Il posto di chi sogna un mondo comune

Categoria: Poesia & Prosa

La Gioconda

Dietro di lei un luogo qualunque, pieno di alberi. Ma non era importante. Non lo era stato mai.
Eppure un giorno avevo conosciuto un botanico che mi aveva riempito la testa di parole latine, che non conoscevo, che poi mi aveva chiesto di indicargli la toilette. Erano parole di piante officinali e foglie e frutti.
Mentre andava lento verso il bagno, godeva della mia palese ignoranza sull’argomento, questo era chiaro. 
Mi chiedevo se avrei dovuto sapere tutte quelle parole, se lavorare lì dentro avrebbe mascherato la mia ignoranza, se l’avrebbe invece amplificata, se dovevo rincorrerlo e dirgli che sì una laurea ce l’avevo, che però non era in botanica, se avrei resistito a lungo in quel posto di lavoro.
Rimasta da sola mi girai verso di lei.
Era da sola anche lei, stranamente. E mi guardava.
Mi guardava fissa e mi sentivo importante…quando poi mi accorsi che forse non guardava me, che guardava oltre, mi trapassava, e mi sentii piena di imbarazzo per aver pensato che stesse fissando proprio me, per quell’illusione in cui cadevano tutti da millenni, e compresi il senso di sconfitta che prende alla gola quando credi che qualcuno che ammiri possa averti notato fra una folla di centinaia di persone. E invece non sa neanche che esisti.
Mi riaggiustai la divisa, perché era come se una raffica di vento me l’avesse sgualcita.
No davvero, i nomi latini delle piante sullo sfondo non mi interessavano.
Solo i suoi occhi mi interessavano, e quel sorriso dissacrante che mi aveva appiccicata al muro.
La più affascinante delle donne di Leonardo, la star dallo sguardo magnetico.
Sarei rimasta a lungo, solo per farmi trapassare ancora.

TRAME DI MARE

Ti chiama

E tu lo sai

Lo riconosci il suono

Si appropria di te

Con paterna autorità

Con dolce armonia

È una carezza, è un rimprovero

Scandisce la memoria di lenti tempi

Di tenui rumori

Di soavi profumi

Ritorna a noi dicono le onde

Cullati con noi

Ritorna bambino per un pò

Noi ci ricordiamo di te

Quando ti muovevi incerto

ti proteggevamo divertendoti

T’inculcavamo i nostri ritmi

I ritmi della natura

i ritmi della esistenza

Ti avvolgevi

T’inebriavi di semplicità

Eri un tutto con noi

Ci piace ridarti le carezze, sappiamo che siamo stati nella tua mente

lo avvertiamo

le tue dita ci pettinano con amore

sentiamo che ci ascolti

Noi siamo qua

L’armonia della tua anima un pò ci appartiene

Ti aspetteremo

E ti riconosceremo.

IL RE E IO

Un giorno dell’anno 1949, il signor Donald Edwin King – nato David Pollock – uscì di casa per una breve passeggiata e non vi fece più ritorno.

Un evento che, in circostanze normali, sarebbe rimasto tra le pieghe del mondo, lasciò un segno così profondo nella sua famiglia che, spesso, mi sono domandata quanto sarebbe stata diversa la vita di milioni di persone – compresa la mia – se Donald, impiegato alla Electrolux, fosse tornato a casa dopo la sua camminata. Infatti, il figlio minore Stephen portò con se le stigmate di quell’abbandono e, insieme alla sofferenza, il dono della scrittura.

La prima volta che incontrai quest’ultimo, era l’anno1978. Mi feci regalare un romanzo che trovai semplicemente eccezionale: “Carrie”. Oltre a rimanere colpita dalla vicenda, mi impressionò la peculiarità della narrazione. Sembrava che un giornalista avesse ricostruito una vicenda – mai accaduta – attraverso articoli tratti da quotidiani, estratti da saggi sulla telecinesi, autobiografie dei partecipanti a un ballo studentesco,  dove un’adolescente bullizzata e pressata da una madre ossessionata dalla religione, si vendica in maniera atroce di chi le aveva reso la vita un inferno in terra. All’epoca non conoscevo bene la definizione di romanzo horror: non avevo ancora finito di leggere i racconti di Poe e mi sarei dedicata a Lovecraft solo un paio d’anni più tardi, ma l’incontro con Stephen King cambiò per sempre il mio modo di leggere e – sebbene non potessi ancora saperlo – di scrivere.

Al di là di quello che lui raccontava, intuivo che c’era, da qualche parte,  un magma di concetti, un qualcosa che mi sarebbe stato utile: per anni ho scritto poesia e non pensavo che un giorno mi sarei dedicata anche alla narrativa. Quello che per molto tempo ho visto come un nocciolo senza una forma precisa, scoprii essere la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”, come il Re spiega in quel fantastico libro intitolato “On writing”, un prezioso miscuglio di autobiografia e manuale sull’arte della scrittura. Cosa deve contenere la cassetta degli attrezzi dello scrittore? Lui me lo ha illustrato per primo. Innanzitutto, deve avere una grammatica e un vocabolario, la forma e lo stile, il ritmo – perché le parole devono averlo, come le note – e la magia della narrazione.

Quel testo mi ha insegnato anche a sfrondare tutto ciò che scrivo e a riconoscere con occhio clinico le parole inutili, sia mie che altrui.

Inoltre mi ha consegnato una regola aurea: “Quando scrivi, fallo a porta chiusa. Quando correggi, fallo a porta aperta”.

Quando ho cominciato, circa otto anni fa, a dedicarmi alla scrittura in prosa, ho preso spunto da qualche suggerimento del Re. Un esercizio che lui dava agli aspiranti scrittori era questo: prendete una storia di violenza sulle donne e invertire i ruoli dei protagonisti. Mi sembrò un consiglio degno di attenzione e così scrissi un racconto che presentai al corso di scrittura creativa che frequentavo all’epoca: la signora che teneva lezione, in qualità di editor, arricciò il naso quando spiegai da dove e da chi mi era arrivato lo spunto per scrivere quella storia. Non sapeva di prendere una cantonata colossale: ogni idea è buona – anche se la scrittura può non esserlo – e Stephen King non meritava certo il suo disprezzo snob.

Mi sono affezionata a moltissimi scrittori di ogni epoca e sesso, ma lui mi ha comunque regalato una serie di incantesimi e un’eredità che, a volte, mi trovo a riconoscere perfino nei testi poetici che scrivo.

In tutta onestà, non posso dire che il mio approccio alla scrittura sarebbe stato lo stesso senza aver incontrato i suoi personaggi – pur non avendoli amati tutti in egual misura – e senza aver conosciuto il suo stile, anche se qualche volta non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo.

Auguro lunga vita al Re. Non potrei mai riservargli il trattamento che Annie Wilkes dispensa a Paul Sheldon in “Misery”, anche se decidesse di non scrivere più una riga!

Oltre

Oltre il virus
oltre la paura
oltre i limiti
oltre il dolore.

Ci sono i sogni
Ci sono spazi
oltre i confini
del corpo
da esplorare.

Ci sono possibilità
per sentirsi vivi.

Foto: Tommaso Lucii

Questa poesia partecipa al Concorso Nazionale di Poesia “Dantebus”.
Se ti è piaciuta puoi votarla QUI

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Chi è Movimento Sottile?

 

LA FATA E LA FANCIULLA

Avevo sempre capelli lunghi e
l’estate durava sei mesi.
Avevo una faretra piena di frecce e
occhi di miele e smeraldo.
Avevo cavigliere che cantavano e
ridevano mentre danzavo.
Avevo il grembo simile a un rifugio e
sicuro da ogni guerra.
Avevo nelle mani lucciole
grandi come lanterne

nella notte buia dell’Appennino.

DESIDERIO

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Desiderio di
muovermi libera
sicura.

Di vedere
persone vere
tridimensionali.

Di sentire
l’odore dell’altro
le sue vibrazioni.

Di non avere
paura.

Farfalle

Bruchi bulimici
divoravamo il mondo
senza ritegno.

Ora chiuse crisalidi
nel bozzolo

dormiamo
il tempo
della consapevolezza.

Ci prepariamo
a indossare
ali preziose

farfalle
di nuovo
libere di viaggiare.

Foto: Tommaso Lucii

Chi è Movimento Sottile?

 

ANIMA PRIGIONIERA

Avverto lancinanti dolori

amare lacrime di ragionato sentore

mi muovo, anzi, mi dimeno

ignaro di sopraggiunte passioni,

patisco il grave tonfo della pietra

sull’ostil prato,

ma,

avanzando tremante

m’imbatto in flebili petali di gioia.

Luminosi raggi ridenti, allora,

avvampano l’attesa bramosia

fulgidi dardi

di caldo ardore

scoccano

nel palpitante animo,

ma l’impetuoso stillare

di nettare crudele,

obbliga

il facile ritorno.

DISSIDI DI VERSI

Ciao Ilaria

ecco una mia vecchia poesia che sono onorato di inviarti.
La sto rileggendo anche io dopo tanto tempo, certo avevo un bello sconvolgimento interno, però scrivendo trovavo il mio equilibrio: ritengo davvero che bisognerebbe incentivare ogni forma espressiva, come stai facendo tu del resto.
A volte scrivevo e poi la volevo quasi strappare, per me era uno sfogo che finito sulla carta, poi l’intento era finito, non rileggevo mai e a pochi facevo leggere.
Però mi rendo conto meglio ora, e ora più che mai, che

l’umanità ha bisogno di bellezza dei sentimenti,di bellezza di espressioni diverse, per tenere sempre alto l’ago della bilancia del nostro valore di essere umani,valori sempre più spesso calpestati.

Ciao
Luigi

DISSIDI DI VERSI

Come aciduli morsi d’inattesi sapori

rinviene in me un accorato richiamo.

Carpite sono le disperate grida

da penosi versi di straripante ardore.

Oh,se non avessi loro non potrei amare.

Se non avessi loro non potrei gridare.

Getto lesto le mie reti dalle ampie maglie

difficile m’è l’arginare

flutti d’incontrollabili passioni impazzano,

nelle memorie di vita.

A volte verserei lacrime in attimi gioiosi

a volte bacerei mia madre per sentirmi figlio.

Languidamente,poi,scorre sul foglio

la mano stanca dal tanto patire,

ben sa che ora non può

ora non può fermarsi.

Una luce avvampa nell’imminente oscurità

così calda la sento nel gelo del foglio

come vorrei non averli scritti

come vorrei non poterli tradire.

Placide stanno le foglie di pioggia bagnate

dall’ira insaziabile di una breve tempesta.

VORREI ADESSO

Si vorrei

vorrei aver le ali adesso

librare nell’aria spensierato

volteggiare e rivolteggiare 

solo per il senso di libertà

e non per necessità.

In alto guarderei il mio riparo

ma quello che vorrei adesso

è fendere le brezze leggiadro

incunearmi nei cumuli nebbiosi

e abbandonar lì qualche lacrima

urlare la mia rabbia

ma poi puntare dritto al sole ,si lì in alto

senza farmi accecare

fiero,deciso

assaporare la vastità del creato

cambiare rotta all’improvviso

scendere in picchiata

farmi invadere dai profumi della natura

farmi dipingere il mio cuore

dai colori del mondo

si 

lo vorrei 

tanto

adesso.

Foto: Elisa Ricci

SOVVIENE L’INCANTO

Sovviene come d’incanto

La voce tua

Ed è giorno, ed è sogno

Ed è vita che giunge

Scevra di facili e false

Illusioni di mente e di gambe 

Che rapide vanno

Tra le stelle la sera.

Il cuore geme e ardito

Di lamenti l’infinito

Coglie improvviso il canto:

               “L’attimo è eterno

Ed eterno dura”

Tra i cipressi la radura

Sovrasta la morte mia e la tua

In un sospiro vitale.

Nel canto di vita, che vita,

che odo tra le rubate stelle

che il cielo mi dona.

Gli astri tuoi sfioro

col battito del cuore

col sospiro dell’anima

che lento soggiace alle corde

di violino, che son le parole

tue, che doni, che fremi,

nel respiro dell’estate.

Ed ecco, son nudo,

di suppellettili inutili

non più rivestito

lo sguardo fermo, immobile il cuore,

aspetta fugace magia

del sentimento puro che brilla,

che stilla nella magica sera

la speranza m’è vera.

SE IL CORONA FA 90, L’ UMANITA’ FA 180

L’angoscia e la paura fa 90 e 91
ma l’arte e la cultura ti guardan dentro
ed è fortuna
Chiudere le porte a loro non puoi
leggi scrivi e contempla l’amore
lasciati cullare dal flusso di quella poesia,
la natura è la miglior fantasia…
una bella passeggiata
è una rinfrescata per i pensieri
quando sono neri…
guarda un bel film,
uno spettacolo teatrale
immagini, quadri e sculture
non hai scuse
internet non ha chiuso le sue porte
tutto puoi per sentirti più forte.

Che sia una, 10 o 1000
nessuna morte è indifferente,
nessuna morte è perdente
niente sarà invano
per ogni vita diamoci una mano.

Se le porte vengono chiuse
apriamo i sigilli dei cuori
perché le anime hanno il coraggio di volare
di abbracciare senza contagiare
di amare senza morire
di esserci e farsi sentire

Non ti posso abbracciare con i sensi
ma ti abbraccio con tutto il mio essere
esiste l’energia
il corpo sottile
il sostegno di uno sguardo
una lettera
una mano alzata da lontano
un bacio fra le mani che vola fino
a kilometri lontani
Mi vedi e ci vediamo
ti sento e ci ascoltiamo
mi vedi e ti osservo
non puoi sentirti solo non puoi sentirti sola
la carne vibra e sa come farsi sentire.

L’Amore è l’antidoto
per ogni dolore
la speranza per ogni paura
la cura per ogni chiusura
la forza per ogni caduta.

Oggi c’è Corona domani chissà
Che la disgrazia sia una grazia
che dalla sciagura
si impari finalmente che la natura soffre
nel mondo ci sono guerre
l’ambiente è sofferente
e l’uomo sempre più perdente.

Siamo più uniti è paradossale
allora ce la possiamo fare,
per tante altre lotte
se insieme ci diamo una mano
la morte dell’essere sarà un miraggio lontano…

Che l’umanità detti la sua sorte
cambi quell’agire
che porta alla morte
guerre spreco e malattie
il senso di comunità può ancora intervenire
e che abbracci tutti
belli e brutti
vicini e lontani
amici e nemici
e saremo presto felici.

Perché solo se impariamo a cadere
possiamo rialzarci
insieme
e aspirare a una via del ritorno
quella che rifiuti una volta per tutte
“Si salvi chi può”
ma “Salviamoci tutti”!

È la strada del buon senso
dell’umanità
e dell’amore che sia il nostro ardore.

Non ti disperare “Dio è morto”
per amare
la Vita sarà sempre più forte della Morte
credi a chi vuoi
ma prega e spera e semina gentilezza
perché se è vero che
per un battuto d’ali c’è uno tsunami
per ogni parola di conforto
ogni atto d’umanità
ci sarà ancora un domani.

PAURA DELL’INTIMITA’

Vera,segreta,potente ma fragile

smuovi l’universo

sei alla base di tutto

ma bisogna difenderti

bisogna proteggerti.

Carpisci mille vibrazioni

le più flebili,le più dolci.

T’immergi in dimensioni inviolate

eteree,cosmiche

sensoriali

Emani bagliori intensi

calori arcaici

colori familiari

cercata ma temuta.

A volte impaurito ti perdo nel fragore

ma so che ci sei

sento il tuo manto pesante

che mi dirige nel giusto

facendomi alzare la testa.


Chi è Movimento Sottile?
Foto: Elisa Ricci

INCONTRI IN PIAZZA SANTO SPIRITO

Scrollai l’ultimo seme di finocchio incastrato tra il premolare ed il molare; avrei accompagnato volentieri il gesto con una nota sinfonica gastrointestinale per via della Coca-Cola con cannuccia aspirata avidamente come un brufoloso al McDonald’s alla prima festicciola delle scuole medie. Rinunciai, il rintocco delle campane della cattedrale “Santa Maria del Fiore” mi avvisò che “mena mé” era ora di alzarsi e proseguire il mio giretto: la mostra di Gustave Caillebotte chiudeva alle 13.

Firenze non la si può liquidare in due giorni pensai, devo ritornarci. Ti ti tiiin bofonchiò il telefono con un messaggio WhatsApp, Stefano R. l’autore. “Beh? Com’era la schiacciata con la finocchiona? Non ti ingolfare… stasera abbiamo l’apericena in Piazza Santo Spirito, a dopo +  emoticon faccia sorridente.”

Strada a piedi, autobus, arrivo, doccia, shampoo, trucco, di nuovo autobus, strada a piedi, Piazza Santo Spirito. 

Erano le 19,30 un cielo blu elettrico con pennellate rosa e arancio stava per lasciare il posto ad un assolo di luna argento. È in quel momento lì, l’attimo prima del buio, che un crepuscolo può inondarmi e drogarmi di buono. 

Seduti in piazza trovai Stefano, Andrea, Pina ed un uomo col turbante, di profilo; vuoi un vistoso pendente sul lobo sinistro, vuoi l’atmosfera “filo esotica” che stava germogliando, tant’è che mi ricordò la versione al maschile de “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer. L’uomo misterioso mi accolse con una leggera flessione del tronco accompagnata dalle mani giunte. “Lui è Saliman, Saliman lei è Stefania” disse Andrea. 

Non volevo innamorarmi di un indiano, troppi giri virtuosi e mescolanze strane e poi saremmo  finiti ai rigori io con le mie orecchiette pugliesi e lui con le sue lapislazzuli turchesi. No, mi limitai ad osservarlo ma Pina da buona partenopea intravedendo la mia ipotesi di innamoramento volle portare avanti il castello di sabbia intercedendo per noi con frasi di una discrezione commovente “Salimaaar! Ma l’hai vista che bella ‘sta ragazza? Salimaaan ! Hai visto che bella guagliona?”.

Lanciai uno sguardo trucido a Pina, pochi secondi prima di incenerirsi si tacque e l’atmosfera mi si fece più serena. Anche le mie madide ascelle ringraziarono.

Saliman Bhat era un uomo sulla quarantina, figlio di seconda generazione, il padre Rudra orafo e la madre Yeva , cantante di origine armena, vennero in Italia negli anni ’70 quando si andava formando a Firenze una nutrita comunità indiana e cominciavano a nascere le prime botteghe artigiane. Saliman crebbe tra fili di perle e statuette Ganesha.

Stefano ed Andrea ordinarono il primo spritz, quando irruppe Pepito detto Lo spagnolo, il sindacodi Santo Spirito “Oh Saliman, ti cerco da una vita e mezza! Vorrei una copia del tuo libro, lo vuol leggere la mia donna” disse facendo oscillare il pendente di Saliman con una pacca sulla spalla.

Cioè quest’uomo ha scritto un libro? Pensai che era l’ora di parcheggiare la mia timidezza e inondarlo di domande, nonostante i suoi silenzi, ma di quelli eloquenti, bastava solo sintonizzarsi sulle sue frequenze.

Saliman bisbigliò qualcosa, una frase nata dalla vibrazione di un impercettibile movimento labiale, forse un mantra, poi si sfilò gli occhiali dalle lenti verdi , li sfregò su un lembo della tovaglia e li inforcò velocemente con aria assorta.

Più tardi Stefano mi spiegò il motivo di quegli occhiali indossati nonostante l’imbrunire, vi era uno strano bisogno di proteggersi dalla luce, non una vera e propria patologia la sua ma un’idiosincrasia nei confronti del sole, un’antipatia personale ecco.

Pulite le lenti l’uomo rispose a Pepito che il suo romanzo “Cose di sale” era in ristampa, poi esibì il suo vecchio Nokia col display rigato per risalire al suo numero di telefono e lo trascrisse su una confezione ormai vuota di tabacco usato per la sua pipa, la famosa “la mia puzzona” , le sue dita affusolate circondate da bellissimi anelli con pietre colorate mi facevano sempre più sangue.

Saliman era un sociopatico asocial riluttante nei confronti della grande conquista umana: la reperibilità istantanea. Il suo vecchio cellulare finì per sbaglio nella tasca della sua giacca, non amava essere rintracciato né tantomeno finire con una foto profilo su Whatsapp.

“Saliman, mi dici qualcosa del tuo romanzo?”gli chiesi. L’indiano avvicinò la sua sedia qualche centimetro in più verso la mia, il suo profumo agli incensi si mescolò ad un alito speziato che sapeva di curry, curcuma e latte di cocco, inebriata mi abbandonai al suo racconto.

“Cose di sale” è la mia periegesi, come gli antichi greci descrivo il luogo che ho visitato, il suo popolo, i suoi costumi, la sua storia, la mia è una periegesi di tutti i luoghi che ho visitato, divisa per volumi, ora io intravedo nei tuoi occhi un forte desiderio di viaggiare, tieni, è per te.”

L’indiano si sciolse la coda racchiusa da un fermaglio d’argento e staccò una pietra azzurra, il suo sguardo andò oltre il tavolo che ci univa in uno spritz con aperol, un altro mantra o preghiera pagana andava liberarsi da quelle labbra indiane, mi porse la pietra e senza proferir parola lasciò la compagnia. Mi sbagliai: non arrivammo neanche ai rigori, le mie orecchiette pugliesi non conobbero mai la sua lapislazzuli. Rimasi con un pugno di sale ed una periegesi da leggere, queste, in fondo, sono “Cose di sale”.


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Incontri in Piazza Santo Spirito

SILENZIO

Angusto motivo di noia

e di cruenti ricordi,

vivi tra noi.

Scateni emozioni lontane

e con il tuo inebriante passo,

scandisci il languidar del tempo.

Complice di mille sguardi fuggenti

alla ricerca di un riparo

dal vivace scorrer del Fiume,

complichi

il nostro passare,

ci accosti

ai mille misteri.


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Foto Elisa Ricci

QUANDO SARAI IMMERSO

Quando sarai immerso tra la gente

come nella nebbia congelante,

quando sarai sulla cima degli alberi

come su un prato in primavera,

quando sarai in una melodia

che scorre tra mille richiami,

quando sarai solo col tuo destino,

quando ti sentirai smarrito

perso nei tuoi sentimenti,

solo, con te o con un amico

e davanti ad un calice vuoto

sarai la somma di ogni azione,

quando la vita ti guarderà 

col suo occhio giudicante,

tu non sarai mai veramente

solo mera moltiplicazione,

sarai gioia pianto e miseria,

sarai grida e lamento silenzio e gemito,

quel giorno sarai il suono che ascolta

e ascolterai le farfalle volare,

ascolterai la dolce melodia che è in te,

ascolterai la poesia disciolta

nella vita del mondo che vive

sotto forma di delicati tintinnii,

guarda il cielo e rilassa la tua anima,

guarda lo specchio che riflette

non solo le ombre ma anche 

una piccola e sottile lama di luce,

il resto non conta.


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Foto di Elisa Ricci

INCONTRO D’ESTATE

Era d’estate.

La bellezza riluceva

tra l’acqua e il sole.

E tu,

bagnata di sudore,

nel limpido torrente

cercavi refrigerio.

Ed io,

sulle papille ovattate

dalla verde boscaglia,

scorgevo nuovi odori.

Quello tuo e il mio,

densi di sogni:

belli, 

proibiti,

a volte ingigantiti…

ma nostri e condivisi.

In quel tavolo d’estate,

tra bicchieri i nostri visi,

è stato un gioco seducente, 

berti dolcemente.


Alcune segnalazioni:
Una meravigliosa occasione per leggere poesia e prosa nella natura
Un laboratorio di avvicinamento alla poesia a Firenze
Avete altre segnalazioni da farci su gruppi di poesia che frequentate, incontri letterari, esperienze di lettura? Scriveteci e le divulgheremo!

Per leggere altre poesie di Francesco Bernacchioni

Chi è Movimento Sottile?

Foto Elisa Ricci

AMICA MIA

Amica mia non piangere
che le lacrime,
quelle dell’anima,
son dolci e non salate,
e mai,
in me o te,
siano sprecate.
Lo riconosco,
ci conosciamo appena,
ma la sofferenza dal passato
è un’onda lieve
che taglia i nostri pensieri
e li unisce come
nuvole alla luna.
Pensa, amica mia,
a quanto dolore sia disciolto
nel mondo,
come zucchero filato,
succhiato,
dalla bocca di un bambino ingordo.
Pensa a quanta felicità
sia sprecata,
distrutta, violentata.
Piangi adesso,
mia amica,
e le lacrime,quelle dell’anima,
siano miele
per le ferite tue.


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CAPODANNO

Con questa meravigliosa poesia di Francesco Bernacchioni apriamo la nuova categoria Poesia & Prosa, con il desiderio e la speranza che autori e autrici possano trovare qui un umile spazio di espressione e condivisione.
“Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne, sono le armi più potenti”. (Malala Yousafzai)


Ti ho vista stretta nella tua sedia
Avevi un sorriso allegro e spensierato,
dimenavi gli arti, quelli che potevi,
seguendo un ritmo a me sconosciuto.
Ti guardavo ammirato e nel mio occhio
non vi era compassione o curiosità.
Avrei potuto alzarmi, io, ma non lo facevo
chiuso nella silente ottusità
di chi, a disumani stereotipi,
affida le più intime vergogne.
Sono rimasto seduto sulla mia, di sedia,
quella sì ferma e rugginosa.
E ti ho visto volare sulla tua.
Volteggiare nell’aria con lei
come solo le farfalle sanno e fanno.
Sono rimasto seduto,
rapito dalla tua perpetua danza,
solo io e te
nella stanza.
D’improvviso di sedie
non ce ne erano più.


Chi è Movimento Sottile?
Foto di copertina:Elisa Ricci

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