Il posto di chi sogna un mondo comune

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MAI DIRE ORMAI!

Seguire il sogno della vita da adulti si può!

Motivatori e coach ci hanno scritto libri con titoli bomba che mi hanno sempre dato l’orticaria, come “La felicità è adesso!” oppure “Prendi in mano il tuo destino: ora!”, infarciti di inopportuni, imbarazzanti e rozzi punti esclamativi…

E che tuttavia ho periodicamente acquistato!
Perché ho sempre sperato in cuor mio che davvero si possa cominciare a qualunque età.

Tuttavia c’è molta diffidenza intorno al tema.

Se avere un colpo di testa a vent’anni è socialmente accettabile, farlo “da grandi” è considerato un folle, infantile e irresponsabile salto nel buio.

Lo ammette fuori dai denti anche Gianluca Gotto, autore del blog Mangia Vivi Viaggia, che vita l’ha cambiata a vent’anni appunto, come racconta nel suo bellissimo libro “Le Coordinate della Felicità“:

“Su questo aspetto devo essere molto sincero: non sono una di quelle persone che cambiano vita a quarant’anni dopo aver comprato la casa con il mutuo, aver messo su famiglia e aver dedicato più di un decennio a costruirsi una carriera…”

E’ emblematico quindi che un amico, con un misto di sospetto ed incredulità, mi chieda “ma perché tu conosci davvero qualcuno che ha cambiato vita a 40 anni?!”.

Ci penso su.
Io si.

Ecco a voi cinque interviste a persone né eroiche né straordinarie, solo normali.
Anzi, normalmente coraggiose.

Alcune sono all’inizio del viaggio, altre a metà, altre stanno guardando la strada percorsa pronte a ripartire.

In comune hanno qualcosa di importante: l’orgoglio delle proprie scelte!

Incontrarle è stato un dono che voglio condividere, perchè stimoli tutti noi a seguire i nostri folli, audaci, genuini, normali, banali sogni nel cassetto.

Perché in fondo…”Mai dire Ormai!”

Chi è Movimento Sottile?

Foto di Copertina: Luca Bettini

LA PARTITA E’ APERTA!

STEFANIA ROBASSA
39 anni
Aspirante attrice e scrittrice
Scrive sulla sua pagina Facebook “Dal mio Punto di Svista

Stefania mi risponde al telefono da lontano… Alla fine dell’intervista parliamo del blog e mi fa “Ti mando qualche pezzo”. E’arrivato prima il pezzo dell’intervista. Peccato…perchè il vero pezzo è questo: un pezzo di vita raccontato nell’attimo esatto in cui viene vissuto il cambiamento da un momento ad un altro, quando le emozioni sono più intense che mai…Provo a riportarle su carta (o quel che è) con la stessa forza con cui mi hanno travolto.

Stefania, dove sei ora?
Ho fatto un salto nel vuoto. E sto ancora volando.

Che cosa è successo?
E’ successo che dal 1 Gennaio 2019 ho lasciato il lavoro, a 38 anni.

Dall’oggi al domani? Così di botto?
No! E’ una scelta che volevo fare da tempo ma avevo sempre rimandato. L’ho ponderata molto.
Ma in realtà l’ultimo lavoro che ho avuto dentro di me sapevo fin dall’inizio che non sarebbe durato molto. Sono andata avanti tre anni…

Torniamo indietro. Cominciamo dall’inizio…
Io ho iniziato a lavorare subito dopo il diploma nel bar di famiglia, un lavoro part time che mi permetteva di vivere e allo stesso tempo portare avanti quella che era sempre stata la mia passione: la recitazione.  Poi lo abbiamo dovuto chiudere e mi sono ritrovata a 32 anni con il culo per terra, senza arte nè parte…

Posso immaginare…
Lì ho avuto la prima crisi… i miei unici datori di lavoro erano stati la mia famiglia. Così quando mi sono trovata con dei datori di lavoro sconosciuti ho capito che non ero portata al lavoro da dipendente.

E che cosa hai pensato di fare quando ti sei trovata “col culo per terra”, citando testualmente?
Mi sono trovata altri lavori precari, fino a quando sono entrata in uno studio dentistico a lavorare full time, e non ho avuto più tempo per la recitazione.

Ed è allora che hai smesso?
In quel momento ho incontrato la fatidica goccia che fa traboccare il vaso: ho dovuto rinunciare ad un progetto teatrale a cui tenevo molto perché non avevo tempo per le prove.
Mi sentivo di aver perso un treno, in realtà questo evento mi ha messo di fronte ad una domanda amletica…

E sarebbe?
Vuoi continuare a vivere così?  A fare un lavoro che, seppur rispettabilissimo (a tempo indeterminato, ndr), la mattina non ti fa alzare dal letto felice?

E te ne sei andata.
Non senza fatica. I giorni successivi sono stati durissimi. Non ero pentita ma ero insidiata dall’ansia e avevo uno stato psicofisico debole. Eppure ero contemporaneamente piena di adrenalina!

Sei stata molto coraggiosa!
Non sono un’eroina. Non lasciavo una situazione economica floridissima, per cui è stata una scelta più semplice, ma tuttavia è stata dura lo stesso.

Come hanno reagito le persone intorno a te?
Con i datori di lavoro avevo un bel rapporto, mi hanno capito. Conoscevano la mia vera passione. Non ho lasciato perché c’era un brutto ambiente, anzi! Ho lasciato perchè avevo un altro sogno!
Mia madre mi ha appoggiata perché vedeva che non ero felice, anche se avrebbe preferito che avessi lasciato con qualcos’altro in mano.
Altri mi hanno ferito giudicandomi alzando anche solo un sopracciglio, e semplicemente ho deciso di non condividere la mia scelta con chiunque.

E che hai fatto poi?
Dal 1 gennaio 2019 sono stata libera. Ho fatto tutti i corsi di teatro che ho potuto, ho viaggiato, e poi ho partecipato ad un concorso di poesia, riscoprendo anche la passione della scrittura. E mi sono iscritta all’Università (Lettere con indirizzo Arti e Spettacolo), a 39 anni!

La scrittura? E che c’entra con il teatro?
C’entra perché c’è stato un periodo quattro di anni in cui non ho fatto nulla con il teatro perché, lavorando, non avevo tempo, e la scrittura mi ha permesso di sfogare sia la mia frustrazione che la mia energia.
Ed è allora che è nata la mia pagina Dal mio Punto di Svista, che va avanti da cinque anni ormai…

Oggi in che fase sei?
L’anno sabbatico che mi sono presa sta per finire.
Finora ho campato con vecchi risparmi che avevo.
Mi sono voluta regalare quest’anno: il primo nella vita in cui non abbia lavorato per guadagnare.

Un anno bello denso di esperienze e movimento, però! Non esattamente un anno di vacanza…
Si ma adesso il gioco si fa più duro. E se non riuscissi a vivere delle mie passioni, a trovare un lavoro che mi soddisfa? Questo è il pensiero più opprimente adesso. Ma so anche che sono una che non ha paura di sacrificarsi.

C’è stato un momento in cui hai pensato che avevi fatto la scelta giusta?
Quando ho mandato la poesia al concorso e mi hanno chiamato per dirmi che avevo vinto. E mentre mi sono vista emozionarmi mentre ritiravo il premio, ho avuto la consapevolezza di essere sulla strada giusta.

Tornassi indietro faresti scelte diverse?
A volte mi dico “Se non avessi lasciato l’Università a 20 anni…” ma a che serve? Io sono figlia delle scelte che ho fatto nel momento in cui le ho fatte, pensando fossero giuste per me in quel momento.
E poi la vita è fatta di incontri che io chiamo “Big Bang” e che ci fanno fare delle scelte, e io questi incontri li ho fatti da adulta, non li ho fatti a 20 anni…

Se tu dovessi dare un consiglio a chi si trova in una situazione di stallo, come era la tua, quale sarebbe?
Ne ho due.
Di prendersi un anno sabbatico, se ne ha la possibilità. Per frenare. Per darsi spazio. Non ne abbiamo mai tempo. Io, certo, non ho figli, o famiglia da mantenere, per cui è stato più facile: le scelte che sto facendo ricadranno solo su di me.

E anche i meriti ricadranno su di te.
E le soddisfazioni anche! Che è quello che spero.

E il secondo consiglio?
Di giocarsi quella carta ipotetica di riuscire, anche se ci fosse solo il 2% di possibilità di farcela.
Se non la si gioca, non sapremo mai se era la mano vincente…

La tua partita è tutta aperta, Stefania! In bocca al lupo.
Crepi il lupo.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

DUE VITE PER LA DANZA

ARACELI BARCENAS
61 anni
Danzatrice professionista e coreografa.
Fondatrice della Scuola Danza Teatro delle Origini, linguaggio che diventa Specializzazione nella Scuola di Formazione per Operatori del Centro Toscano di Arte e Danza Terapia.

Mi accoglie elegantemente con un the nella sua casa piena di libri che odora di tre vite almeno, e che sembra di poter lasciare da un momento all’altro, in partenza per il suo Messico o per chi sa dove… Impossibile dare un freno alla sua energia, come replicare il movimento del suo corpo: include almeno venti tipi diversi di onde. Andrebbe vista ballare per apprezzare davvero il sapore della sua storia. Che parla di tre Paesi, di Rivoluzione e di studio. Ma è qui a Firenze che ha deciso di portare le sue onde, alla fine. E menomale, altrimenti non ci saremmo incontrate, e il mare addosso a qualcuno non l’avrei visto mai…

Ara, quando hai deciso di cambiare vita quanti anni avevi?
Ho deciso di fare della danza la mia vita due volte. La prima volta avevo 26 anni.

Ma la danza non si inizia da bambine?
E infatti tutti dicevano che ero fuori di testa! E anche io me lo dicevo. Solo che mi rispondevo “Io ci provo!”.

Era una passione iniziata da poco tempo?
No, io ho iniziato danza classica che avevo 15 anni (che comunque per iniziare era già tardissimo) ma lo facevo come hobby amatoriale.

Avresti voluto farne una cosa più seria?
A quell’età andai a vedere se mi prendevano in una scuola professionale di danza moderna, ma mi dissero che ero troppo grande e mi consigliarono di finire gli studi. E ci ho messo una pietra sopra!

E ti sei iscritta all’Università.
Economia. Tutto un altro mondo… E poi ho iniziato la carriera politica, e 19 anni sono andata in Nicaragua con un gruppo politico a partecipare alla rivoluzione.

La rivoluzione?! Un personaggio cinematografico il tuo…
La mia vita un film lo è in effetti (sorride, ndr). Io sono Messicana. Erano quelli anni di grande fermento in Centro e Sud America, c’era il sogno di fare la rivoluzione in tutta l’America Latina.
Perdo un anno di Università per seguire questo ideale e poi torno in Messico e lascio la politica. Ne avevo visto il lato brutto, non faceva per me. E finisco l’Università. Perchè io sono una che finisce sempre le cose!

Già da qui si vede che sei tosta.
E infatti mi laureo, e comincio a lavorare dentro il Ministero dell’Economia. Avevo i miei soldi, la mia casa, divento assistente del Segretario Tecnico all’Istituto Nazionale di Antropologia, avevo una carriera scritta davanti: adesso probabilmente sarei il Direttore di qualche Museo.
Ma soffrivo quando andavo a lavorare…

E il pallino della danza torna.
Torna forte. Decido di trasferirmi a Parigi per studiare danza contemporanea. A 26 anni! Una cosa folle! Vendo la macchina, le mie cose e me ne vado. Con pochi soldi. Io venivo da una famiglia modesta dopotutto.

E’ stato un periodo difficile?
E’ stato in assoluto il più difficile! Prima di tutto avevo una mente razionale sviluppatasi nel lavoro che avevo fatto fino ad allora, e dovevo cambiare mentalità. E poi non avevo soldi e ho fatto di tutto: dalla donna delle pulizie a chiedere i soldi in metropolitana insieme ad un’amica: lei cantava e io ballavo. Mi sembrava fosse tutto troppo difficile, che non imparavo nulla.  Non sapevo la lingua, ero sola. Ma ero testarda. E tornare indietro a fare la burocrate, non volevo.

Cosa pensavi in quel periodo?
Mi vergognavo e pensavo “Se mi vedessero la mia famiglia, i miei amici…”. Sapevo che erano lavori umili che non avrei fatto per sempre, che mi servivano in quel momento per raggiungere un sogno. Io sapevo chi ero io. Ma certo ho avuto momenti in cui sono stata tentata di tornare indietro o di cambiare Paese.

E poi hai incontrato Leonardo (il marito, ndr).
E siamo venuti in Italia. Ho seguito l’Amore! All’inizio non è stato facile perché a Parigi avevo tutta la danza che potevo volere e a Firenze non c’era la stessa produzione artistica. Ma trovo un’insegnante che mi dà una visione ancora diversa e imparo un altro modo di fare danza, più astratto, che mi interessava molto.

Seguire l’amore dove ti ha portato?
Di nuovo in Messico, insieme a Leonardo. Abbiamo avuto un figlio. Decido di vivere lì, di abbandonare la danza per necessità economica e di fare la carriera di giornalista. E lo farò per 12 anni! Un’altra carriera stabile! Ma la danza era ancora nella mia testa. E infatti mi metto a studiare danza Afro-Antillana per hobby. Non ne potevo fare a meno…

E decidi di fare della danza la tua vita per la seconda volta!
A 36 anni! Stavolta perdo la testa per la danza definitivamente! Mi si apre un mondo: entro in una compagnia di ballo, faccio anche teatro, e alla fine inizio a fare l’insegnante di danza e le cose funzionano, avevo successo…

E poi nel ‘96 arriva la crisi economica…
E ci trasferiamo nuovamente a Firenze. Avevo 38 anni e un figlio piccolo. Comincio a insegnare latino-americano perché era di moda. Ma mi annoiava molto e quindi presto passo ad insegnare Danza Afro con un approccio terapeutico: studio come il ritmo influenza il benessere della persona. E da lì continuo a studiare. E studiare. E studiare. E non ho smesso più perché io sono una ricercatrice prima di tutto!

Ti senti una ballerina?
Mi fa fatica dirlo perché, in un mondo dove tutto è un documento, non ho un diploma specifico. Ma ho avuto così tante esperienze…e alla fine tutte insieme mi hanno portato a concettualizzare il mio progetto di Danza Teatro delle Origini.
Sono sicuramente un’insegnante di danza. E una persona che ama danzare.

Oggi hai 61 anni (anche se ne dimostri 50 e hai il fisico di una 20enne…). Mi chiedo, con la lucidità di una vita trascorsa, faresti qualcosa di diverso oggi, per seguire il tuo sogno?
No. Perché il mio concetto di danza è sempre stato “libertà” e inconsciamente forse l’ho sempre seguito. Non volevo essere ingabbiata in una tecnica.

Che cosa ti ha aiutato a non mollare?
La forza interiore. L’ambizione di raggiungere quello a cui aspiravo. E visualizzare il sogno! Io avevo tante voci in testa, ma la danza era la voce più forte. E se è forte torna sempre a bussare.

Cosa consiglieresti a chi vuole inseguire il suo sogno ma dice che è troppo tardi?
Che se lo vuole fare, si può fare!  L’importante è creare nel momento presente le condizioni per fare quello che si vuole. Nel mio caso, siccome non avevo soldi, lavoravo per pagarmi le lezioni di danza, e sicuramente soffrivo a fare quei lavori umili, ma sapevo che erano il mezzo per realizzare quello che volevo.

Un ricordo particolare?
Un tempo facevo le pulizie in un palazzo in Via Ghibellina, per vivere.
Dopo molti anni mi sono ritrovata, nello stesso palazzo, a tenere uno stage come insegnante con circa 25 allievi.
E’ stato un bel riscatto.

(pausa)

Mi dicono che sono una persona molto fortunata.
Io dico che sei una persona molto coraggiosa.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

ESPORSI, NON ESIBIRSI!

MARIA PAOLA SACCHETTI
53 anni
Attrice professionista e insegnante di teatro.
Fondatrice di Cat23 Centro Arti Teatrali

La prima volta che l’ho conosciuta, alla presentazione del corso di teatro che guida, mi convinse il suo motto “Esporsi, non esibirsi!” Quella sera non ho incontrato solo una brava attrice e insegnante, ma la storia di una persona speciale che è passata dalla timidezza al palcoscenico mettendosi in gioco continuamente. Una storia che appartiene anche a me! E in realtà a tutti. Ve la regalo col gusto che solo i doni preziosi hanno.

Mappi, quando hai deciso di fare teatro?

La prima lezione l’ho fatta a 29 anni. Dieci anni dopo il primo desiderio di farlo.

Grandina!
In realtà a 19 anni che volessi fare teatro l’avevo ben chiaro in testa, ma mi dissi “Io?! Fare l’attrice? Non ci si fa!” perché ero timidissima e infatti mi iscrissi all’Università a Lettere per studiare Storia del Teatro pensando “Almeno il Teatro lo leggerò sui libri…”.

E poi che è successo?
E’ successo che a 29 anni il coraggio l’ho trovato! Ma ormai pensavo di essere vecchia! E mi vergognavo talmente tanto della mia età che mi sorprese sentire, dalla segretaria della scuola alla quale telefonai per chiedere se mi potevo iscrivere, che non c’erano problemi.
Io sapevo che l’età giusta per iniziare era 19-20 anni e infatti molte scuole a 26 anni chiudevano le iscrizioni…

E invece poi ne hai fatto un lavoro!
No percarità! A quell’epoca mai avrei immaginato che potesse diventare un lavoro: era solo un modo per vincere la mia timidezza. Anzi era un tentativo!

In che senso?
A Firenze in quegli anni c’era ancora la grande scuola di Orazio Costa, fondatore del Metodo Mimico, un importante metodo di formazione per attori.  Quello che se ne sapeva da profani fuori era che si veniva scaraventati su un palco a “fare cose”.  Tipo “Mi faccia l’acqua”, oppure “Salga su quel palco e faccia il vento”, “Diventi fango, signorina”.  Leggende metropolitane del teatro per atterrire i timidi.  Con successo, evidentemente. Alla prima lezione 10 anni dopo andai pensando “Se mi fanno fare il fuoco, io vado via!”. Ero terrorizzata. Ma abbastanza forte da girare i tacchi e andarmene!

E invece non te ne sei andata!
Tutt’altro! Il fuoco non me l’hanno fatto fare per fortuna, e io ho scoperto nel teatro la cosa che mi piaceva come niente altro che avevo mai fatto nella vita. Provavo una gioia e una felicità mai avute! Non dormivo la notte dalla felicità!

Ma a quell’epoca per campare cosa facevi?
Insegnavo italiano per stranieri e mi piaceva. Vivevo da sola, avevo la mia indipendenza, i miei soldi.
Però quando arrivò il teatro nulla reggeva al confronto: mi piaceva troppo di più!

Quindi cominci a studiare recitazione.
E regia! Alla fine mi diplomo in entrambi i corsi. Ma non mollo l’insegnamento agli stranieri. E allo stesso tempo continuavo a studiare di teatro (pedagogia teatrale, per esempio) fino a che il mio insegnante di allora mi chiese se mi andava di cominciare ad insegnare nella sua scuola.

Fu un bel riconoscimento!
Si, ma mi fece anche capire di non montarmi troppo la testa! Comunque affidò a me il primo anno propedeutico di accesso alla scuola e io cominciai ad insegnare ai principiati assoluti. Insegnavo teatro e insegnavo l’italiano agli stranieri.

Insegnante 24 ore su 24 quindi…
E iniziò il conflitto! Perché cominciai a guadagnare anche con il teatro, anche se era pochissimo. E mi cominciò a stuzzicare l’idea che, quindi, con il teatro si potesse vivere!
Intanto l’insegnamento per stranieri mi stava sempre più stretto…

Hai insegnato otto anni in questa scuola dove ti eri formata, e poi?
E poi io decisi di lasciare perché mi sentivo stretta anche li.
A quella scuola devo tanto della mia formazione, ma a un certo punto sentii che, oltre a fare l’insegnante di teatro, dovevo trovare una via per fare l’attrice, per mettermi alla prova, e lì non avevo spazio.

Va bè, avrai cercato altri contatti quindi…
Ma non sapevo come fare, da chi andare… Oltretutto come attrice pensavo di non valere niente.
Mi demoralizzai e smisi. Con grande dolore. Smisi per un anno. Avevo 41 anni.

E poi arrivano gli amici del cuore, che ci salvano sempre dal baratro…
Eh si (sorride con dolcezza…). Arrivarono gli amici di teatro (Marco Lombardi, Caterina Boschi e Aldo Innocenti, ndr) che volevano costituire una compagnia. Mi contattarono e mettemmo su uno spettacolo in un piccolo spazio appena nato, il Nexus Studio, piccolo ma pieno di energia.
Lo chiamavamo “Spettacolino”, per non darci troppa importanza…

E probabilmente una grande energia lo ebbe anche lo spettacolo…
Direi di si se un paio di persone che mi videro recitare andarono casualmente a riferire ad Alessandro Riccio che ero davvero brava!

Casualmente…E lui che disse?
E lui, che a Firenze conosceva tutti, disse che questa Maria Paola Sacchietti non l’aveva mai sentita… Ma mi chiamò per un provino!

WOW!
Eh aspetta…al provino lui mi fece “Non è che mi sei piaciuta tanto però hai una bella energia, il ruolo è piccino, proviamo…”
Solo che alla fine a quel ruolo piccino se ne aggiunse un altro, quasi senza battute, che era della “pazza”: piacque a tutti! Ancora oggi lui non si spiega come mai mi veniva tanto bene proprio il ruolo della pazza… (sarcastica).

E poi che succede?
Una cosa strana! Mi prende da una parte e mi dice che gli piacevo perché non ero ruffiana, ero indipendente, me la cavavo da sola e, che se avevo in mente progetti da sviluppare lui mi avrebbe dato una mano!

…adesso lo posso dire?! WOW!
In quel momento in effetti è scattata dentro di me la consapevolezza che qualche valore lo dovevo avere anche come attrice… E Alessandro non solo mi dette una classe di recitazione da seguire, ma mi chiamava in tutti gli spettacoli che faceva!

Mi sa che proprio schifo come attrice quindi non facevi!
In più con gli amici del cuore di cui sopra abbiamo fondato la compagnia “Giardini dell’Arte” che è diventato un progetto con cui giriamo l’Italia. Non c’è concorso in cui non ci riconoscono almeno un premio.

E neanche come insegnante facevi schifo!
Avevo la capacità di fidelizzare gli allievi. Ci sapevo fare. Avevo sempre più corsi da seguire… tanto che alla fine, a 42 anni mollo l’insegnamento con gli stranieri e prendo un’aspettativa di 6 mesi per vedere se potevo vivere di teatro.

Una bella scelta! La forza dove l’hai trovata?
Ero forte della mia autostima, che finalmente dopo tanto patire avevo trovato! Improvvisamente tutti volevano lavorare con me, avevo due corsi miei, riconoscevo di valere. Era un periodo buono.
E poi mi resi conto che adesso metà della mia giornata era assorbita dal lavoro con gli stranieri, e mollandolo mi davo l’opportunità di dedicare tutta la giornata al teatro e potevo fare lo scalino che mi mancava per migliorarmi come attrice.

La dedizione allo studio ce l’avevi…
Senza pratica e impegno, non ce la raccontiamo, anche Meryl Streep non sarebbe diventata quel che è! Figuriamoci io che non ero particolarmente talentuosa… E poi mi capita un’occasione d’oro!

E cioè?
Preparare uno spettacolo con Alessandro, io e lui da soli. Che regalo che mi fece! Potevo lavorare tutto il giorno con lui da sola, e imparare tanto, e poi avere una visibilità eccezionale. In quei sei mesi ho fatto l’attrice per davvero. Ed era per me una gioia incredibile.

Non senza rischi.
Io ero cosciente che stavo rischiando tutto. Siamo intorno al 2010, la crisi economica e il resto: chi aveva un lavoro non lo mollava. Ma è anche vero che avevo un buon rapporto con la Scuola di Italiano per Stranieri, e se proprio il teatro non avesse funzionato, potevo tornare indietro.

Il piano famigerato B!
Di tornare indietro però non c’è stato bisogno! Ho insegnato per nove anni.
Ho iniziato con 5 allievi e alla fine ne avevo 60.
A un certo punto il lavoro andava così bene che ho voluto rischiare di nuovo per fare un passo in più (tanto ormai mi ero abituata a rischiare): e ho deciso di aprire una scuola mia!

Ed eccoci al Cat 23. Perché una scuola tua?
Volevo decidere io della mia scuola: decidere gli orari, decidere se accettare o meno gli allievi, avere regole mie, volevo avere “potere” della mia vita professionale. Pare brutto dire così, ma sentivo che me lo dovevo. Volevo avere la prova che gli allievi mi seguivano perché volevano me come insegnante, non perché ero l’insegnante gentile e carina e basta.

Come nasce il Cat23?
L’agenza immobiliare mi chiama e mi dice che hanno trovato un posto che potrebbe fare al caso mio. Era sotto casa mia, nello stesso palazzo!

Un segno!
Io non credo al destino, ma forse dovrei ricredermi…

Con che soldi lo hai tirato su, se posso permettermi?
Con l’eredità di mio padre che io non avevo mai toccato per orgoglio. Mio padre era un pianista e non avrebbe voluto altro che io abbracciassi una carriera artistica. Ecco…mi è parso il modo giusto di usare quei soldi. Ma non dimentico neppure l’aiuto degli amici, fra cui Alessandro, che mi hanno portato divani, sedie, supporto e sostegno di ogni genere!

E se tu dovessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto ma pensa di essere vecchio?
Una volta la vita della gente era segnata e sicura. Ora è tutta incerta. Ed è proprio nella precarietà che si può trovare l’opportunità per buttarsi, se non ci lasciamo spaventare!
E lo vorrei dire anche ai giovani, che sembrano già spaventati prima di partire…
Mai dire Ormai!

Mappi, ho un’ultima domanda molto importante…ma alla fine il fuoco l’hai mai fatto?!
Ah se è per questo ho fatto anche la noce!
(risate collettive,ndr.)

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SULLA VIA DI SANTIAGO

PAOLA ANDREANI
37 anni
Educatrice e Fondatrice 
dell’asilo nido Piccole Orme-Firenze

Mi chiama un’ amica e mi dice “Ho una bella storia per te!” ed è così che ho conosciuto Paola. La rintraccio al telefono:”La mattina ho i bambini”, mi fa… Lì per lì penso ai suoi figli, invece intende i suoi bambini dell’asilo e il tutto mi appare avvolto da un’aura di dolcezza e tranquillità…Poi mi racconta la sua storia e invece mi colpisce da subito la fatica e l’impegno! Che sia tanto romantico cambiare vita, è un’illusione di quelli che credono nelle favole…ma la storia di Paola dimostra anche che, se le favole le desideri e ti impegni, si realizzano davvero!

Paola, tu sei stata folgorata quasi letteralmente sulla via di Damasco…
…nel mio caso di Santiago!

…De Compostela. L’ho fatta anch’io: è un’esperienza che può rivelarsi illuminante, in effetti. Che cosa ti ha spinto a partire?
Era un periodo particolare. Il mio fidanzato mi aveva lasciato ed il lavoro non mi piaceva più.

Non deve essere stato un bel momento… Che lavoro facevi?
Mi sono laureata in Giurisprudenza ed ho fatto il tipico percorso per diventare avvocato. Ho lavorato a Milano in un grande studio, poi ho fatto un concorso e sono rientrata in Toscana a lavorare nell’ufficio legale di una banca. Avevo prospettive di crescita, ma non entusiasmo: ero entrata in un meccanismo (o in un tunnel, dipende dalle opinioni) ed andavo avanti secondo copione…

Avevi 29 anni. E lavoravi già da qualche anno come avvocato! Un percorso sudato: mi pare tu sia stata molto brava…
Ho sempre avuto un gran senso del dovere. E tuttavia in quel momento entrai in tilt!
Dovevo fare le vacanze con lui e invece…allora decisi di partire da sola per fare questo viaggio a piedi.
Volevo ritrovare una mia dimensione per stare bene…

E sul Cammino incontri l’illuminazione…
Davvero un’illuminazione la mia! (sorride, ndr).
Incontrai una signora francese nel bel mezzo di un campo di girasoli! Questa immagine diventerà iconica per me!
Lei mi raccontò di aver stravolto la sua vita, e fu allora che vidi chiaramente che la cosa che mi sarebbe piaciuto fare più di tutto nella mia era lavorare con i bambini.

Un’idea campata in aria o avevi già avuto delle esperienze?
Io avevo fatto sempre volontariato con i bambini, sono stata anche in missione in Messico.
Pensai che questo era l’ambito in cui dovevo cercare la mia dimensione, anche lavorativa.
Fra l’altro ormai mi era chiaro che il mio lavoro me lo sentivo stretto…

E cosa facesti una volta tornata a casa?
Feci una chiacchierata con una signora che conoscevo che aveva un asilo nido e mi convinsi che la mia strada era davvero quella! Ma per lavorare con i bambini piccoli era necessario avere il Diploma Magistrale. E allora mi decisi a tornare sui banchi di scuola!

Oddio! L’idea di rifare le Superiori mi terrorizza ancora in sogno…
Figurati a me! Che facevo due lavori! La mattina lavoravo in banca, la sera andavo a scuola fino alle 22.00. Dormivo e mi svegliavo alle 6.00. Sabato compreso. Per un anno. E’ stato un incubo…

Accidenti, però sei stata resistente e determinata!
Devo dire la verità… durante le vacanze di Natale, ho mollato! Non ce la facevo più. Ero stanca, e fra l’altro intorno avevo solo gente che mi prendeva per pazza!

In che senso? Che ti dicevano per tirarti su di morale?
A parte mio fratello gemello che mi ha sempre sostenuto, tutto il resto della famiglia mi diceva “come fai a mollare tutto quello che normalmente gli altri vogliono?!” Intendendo un lavoro a tempo indeterminato, possibilità di carriera ecc…

Ma continuasti comunque. E riprendesti a studiare per prendere questo benedetto diploma…
Si, perché in quel mese di pausa avevo capito che in realtà io volevo davvero fare l’educatrice! E ce l’ho fatta! Ho preso il diploma! E lì è arrivato il vero momento dell’incertezza: “E ora che faccio? Mi son detta…”

Ma come!? Eri già a metà strada…
Eh, ma il dubbio era forte: dovevo mollare tutto quello che avevo costruito fino allora (la laurea, la gavetta da avvocato) per fare qualcosa che aveva un senso, oppure dovevo ammettere che era stata tutta una nuvola di fumo passeggera?
Nel dubbio decisi di prendere un anno di aspettativa. Per rispondere a questa domanda, prima andai un mese in Africa a lavorare in un orfanotrofio, e poi iniziai un tirocinio in un asilo nido…
Alla fine dell’anno presi la mia decisione finale e mi licenziai!
Avevo 31 anni.

E decidesti di aprire un asilo tuo!
In realtà ho cominciato a fare sostituzioni in vari asili fino a quando sono entrata in un asilo nido come socia comprando le quote di una persona che se ne stava andando.
Sono rimasta lì un anno e mezzo, mentre nel frattempo continuavo a formarmi.

E poi te ne sei andata? Perché?
L’asilo di cui ero diventata socia era una realtà già rodata, e avevo desiderio di creare qualcosa di mio.

Dove li hai trovati i soldi per aprirlo, se posso farmi gli affari tuoi?
Avevo la buonuscita che la banca mi aveva dato alla fine del rapporto di lavoro. E per aprire l’asilo tutto mio, oltre ad un aiuto da parte di mio babbo, ho chiesto anche un finanziamento.
E ho aperto un asilo domiciliare di 7 bambini.

Quale è stato il momento più difficile di tutta questa vicenda, Paola?
Trovare il coraggio di licenziarmi! E’ stato il momento della svolta.

E dove hai trovato la forza per farlo?
Nel desiderio di sentimi finalmente protagonista di una mia scelta che sentivo profondamente.
E poi, a dire il vero, in quel momento non avevo ancora una famiglia mia, quindi potevo mangiare pane e vino, e mi sarebbe andata bene lo stesso!

Pane e vino non è poi tanto male! (rido, ndr)
…se tu volessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto, ma pensa di essere fuori tempo massimo, che cosa gli diresti?
A parte che troppo grandi non si è mai! Ma poi, se uno sente di avere nelle proprie corde altro da quello che sta facendo, che si butti! Ne guadagna proprio come persona! Ti cambia la vita. In ogni caso ne guadagni in serenità!

Se fosse andata male ti sei mai chiesta cosa avresti fatto?
Avrei dovuto trovare un’altra soluzione. Ma indietro non ci sarei tornata più! Di questo ero certa.
Tuttavia io avevo la sensazione netta che la cosa poteva funzionare! Me lo sentivo! Non so spiegartelo…

L’asilo come si chiama?
Piccole Orme. Lo volevo chiamare il Girasole perché l’illuminazione l’ho avuta nel campo di girasoli in Spagna…ma mi aveva già fregato il nome un’altra attività lì nei pressi!

Mannaggia! Sarebbe stato di buon auspicio!
E’ andata parecchio bene lo stesso! Di più non potevo davvero desiderare. 

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FAME DI LIBERTA’

LUCA BETTINI
45 anni
Imprenditore
Martin Eden & Tornabuoni

Luca è un amico di vecchissima data. La sua storia la conosco a memoria, ma abbiamo fatto un patto “Raccontamela come se non ci conoscessimo!” E così, è stato bello scoprire una nuova storia: la sua. Vista da un’unica prospettiva: la sua. Vi presento dunque il racconto di un ragazzo che un giorno ha preso il mare. E ancora veleggia con lo stesso entusiasmo contagioso…e la paura del mare passa, mentre arriva la voglia di salpare anche a me!

Se dovessi dare un nome (e voglio darlo!) alla tua storia la intitolerei “Fame di Libertà”! Sei d’accordo?
Te lo sottoscrivo.

E se uno ha voglia di libertà tendenzialmente cerca di mettersi in proprio, non va certo a fare il dipendente…
Si, ma non è che mi sono svegliato una mattina e ho deciso di aprire una mia attività. Il pallino io l’ho sempre avuto, ma c’era della strada da fare! E non sapevo neppure in che settore mi sarei buttato! Ma non era rilevante: avrei potuto vendere bottoni o cappelli, sarebbe stato lo stesso: non era quello il punto.

Il punto era l’affermazione personale, mi pare di capire…Anche iscriverti all’ Università faceva parte della strada da fare?
A suo modo si! A dire il vero alle Superiori ho avuto un percorso “traballante”, e proprio per questo mi volevo mettere alla prova! Volevo dimostrarmi che ce la potevo fare a prendere un titolo di studio, anche se non mi sarebbe servito a fare l’avvocato (ho studiato Giurisprudenza).
E poi guardavo i grandi imprenditori degli anni Ottanta e vedevo che in molti avevano studiato, e io volevo fare come loro…

Berlusconi è laureato in Giurisprudenza in effetti, per dirne uno a caso…
E infatti poi mica ha fatto l’avvocato!  Io volevo arrivare in fondo, prendere quel titolo e usarlo per entrare nel mondo del lavoro, ma dalla porta che volevo io.

E così è andata!
Si perché quel pezzo di carta mi è servito per entrare in un’azienda.

Scelta a caso?
E’ stato il caso. O meglio, il destino. Cerco un’offerta di stage, faccio vari colloqui e alla fine ne faccio uno in un’azienda e mi rendo conto subito che è un’occasione che non devo perdere.  Era un’azienda vera, che esportava. Riesco ad entraci e cerco subito di imparare il più possibile. E di mettermi in luce.

Perché dici il destino?
Perché quell’ azienda si occupava di illuminazione di design, e questo ha segnato la mia storia. Se fosse stata un’azienda di scarpe, adesso probabilmente farei scarpe.
E poi perché, appena entrato, conobbi Marco, che era il responsabile commerciale e praticamente io ero il suo stagista. Dopo neanche cinque giorni eravamo già a parlare di fare qualcosa insieme in futuro… E oggi è la persona con cui ho fondato la mia seconda azienda!

Ma non salterei le tappe… Mi hai raccontato che questa persona alla fine fu mandata via e te prendesti il suo posto…
La vita è strana. Si, è andata così. A quel punto cercai di imparare il più possibile, anche se mi dispiaceva umanamente che lui fosse stato mandato via. Dopo quattro anni cominciai a pensare a come poter uscire dall’azienda.

Sapevi che non era un posto di lavoro per la vita, quindi
Lo sapevo da sempre: ero li per imparare. E la sera a casa lavoravo per il mio progetto insieme ad un ragazzo che avevo coinvolto e che si occupava della parte tecnica. E’ stato un periodo durissimo: facevo le due di notte a creare un’azienda dal niente, e la mattina andavo a lavorare per lo stipendio.

Tu ti occupavi della parte commerciale e lui di sviluppare il prodotto.
Ho aperto la partita IVA, abbiamo sviluppato il brand dal niente, e stavo avendo i primissimi risultati. A quel punto avrei dovuto avere il coraggio di staccarmi dall’azienda per cui lavoravo e aprire la mia. Ma il coraggio non l’ho trovato. E quello è stato il momento più brutto perché sapevo che, se non avessi trovato il coraggio, il progetto che avevo in mano era destinato a morire.

Perché non hai trovato il coraggio?
Perché farlo a 30 anni è una cosa, ma io avevo 42 anni, un mutuo e una bambina piccola.

E che è successo?
Che il destino mi ha aiutato un’altra volta! Se lo vogliamo chiamare destino… L’azienda scopre questo mio progetto, non era chiaramente felice, e “ci siamo separati”.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ed mi ero anche un po’ preparato all’evenienza: ma un conto è prepararsi, un conto è trovarsi senza lavoro dall’oggi al domani…

Come ti sentivi?
In mare aperto.  Ma la cosa strana è che dal momento che mi hanno detto “te da domani non hai più uno stipendio” invece che sentirmi terrorizzato, mi sentivo finalmente libero! E tutto ciò nonostante le preoccupazioni per la parte familiare…

Il resto della famiglia come l’ha presa?
Eh… erano tutti preparati perché sapevano che prima o poi l’avrei fatto, ma sono dovuto andare dai miei genitori e dai miei suoceri e sentirmi dire “Ora t’arrangi!” E giustamente.
Fuori dai denti pensavano fossi un un incosciente, forse un coglione.

Con il senno di poi, lo eri?
Con gli occhi di oggi forse sono stato un incosciente. Ma allora mi sentivo solo libero. Sulla carta, da dipendente avevo tutto quello che tanta gente desidera: stipendio, macchina aziendale, rimborso spese, viaggiavo per l’Europa, avevo una certa autonomia. Ma non ero libero.
Lavoravo per realizzare il progetto di qualcun’altro. E quindi non ero felice. Ora ero in mare aperto, la riva era lontana e anche l’approdo era incerto e non si vedeva…

Che periodo è stato quello degli inizi?
Pazzo! Ti racconto questa. Partii con una collaboratrice e decidemmo di farci il giro dei clienti in Europa per prendere contatti. Affittai una macchina e facemmo Firenze-Zurigo-Parigi-Bruxelles-Berlino-Varsavia-Praga-Monaco-Costa Azzurra-Firenze: 8000 Km in una settimana. Una spesa esorbitante e poco utile. Fu il viaggio della speranza!

Che difficoltà hai avuto in mare aperto, come dici te?
Mi sono scontrato con la realtà. Per quanto avessi pianificato tutto nei minimi dettagli, non era facile come pensavo. Non avevo calcolato le disponibilità economiche necessarie, il bisogno di investimenti, credevo di avere i contatti sufficienti, ho fatto un errore sul prodotto mettendo insieme illuminazione ed arredo senza specializzarmi… e ho buttato via un sacco di soldi.

Dove li hai trovati, i soldi da buttarci?
Li avevo messi da parte e in più avevo il TFR. Ma non bastava… E poi non è che sono arrivato io, che ero il più fico, e ho subito cominciato a vendere…(ironicamente, ndr) Era durissima. Fino a che non incontro di nuovo Marco proprio qui dove siamo ora (al Caffè Letterario delle Murate, ndr) e abbiamo ripreso il discorso di fare qualcosa insieme da dove lo avevamo lasciato 10 anni prima.

Incontri della vita! E in che situazione eravate in quel momento?
Io avevo fatto la mia azienda Martin Eden e mi ero scornato. Lui aveva avuto un percorso analogo.
Una cosa che ho imparato è che non si fa niente da soli! Insieme si mettono in campo risorse che da soli è impensabile avere. Lui aveva conoscenze che io non avevo, e io avevo conoscenze che lui non aveva. E siamo ripartiti insieme.

Che cosa avevate in comune te e Marco?
La fame! La voglia di rischiare! Quella accomuna tutti e due: mettersi in gioco, rischiare tutto. Anche lui lavorava da un’altra parte: ha detto “mollo tutto e vado con Luca!” Ha lasciato il certo per l’incerto! Ma voleva essere libero!
Ed è nata Tornabuoni, in omaggio a Firenze che è la mia città, e una Firenze di alto livello, qual’è il brand!

Martin Eden mi incuriosisce di più come nome. Chi è?
E’ un libro che mi ha sconvolto a 16 anni. Era la storia di un marinaio irrequieto e incompreso dalla società, che critica, e dalla quale viene ripagato con l’ammirazione.

Mi parla di qualcuno che conosco, che ha preso il mare per perdere l’irrequietezza…
Esatto. Luisa, mia moglie, mi dice sempre che dal giorno in cui io sono uscito dall’azienda sono un’altra persona, migliore spero intenda (ride, ndr). Se oggi mi immagino dentro l’azienda in cui lavoravo da dipendente, mi sento soffocare.
Oggi sono me stesso. Per 10 anni non lo sono stato.

Oggi come va?
Oggi mi alzo la mattina e mi diverto. Posso fare zero o cento, ma dipende da me.

Quindi il tuo motto è…?
“Non per il vil denaro ma per la libertà!” ….che poi il vil denaro, diciamocelo chiramente, è dura a farlo! Non raccontiamoci storielle! (risate collettive, ndr).

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