherzo del destino crudele. E poi in ogni caso, non ci potresti mica far nulla…” scoprendomi cinicamente lucida.

E anche saggia: “Non tornerai indietro a prenderlo, rischiando di morire in un incidente stradale per colpa del fatto che sei una malata di mente!”.

Infine, senza Google Map, sono tornata indietro di vent’ anni, e mi sono fermata a chiedere le indicazioni ad un tizio sconosciuto davanti ad un bar.

Lui mi ha guardato con sospetto quando gli ho chiesto come arrivare in quel tal posto, perchè non avevo il navigatore. E neanche il  telefono.

“Poverino, pure lui c’è dentro fino al collo!” ho pensato quando si è tranquillizzato probabilmente pensando che no, non volevo aggredirlo e rubargli il portafoglio (…o il l’ IPhone magari…).

E ho dovuto anche ascoltare per bene le indicazioni e farmele ripetere due volte, cosa che non faccio mai, perché non avevo altra risorsa che lui!

In seguito è stato davvero comico sentirmi dire “Ho fatto l’albero di Natale! Te lo faccio vedere… Ah no…non te lo posso far vedere, bisogna tu venga a casa mia se lo vuoi vedere perché non ho il telefono!”

Oppure “Quella  cosa si ce l’ho qui te la mando subito….Ah no non posso, perché non ho il telefono!”

E per finire mi sono dimenticata di non averlo con me, e principalmente mi sono messa a vivere.

Quando sono tornata a casa, l’ho trovato li, solo e abbandonato sul tavolo.

Non mi aspettava minimamente.

Ci sbircio dentro con terrore e circospezione.

Per accorgermi che c’era, nell’ordine :

  • una telefonata persa di mia madre (no, non era morta proprio quella sera)
  • un messaggio rilevante ma non urgente (a cui ho risposto comodamente dopo 12 ore evitando di fare, per una volta, la figura della maniaca che sta appiccicata al telefono)
  • e una settantina di messaggi in chat completamente inutili da cui, per 12 ore, mi sono disintossicata.

Quasi quasi non lo prendo neanche oggi!


 

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arte e quadri all'aperto

L’ARTE DEVE ESSERE INTELLETTUALE?

Marina Abramovich si è chiesta se l’arte dovesse essere bella.

Era una domanda provocatoria chiaramente: in una nota performance, spazzolandosi con acredine i suoi bellissimi capelli neri, voleva far riflettere sulla costrizione imposta all’artista di produrre qualcosa di esteticamente piacevole perchè la sua arte sia vendibile (…e soprattutto appendibile in salotto).

In seguito ad un concerto di musica classica a cui ho assistito (e di musica classica specifico che io non ne so nulla), mi è saltata alla mente un’altra provocazione…chissà se Marina apprezzerebbe…

L’arte deve essere intellettuale?

Chi va a un concerto di musica classica, ad una esposizione di arte contemporanea, uno spettacolo teatrale d’”avanguardia“, a una qualsiasi cosa che non abbia a che fare con lo spettacolo “di massa”, la sensazione è che “sicuramente la sappia apprezzare”, e quindi ne debba sapere…che senza conoscenza insomma non la si possa capire.

Visto che la conoscenza di norma è di pochi, la conseguenza sembra essere lampante.

L’arte è elitaria?  Per pochi esperti? Studiosi, appassionati?

Eppure, per dirne una, il teatro nacque per aggregazione popolare, nelle piazze e nelle strade prima che in luoghi chiusi.

Il teatro era per la gente, per tutti. Ed era il popolo che era chiamato a giudicarlo, non il contrario.

Al tempo della nascita della commedia dell’arte (XVI sec.) non credo ci si chiedesse se la gente potesse capirla.

Forse ci si chiedeva se la gente potesse “sentirla”.

Io credo che sia una logica valida oggi come allora.

Valida per il mostro sacro come per l’artista di strada.

Chi si espone al pubblico è dal pubblico che è valutato.

Forse chi si arroga il vanto di produrre arte “da apprezzare” dovrebbe tornare “sulla strada” a farsi ascoltare dal passante qualunque: quello che ti applaude se sei bravo, e passa oltre se non gli piaci, crudelmente e brutalmente.

E l’essere bravo o no dipende, a mio avviso, dall’intensità dell’emozione che hai suscitato, dal piacere che hai provocato, dal dolore che hai tirato fuori, tutta roba che viene dalla pancia.

Che non si legge sui libri o in riviste specializzate.

L’intensità di quel quartetto d’archi mi è arrivata tutta.

Il concerto a cui ho assistito era gratuito. 

Mi piacerebbe che molta più arte fosse gratuitamente fruibile, per consentire a chiunque di avvicinarsi e di sentirla, di giudicarla, di appassionarsi, ed infine di diventare con il tempo davvero esperto magari, ma non per farsene un vanto che esclude altri dalla cerchia del sapere, quanto piuttosto per stimolare gli artisti a sperimentare, crescere e creare qualcos’altro di vivo.

E così crescerebbe una società migliore, che stimola la creazione del bello intorno a sé, che stimola il confronto, che dà da pensare. A tutti.

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casa appesa ad albero

DIRITTI FRUSTRATI E LISTE DELLA SPESA

Le notizie sul DDL Pillon e altre leggi collegate, il World Congress of Families (quelle “normali”) e le chiacchiere che sento al bar su adozioni gay e fecondazione eterologa, mi fanno fare la seguente spinosa lista della spesa:

due donne che si amano e vogliono adottare un bambino: in Italia non lo possono fare.

due uomini che sia amano e vogliono adottare un bambino: in Italia non lo possono fare.

una donna da sola che si ama e vorrebbe adottare un bambino: in Italia non lo può fare.

un uomo da solo che si ama e vorrebbe adottare un bambino: in Italia non lo può fare.

In tutti questi casi il bambino resta in un istituto. In pratica cresce da solo.

Ma c’è anche questa lista, altrettanto spinosa, forse di più:

due donne che si amano e vogliono avere un bambino: in Italia non lo possono avere.

due uomini che si amano e vogliono avere un bambino: in Italia non lo possono avere.

una donna da sola che si ama e vorrebbe avere un bambino: in Italia non lo può avere.

un uomo da solo che si ama e vorrebbe avere un bambino: in Italia non lo può avere.

un uomo e una donna che si amano e vorrebbero avere un bambino ma non naturalmente: in Italia in molti non lo possono avere.

In tutti questi casi il bambino è un desiderio. Frustrato.

Totale: molti bambini che crescono da soli e molta gente frustrata.

Ognuno fa le sue scelte nella vita, ognuno ha la sua identità, sessuale e non, ma lasciamo stare.

Il punto è che la classe politica ignora i desideri di parte di coloro che rappresenta. Nonostante adozioni gay e fecondazione eterologa siano ormai temi caldi .. all’ordine del giorno in tutti i paesi democratici.

E tutto a svantaggio dei bambini.

Ora, mi pare che il guadagno francamente sia zero per tutti.

Un’altra suggestione mi viene incontro tramite un’amica che mi racconta che nella scuola della figlia ci sono “quelli nati con la FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione, ndr)”.

Mi fa ridere! Quando andavo a scuola io c’erano quelli “con i genitori divorziati”.

Tristemente faceva notizia che un bambino non abitasse sotto lo stesso tetto con entrambi i genitori, era una macchia nel loro CV. 

Oggi la macchia è determinata dal come sei nato?

Cambiano i tempi.

Quello che è uguale oggi come ieri è che si tratta di pregiudizi su diritti da poco acquisiti.

E siccome tutto passa, come è passato il pregiudizio sul divorzio, passerà anche quello su come sei nato e su chi sono i tuoi genitori.

E magari un giorno i bambini potranno essere accettati perché sono bambini e basta: nati come sono nati, coi genitori che hanno, con il corredo cromosomico di chi glielo ha dato. 

E amati, magari.

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