Il posto di chi sogna un mondo comune

Tag: psicologia

DEL PARADISO SI PUO’ LEGGERE

“La morte non è una luce che si spegne. E’ mettere fuori la lampada perché è arrivata l’alba”, così affermava Rabindranath Tagore più di cento anni fa; un’affermazione, quella dello scrittore e filosofo bengalese, che rafforza il mio personale convincimento sulla possibile vita dopo la morte terrena. Un argomento delicato che, da sempre, risulta essere tema di dibattito religioso e scientifico. Ma lì dove un religioso impone e uno scienziato discute c’è soprattutto un essere umano che vede, ascolta e spera. Perché, in fin dei conti, tutti noi sogniamo un “to be continued” della nostra esistenza, dove l’ultima puntata non può e non deve essere contemplata. Ecco, attraverso “Movimento Sottile”, il nostro coraggioso blog per chi sogna un mondo comune, cercheremo di dare una piccola sbirciata oltre l’ipotetico ultimo episodio della nostra esistenza, superando i tristissimi titoli di coda e avventurandoci in quella che potrebbe essere la prima puntata della nostra nuova stagione esistenziale. Cercheremo di farlo in punta di piedi, con assoluto rispetto per gli scettici e per tutti coloro che invece ci credono, a prescindere. Lo facciamo con “Road to Nowhere “dei Talking Heads nelle orecchie perché ogni storia merita una colonna sonora degna di tale nome e perché, come recitano alcuni versi del brano stesso, è  necessario intraprendere un viaggio, ovvero un percorso sulla media e lunga distanza,  per raggiungere  un vitale cambiamento. Un cambiamento interiore che passa, a volte, attraverso traumi di una certa importanza. Ed è proprio di questo che parleremo con Melinda Giorgianni, scrittrice e psicologa milazzese, nonché protagonista di una storia straordinaria che merita di essere raccontata.

Ciao Melinda, grazie per questo tuo contributo al blog!

Ciao, è un vero onore per me!

Diciamo subito che stiamo per trattare un argomento delicato e che cercheremo di affrontarlo con la leggerezza tipica di chi ha voglia di vedere oltre la linea dell’orizzonte senza aspettative di sorta…

Giusto, ed è quando le aspettative sono ridotte a zero che si apprezza veramente ciò che si ha e che si vede.

Caspita, bellissima affermazione la tua!

Mi sono limitata a citare Stephen Hawking, astrofisico e matematico che ha contribuito, non poco, al cambiamento dell’approccio cognitivo con i suoi studi sull’origine dell’universo.

Ecco, cos’è per te il cambiamento?

Rinnovamento individuale. Rinnovamento delle idee e delle prospettive. Un processo bellissimo, spesso necessario.

Probabilmente per te è stato sia bello che necessario.

Bello, necessario ma anche invisibile, poiché non ricordo quale fosse il mio pensiero prima dell’incidente.

Ecco, l’incidente.

Io non ricordo assolutamente nulla dell’incidente. È come se la mia vita fosse iniziata subito dopo, da un ipotetico secondo capitolo del mio libro esistenziale che in quello cartaceo, invece, tratto proprio nel primo.

Quando parli del libro ti riferisci al tuo “ERA L’ALBA. STORIA DI UN RISVEGLIO”, dove parli per l’appunto della tua esperienza.

Esattamente. Ed è un’esperienza che ho voluto raccontare seguendo un mio personalissimo ordine cronologico. Un ordine interiore, di natura spirituale.

A quando risale l’incidente?

Alla notte del 29 gennaio del 2005. Avevo 17 anni. E ripeto non ricordo assolutamente nulla. So solo che nell’impatto perse la vita il mio amico Tom (di lui parleremo più avanti) e che io fui ritrovata incosciente, sull’asfalto bagnato di una strada a scorrimento veloce, a decine di metri dalla vettura.

Le tue condizioni furono subito considerate gravi.

Talmente gravi da indurre i medici a mettere le mani avanti, invitando tutti i miei cari a un’accorata preghiera, perché il mio era un quadro clinico disperato. Uno stato di coma non indotto ma che risultava essere spontaneo e irreversibile.

Cioè, vista la disperazione, mi sembra di intravedere più un quadro di Edvard Munch che un normale quadro clinico.

Esattamente (ride).

Quindi, ai tuoi, non rimase altro che la preghiera.

Sì, si affidarono a Dio.

E a quanto pare, Dio rispose, alla sua maniera, con un formidabile assolo di chitarra alla Jimi Hendrix.

Un bellissimo assolo che i miei avrebbero ascoltato solo dopo, ovviamente.

In tutto questo, mentre parenti e amici erano impegnati a pregare per la tua sopravvivenza, tu invece giacevi incosciente, apparentemente perduta in una lunga notte senza sogni.

Ed è proprio qui che inizia il bello perché mentre il mio corpo giaceva esanime in un letto di ospedale, la mia coscienza risultava essere fin troppo sveglia e vigile, sintonizzata su ben altre frequenze e amplificata fino all’inverosimile da una vera e propria cassa multi-sensoriale.

Ehi ehi, staremo mica parlando di NDE?

Near Death Experience tradotta in italiano Esperienza di Pre-Morte.

Ovvero tutti quei fenomeni descritti sia da individui che hanno ripreso le funzioni vitali dopo aver sperimentato, a causa di gravi traumi, l’arresto cardiocircolatorio, sia da individui che hanno vissuto l’esperienza di coma.

Sei meglio di Wikipedia! (ride)

Wikipedia spiega bene il significato di questo tipo di esperienze, tuttavia ho letto tantissimo sull’argomento. Tanti scrittori e studiosi hanno provveduto raccontare delle bellissime esperienze di pre-morte. Penso ai libri del Dottor Raymond Moody, medico e psicologo statunitense e a quelli del Professor Eben Alexander, neurochirurgo americano, protagonista di un’esperienza simile alla tua.

Ho letto tanto anche io sull’argomento, eppure ti posso assicurare che i loro racconti e le loro testimonianze possono solo in parte descrivere l’intensità e la portata di di ciò che realmente è una NDE.

Per molti una NDE è molto più che una parola scritta e molto più di una semplice sequenza di immagini, la descrivono come la vita stessa che spicca il volo attraverso l’alito rigenerante del pensiero creativo…per te, invece?

Per me l’NDE è come l’anticamera dell’aldilà, una sorta di balcone da cui si può ammirare l’infinito che tende a espandersi oltre la morte terrena. Sì perché abitare un corpo fisico è un po’ come essere chiusi in uno sgabuzzino. E io, durante la mia esperienza di pre-morte, ero pienamente cosciente delle persone che gravitavano intorno alla sala di rianimazione, e non solo.

Sarebbe?

Riuscivo a essere anche altrove, tra i banchi di scuola, in mezzo ai miei compagni, carpendone, almeno in parte, anche i pensieri. E riuscivo perfino a osservare mio padre, mentre, disperato, abbracciava i miei vestiti appesi all’interno dell’armadio di casa.

Sensazione terribile…

Sì, perchè io cercavo di rassicurare tutti quanti con delle affermazioni che non potevano udire. Non con il corpo fisico, almeno.

Un’altra dimensione quindi, lontana da vincoli e paletti terreni, con la possibilità di aprire scenari di coscienza interessanti, giusto?

Io dico che la coscienza non muore, ma esce dai confini della nostra mente raggiungendo un luogo che va oltre l’immaginazione stessa.

E tu hai visto questo luogo, vero?

Al risveglio del coma, avvenuto dopo diciassette giorni, ho descritto questo viaggio particolarissimo e, non riuscendo a collocarlo in nessun luogo che io conoscessi, chiedevo se fossi stata in una gita scolastica. Era tutto incredibilmente bello, non nuovo ma come se fosse da sempre lì.

Ed è stato davvero così, come una gita intendo?

Sì, ricordo un bellissimo prato pieno di fiori colorati,”di tutti i colori insieme” e su cui si affacciavano tantissimi alberi altrettanto colorati. Un tripudio cromatico e una luce forte ma non fastidiosa in cui il tempo risultava essere l’unico grande assente.

Eri da sola in questa passeggiata?

No, con me c’era il mio amico Tom.

Ehi, sarò mica lo stesso Tom che era rimasto coinvolto nell’incidente?

Proprio lui, ovviamente non potevo sapere nulla della sua morte fisica così come non potevo sapere nulla del mio stato di coma… Quel che importa è che io e Tom, in realtà, eravamo lì a passeggiare, con il sorriso sulle labbra.

 C’era altra gente lì?

Certo, uomini, donne e tanti bambini, tutti intenti a passeggiare e a giocare.

L’Aldilà, insomma.

Sembrerebbe proprio di si.

E cos’altro hai visto?

Credo di aver visto il volto di Dio e di averlo successivamente riconosciuto nelle fattezze di un uomo diversi anni più tardi. Nella vita terrena, intendo.

Insomma, ormai sembravi aver intrapreso un percorso di beatitudine, in un’altra realtà. In un altro mondo, probabilmente su un’altra frequenza. Cosa ti ha spinto a tornare?

La voce fuori campo di una donna che mi invitava a tornare (non si sapeva bene dove) a causa del dolore mia madre. “Torna, tua mamma sta molto male…le manchi tanto!”, così diceva mentre io la invitavo a lasciarmi in pace.

Era una voce non identificabile, presumo.

Era la voce di un’amica di mia madre, dotata a quanto pare di poteri medianici. Era lei che riusciva a sintonizzarsi sulla mia frequenza, invitandomi a un immediato ritorno. Ma la sua reale identità l’ho scoperta solo dopo. Molto dopo.

E quindi, com’è avvenuto il tuo ritorno nel mondo terreno?

Grazie agli U2!

Cosa c’entra la band di Bono in tutto questo?

Un mio amico aveva acquistato due biglietti per un loro concerto e mi chiese, attraverso il citofono della sala di terapia intensiva, se volessi andare con lui.

Mi sembra un ottimo motivo per tornare…

Appunto!

Se ti avesse proposto di andare a un concerto di Gigi D’Alessio, a quest’ora, saresti ancora a passeggiare in Paradiso…

Oh, mamma! (ride)

Ovviamente scherzo…Melinda, prima hai affermato di aver visto il volto di Dio e di averlo riconosciuto su questa terra, un po’ di tempo dopo questa tua incredibile esperienza. Potresti spiegarti meglio?

Era il 12 dicembre 2012 quando su un autobus, salì questo signore con un volto assai familiare che, manco a farlo apposta, venne a sedersi proprio a fianco a me.

E cosa è accaduto?

È accaduto che gli ho cominciato a parlare del coma senza conoscerlo, con il concreto rischio di passare per una pazza, ma mi è venuto spontaneo… E no, non era Dio ma gli somigliava tanto, e sai perché?

Sentiamo il perché.

Aveva vissuto un’esperienza simile alla mia andando in coma per ben tre volte! Abbiamo goduto quindi della stessa luce, condividendo tutta quella proverbiale e multicromatica bellezza.

È un racconto incredibile, che però presta il fianco alle perplessità più o meno silenti degli scettici. Cosa senti di dirgli?

Agli scettici dico che ci sarà tempo per tutti di conoscere la verità, quindi sono assolutamente liberi di credere o di non credere a ciò che ho raccontato e che continuo tuttora a raccontare. Ognuno di noi ha un cammino da percorrere, con dei punti interrogativi che rimarranno, probabilmente tali, fino alla fine del cammino stesso.  Per quanto mi riguarda, sono felice di accogliere la vita terrena come un dono. Come un grande dono. Come un’opportunità irrinunciabile.

E a coloro, invece, che hanno perso una o più persone care cosa ti senti di dire?

Che continueranno comunque a soffrire la loro mancanza, ed è una cosa normale. Ma questo senso di vuoto è destinato ad avere termine perché siamo destinati a unirci in un abbraccio senza tempo con tutti i nostri cari.

E io condivido queste tue parole, anche se a volte mi faccio prendere un po’ dallo sconforto.

Credo sia cosa assolutamente normale.

Per fortuna si possono trovare conferme con il rock, non trovi?

Direi che si possono trovare conferme con la musica in generale.

“C’è una signora sicura…che tutto ciò che luccica è oro…e sta comprando una scala per il paradiso.”…sono alcuni versi di “Stairway to heaven” dei Led Zepellin…questa scala tu l’hai già comprata, Melinda?

Ce l’ho e spero di non farmela mai scappare di mano!

Nel frattempo, per dirla ala Warren Beatty, il paradiso può attendere.

Sì, il paradiso può attendere.


Chi è Movimento Sottile?

Chiara Belli di profilo

DI PROFILO

Non mi è mai piaciuto il mio profilo, mi è sempre sembrato di avere un eccesso di qualcosa.

Troppo naso, troppe braccia.

Se visto di fronte, l’insieme mi risulta più o meno accettabile, di profilo invece ho sempre, sempre pensato di avere qualcosa di stonato.

Il naso si spinge troppo oltre la fronte, troppo in avanti, come se prendesse la rincorsa per arrivare prima di tutto il resto. E le braccia – anche quando sono o sono state magre – mi sembra sempre che siano sproporzionate, troppo lunghe. Un po’ come nelle scimmie.

Eppure.

Eppure, sul mio iPhone, oggi, ho come sfondo sia per il blocco schermo che per la schermata home (ebbene sì, sto parlando dell’opzione “ENTRAMBI”) una mia foto.

Di profilo.

È la foto di un venerdì sera fiorentino, in pieno inverno. Le mie braccia nude smisurate, insieme al naso troppo grosso, occupano sfacciatamente tutto lo schermo.

Eppure, ogni volta che la guardo e mi rivedo, sorrido.

Sorrido di una felicità pulita e perfetta, come quei giorni senza tempo che vivono i bambini quando giocano.

Sorrido e non perché all’improvviso mi piaccio, ma perché più niente, nemmeno questo, conta.

Sorrido perché un insegnante – sudato in modo pazzesco, eppure molto più bravo che sudato – mi ha presa da un angolo della sala e trascinata al centro di essa.

Sorrido perché guardo in basso, insieme a lui, tutti e due concentrati su quello che stiamo facendo.

Sorrido: un sorriso scemo e disarmato mi si stampa sulla faccia ogni volta che guardo il telefono, perché nella foto sono di profilo sì, ma sto ballando.

Ecco, forse dovremmo ricordare che c’è sempre qualcosa di nuovo da provare, qualcosa che non sappiamo e possiamo imparare, qualcosa che non conosciamo e che possiamo scoprire.

Ricordare che le esperienze, insieme alle persone, sono la sola cosa capace di dilatare il tempo della nostra vita, di farci dimenticare di noi stessi, di trasformare un momento qualsiasi in una festa.

Ricordare che esiste sempre, da qualche parte, qualcosa che ci può mettere in contatto con emozioni sconosciute, che non sapevamo nemmeno di poter provare.

Non avevo mai fatto in corso di ballo. Ho scoperto una dimensione nuova, in cui provo una felicità piena eppure molto semplice, in cui sono libera e allo stesso tempo mi sento bellissima.

Ecco perché nella foto sono felice, sorridente, leggera.

E mi sento di nuovo così e sorrido ogni volta che la guardo.

Anche se sono di profilo.


Per leggere di un progetto per scoprire le proprie qualità nascoste

Chi è Movimento Sottile?

Tommaso Sacchini

EVOLVING ACADEMY: SVILUPPARE LE PROPRIE QUALITA’ DORMIENTI

Uno dei progetti più interessanti che ho visto nascere quest’anno si chiama Evolving Academy.

Ed è un progetto che profuma di buono, di energia, di vitalità e coraggio.

Tommaso Sacchini, CEO e co-founder, l’ho conosciuto in uno dei mille progetti che ha.
Volevo capirci qualche cosa di questa Accademia e così gli ho fatto un’intervista vera con registratore, foglio e penna…Ecco, ho capito che, anche di quel poco che pensavo di aver capito, non ci avevo capito niente!

Mi riordino le idee…

Che cos’è Evolving Academy, Tommaso?

T: E’ il luogo dove avrei voluto essere cresciuto io da piccolo.
E’ il luogo dove si può migliorare noi stessi in tutti gli ambiti della nostra vita.
Ma attenzione! Non è un posto dove si va a cercare aiuto perché si sta male: per quello esistono professionisti qualificati.
Da noi arrivano persone che hanno raggiunto un proprio equilibrio, ma che sentono di voler migliorare la propria vita, che non si accontentano di lavorare e prendersi due settimane di ferie l’anno (che è sacrosanto e utile!) ma vogliono dare spazio a quella luce che c’è in ogni individuo e che è fatta di sogni e progetti da realizzare attraverso le proprie qualità dormienti. Qualità uniche e innate e che vogliono far emergere!

Ma è un luogo fisico?

T: Dico “luogo” intendendo luogo della mente, senza pareti nè muri, perché in Evolving Academy si imparano tecniche e pratiche da portare poi nella vita di tutti i giorni.
Sono tecniche che lavorano su mente, emozioni e corpo considerandoli non più come compartimenti divisi ma come un tutt’uno, e che hanno un effetto personale su ognuno. I risultati sono quindi differenti da persona a persona e non standardizzabili.

Come vi siete incontrati tu e Samuel Mazzini (co-founder dell’Academy, ndr) e come è nato il progetto?

T: Dopo una pratica di circa vent’anni di arti marziali “esterne”, ad un certo punto nel mio personale percorso di crescita ho cercato le arti marziali “interne”, quelle che gli orientali intendono rivolte all’utilizzo consapevole del QI (la nostra energia interiore). Finalmente, dopo varie ricerche, ho scoperto una nuova forma di Kung Fu, dove ci occupavamo, appunto, di coltivare il QI, e non solo di realizzare vuote “coreografie”, come avevo fatto fino ad allora. Questa ricerca mi ha portato in Thailandia dove ho conosciuto Sam, che stava facendo la mia stessa strada, anche se c’eravamo arrivati da percorsi diversi! Io ci ero arrivato lavorando sulla mente e le emozioni, attraverso il teatro e l’alchimia. Lui c’era arrivato attraverso il corpo. E ci siamo incontrati a metà strada! La cosa straordinaria è che abbiamo capito che avevamo lo stesso identico sogno nel cassetto, che oggi ha un nome e si chiama Evolving Academy!  E lo stiamo realizzando.

E che state anche guidando tramite i vostri insegnamenti…

T: Ci tengo a precisare che io sono il primo ad aver bisogno dell’Evolving Academy! Non mi sento “arrivato” anzi mi sento all’inizio di un percorso personale e voglio condividere e confrontarmi sulle tecniche che ho studiato tantissimo, che continuo a studiare e che mi stanno aiutando enormemente. Questo è l’approccio di base dell’Academy: ognuno porta il proprio sapere e impara dagli altri.

C’è una parola che dici spesso e che si trova anche nei tuoi video su YouTube. E’ alchimia. Mi piace tantissimo. Mi fa venire in mente alambicchi, fumo, cappelli da streghe e Harry Potter… ma temo non c’entri molto…

T: (scoppia a ridere) Dunque, facciamo chiarezza… Negli ultimi anni stanno andando “di moda” tutta una serie di pratiche di derivazione orientale volte al risveglio della coscienza interiore (la meditazione Vipassana, lo Yoga, il Reiki, i Bagni di Gong ecc…). Ci dimentichiamo tuttavia che anche in Occidente abbiamo una tradizione analoga che è stata silenziata dalla caccia alle streghe che il Cattolicesimo ha attuato durante il Medioevo. Tutte queste pratiche oggi le chiamiamo “esoteriche” ovvero “segrete” proprio perché lo sono dovute diventare per scampare all’Inquisizione ed arrivare ai giorni nostri. Gli alchimisti erano perseguitati per la loro attività. Ma l’Alchimia non è morta, anche grazie al fatto che i suoi studiosi comunicavano per simboli, proprio per non essere scoperti. Gli Alchimisti infatti parlavano di “trasformare il piombo in oro”, non intendendo in realtà i materiali fisici, quanto piuttosto quello che simboleggiavano. Oggi infatti sappiamo che Piombo e Oro sono simboli di forze opposte fra loro che abbiamo al nostro interno. Il Piombo è tutto ciò che siamo e non sappiamo di essere, emozioni e pensieri che leggiamo come spiacevoli, mentre l’Oro sono le stesse emozioni in forma di energia consapevole sotto il nostro controllo. E’ dunque possibile trasformare l’uno nell’altro in una mutazione che arricchisce e fa crescere il nostro mondo interiore. Per esempio, la solitudine può diventare indipendenza, la rabbia leadership. I nostri problemi, diversamente da quanto ci viene insegnato da sempre, non devono essere nascosti sotto il tappeto, ma portati alla luce per permettergli di mutare: proprio grazie a quello che ci fa soffrire possiamo realmente crescere, secondo la tradizione alchemica.

Tommaso ma quante ne sai! sei un vulcano!  Non solo Alchimia, Kung Fu…ma
sei un fumettista, un artista, un regista, e hai anche scritto un libro…Come
fai a conciliare tutto questo?

T: Male! Vorrei fare molto di più e molto meglio! Quando seguo un progetto raramente ne seguo solo uno per volta e questa per me non è una scelta ma un’esigenza per esprimermi, ricercare, comunicare, condividere, perché è il mezzo migliore che ho per imparare. E questo bagaglio lo porto tutto dentro l’Academy. Ma non solo io… Chiunque partecipa porta un contributo: chiunque può insegnare qualcosa.

Per finire, qual è un ricordo che ti porti nel cuore legato all’Evolving Academy che ti ha colpito e ti ha confermato che è la strada giusta?

T: Fra tanti altri c’è un evento che mi ha commosso particolarmente. Una persona, che abbiamo avuto in uno dei nostri workshop a Settembre, era stato scoraggiato fortemente e in ogni modo dal padre pittore a dipingere, e per questo era rimasto bloccato per 60 anni su questo desiderio mai realizzato. Rientrato a casa ci ha scritto raccontandoci di essersi iscritto all’Accademia di Belle Arti. Si tratta di una persona che aveva raggiunto tutte le tappe che si era prefissato nella vita, quindi di una persona che aveva raggiunto un proprio equilibrio personale! Ma c’è sempre qualcosa su cui possiamo lavorare, che ci può arricchire ulteriormente e far crescere, a qualsiasi età.

C’è qualcosa che vuoi dirci prima che ci salutiamo?

T: Che l’importante è portare le pratiche che proponiamo nella quotidianità, con disciplina si, ma anche con pazienza, fino a che non diventano delle nuove abitudini potenzianti. Questo è il segreto per farle funzionare!

Grazie Tommaso.
Credo che serva anche a me Evolving Academy…

T. Ti aspettiamo!


Per leggere di iniziative a cui ha partecipato Tommaso Sacchini:
UNA MOSTRA D’ARTE. UNA ESIBIZIONE DI DANZA E TEATRO. UN RACCONTO.

Chi è Movimento Sottile?

telefono in piscina

SENZA TELEFONO PER 12 ORE

Mi è capitato un dramma.
Ho lasciato il telefono a casa.
E sono rimasta senza per 12 ore.

Faccio un passo indietro: io non dimentico mai il telefono. Mai. Controllo di averlo in borsa prima di uscire. Sempre.

Ma ieri no.

E questo piccolo insignificante evento mi ha gettato vestita e di colpo nella vasca della gelida consapevolezza. Ne sono riemersa con un’auto-diagnosi.

Si chiama “Nomofobia” la mia malattia: la sindrome da difficoltà a staccarsi dallo smartphone…. Che tristezza. Eppure è così.

Ripercorro mentalmente i tre mostri che mi hanno aggredito non appena mi sono accorta averlo lasciato a casa:

  1. Panico: “e se succede qualcosa a qualcuno come fanno a rintracciarmi?”
  2. Follia: “torno indietro di 30 km e lo vado a prendere…”
  3. Disorientamento: “come cavolo faccio ad andare dove devo andare senza Google Map?!”

Ho cercato di calmare la Parte Pazza in me e mi sono venuti in mente altri eventi sospetti che accadono quotidianamente:

  1. Controllo Wattsapp in media ogni 15-20 min (forse anche più spesso, ma mi vergogno ad ammetterlo).
  2. Se ho un attimo di noia mi attacco al telefono come fosse una scatola di cioccolatini…
  3. Perdo una marea di tempo a leggere del gatto di Tizio, a guardare le foto di Caio che si sta facendo un selfie alle terme, a vedere i meme di Natale e avanti tutta!
  4. Non lo lascio sul comodino di notte solo perché qualcuno mi ha messo in testa che c’è il rischio di sviluppare un tumore al cervello, ma soffro terribilmente del distacco.

Mi consola sapere di non essere fra i casi più gravi.

Conosco chi si sveglia di notte per controllarlo, chi lo guarda come prima cosa al mattino, chi continua a chattare mentre è a pranzo con altra gente, chi chatta mentre guida…

E siamo in tanti! Talmente tanti che in Italia è nato il primo centro di disintossicazione da computer e smartphone.

Necessario in quanto le conseguenze da un uso smodato del cellulare sono parecchie e serie: problemi sociali, ansia, problemi alla postura e alla colonna vertebrale, tendinite, abbassamento della vista, artrite osteoarticolare, disturbi del sonno. Un bollettino di guerra.

Poi è arrivata la Parte Sana che è in me che mi ha sussurrato:

“E se fosse piacevole stare senza telefono 12 ore…”

Sperimentare cosa sarebbe successo senza l’arto artificiale che mi porto dietro, poteva essere quantomeno curioso: ed è diventato un esperimento.

Dai risultati sorprendenti!

Prima di tutto mi sono dovuta ripetere come un mantra:

“tua madre non morirà proprio stasera che non sei rintracciabile, sarebbe davvero uno scherzo del destino crudele. E poi in ogni caso, non ci potresti mica far nulla…” scoprendomi cinicamente lucida.

E anche saggia: “Non tornerai indietro a prenderlo, rischiando di morire in un incidente stradale per colpa del fatto che sei una malata di mente!”.

Infine, senza Google Map, sono tornata indietro di vent’ anni, e mi sono fermata a chiedere le indicazioni ad un tizio sconosciuto davanti ad un bar.

Lui mi ha guardato con sospetto quando gli ho chiesto come arrivare in quel tal posto, perchè non avevo il navigatore. E neanche il  telefono.

“Poverino, pure lui c’è dentro fino al collo!” ho pensato quando si è tranquillizzato probabilmente pensando che no, non volevo aggredirlo e rubargli il portafoglio (…o il l’ IPhone magari…).

E ho dovuto anche ascoltare per bene le indicazioni e farmele ripetere due volte, cosa che non faccio mai, perché non avevo altra risorsa che lui!

In seguito è stato davvero comico sentirmi dire “Ho fatto l’albero di Natale! Te lo faccio vedere… Ah no…non te lo posso far vedere, bisogna tu venga a casa mia se lo vuoi vedere perché non ho il telefono!”

Oppure “Quella  cosa si ce l’ho qui te la mando subito….Ah no non posso, perché non ho il telefono!”

E per finire mi sono dimenticata di non averlo con me, e principalmente mi sono messa a vivere.

Quando sono tornata a casa, l’ho trovato li, solo e abbandonato sul tavolo.

Non mi aspettava minimamente.

Ci sbircio dentro con terrore e circospezione.

Per accorgermi che c’era, nell’ordine :

  • una telefonata persa di mia madre (no, non era morta proprio quella sera)
  • un messaggio rilevante ma non urgente (a cui ho risposto comodamente dopo 12 ore evitando di fare, per una volta, la figura della maniaca che sta appiccicata al telefono)
  • e una settantina di messaggi in chat completamente inutili da cui, per 12 ore, mi sono disintossicata.

Quasi quasi non lo prendo neanche oggi!


 

Chi è Movimento Sottile?

LETTERA A UNA DONNA CHE DOVREBBE ANDARSENE


In Italia nell’ultimo anno è stata uccisa una donna ogni 3 giorni, di femminicidio.
Perché succede?

Troppo spesso ascoltando i fatti di cronaca ci viene da esclamare: “A me non può succedere!” .

Invece io credo, che ogni donna potenzialmente può essere vittima di femminicidio.

E allora, per una volta più che parlare di lui, voglio cercare di capire perché tu, che sei una donna come me, resti lì, dopo il primo schiaffo, e poi dopo il secondo, e poi quando arriva il cazzotto, e poi i calci, fino all’ultimo ineluttabile colpo, con un coltello o con la pistola che ti darà la morte.

Penso che debba essere molto difficile da accettare che l’uomo scelto come compagno di vita, d’improvviso si levi la maschera e si mostri per quello che è: un mostro.

Come puo’ accadere che quella stessa persona che solo fino a qualche tempo prima ti corteggiava, riempiendoti di fiori, regali, belle parole, d’un tratto si sia trasformato in Mr. Hyde?

Capisco che non basti uno schiaffo (anche se dovrebbe), e neanche due (anche se dovrebbe), ma perché non scappi quando lui arriva a sferrarti un cazzotto in pieno viso, che ti fa vacillare fino a farti capitolare in terra?

Resti lì, inerme, a chiederti cosa ti stia capitando e perché proprio a te, pensi che il suo è stato solo uno scatto di rabbia, la gelosia di un momento a cui ha dato sfogo senza nemmeno rendersene conto,

E infatti lui stesso si precipita ad aiutarti ad alzarti da terra, quasi non sia stato lui stesso a darti quella spinta, e ti rassicura, pieno di parole dolci, e di

‘Scusami amore’, ‘perdonami’, ‘non so cosa mi è preso’…

E tu ci credi, ci vuoi credere, perché altrimenti proprio lì, in quel preciso istante, dovresti prendere le tue cose e cominciare a correre, a fuggire lontano, il più lontano possibile, dove lui non ti raggiunga mai.

E invece resti, vi sedete accanto a piangere insieme su ciò che è appena successo. Lo vedi seriamente pentito e questo ti rassicura che non lo rifarà più.

E invece dopo un mese, forse due, all’improvviso, non appena siete rientrati in casa, la sua rabbia si sfoga di nuovo su di te, e di nuovo ti sferra un cazzotto tra i polmoni che ti lascia senza fiato.

-‘Perchè?’ – Domandi tu con una voce appena impercettibile, rotta dal dolore, mentre le lacrime cominciano a scendere copiose e ti porti le mani sul petto per riparti dalla sua furia vigliacca.

– ‘E’ colpa tua! Per il sorriso che hai rivolto al cassiere che ti dava il resto della spesa’.

Perché tu sei sua, e non ti devi azzardare a sorridere ‘in quel modo’ né al cassiere né ad altri.

– ‘Si capiva benissimo che te lo saresti portato volentieri a letto!’

-‘Ma che stai dicendo?’- rispondi tu incredula e dolorante- ‘ Gli ho solo risposto educatamente.’

Ma lui non ci crede e ti colpisce di nuovo, fisicamente e verbalmente, con una grandinata di accuse infondate a cui tu non riesci a controbattere, tanto sono assurde. E la sua rabbia continua a montare, cresce, cresce come uno tsunami che si sfoga in tutta la sua violenza con l’ultimo cazzotto che ti lascia in terra stordita di dolore fisico e non solo….

E’ a quel punto che dovresti prendere le tue cose e andartene, per non lasciargli la possibilità che accada un’altra volta.

E invece rimani.

Rimani perché per anni sei cresciuta con l’idea del principe azzurro, e quando lui si è presentato, hai capito che sì, era proprio lui il tuo principe, così dolce, così premuroso, così pieno di attenzioni e complimenti, che anche se alcuni lati del suo carattere non ti tornavano, hai preferito non dargli troppo peso.

Eppure c’eri rimasta male anche tu quel sabato sera a cena con gli amici, che per una stupidaggine era arrivato quasi alle mani con Carlo, suo amico fraterno, solo perché ti aveva fatto un semplice complimento dicendoti che quella sera eri veramente “gnocca”, e che quasi quasi, se non fosse stato sposato, un pensierino su di te lo avrebbe fatto…

Ma si capiva che era una battuta, lo avevano capito tutti, anche sua moglie, tutti tranne lui, che una volta arrivato a casa aveva scatenato una tragedia per cui tu avevi semplicemente provato a calmarlo, ma inutilmente.

Non so perché una donna non faccia quello che qualsiasi altro animale aggredito farebbe, ovvero scappare.

A questo punto, il tuo istinto di sopravvivenza, avrebbe dovuto proteggerti e farti capire che non puo’ esserci amore in una persona che ti ammazza di botte,

Ma la tua razionalità viene come annullata dalla cecità e dalla volontà di credere che si tratta solo di un incidente di percorso, che non si ripeterà più.

E non cede nemmeno all’evidenza mentre si disinfetti le ferite .

E poi quei messaggini assurdi dei giorni precedenti, in cui lui ti chiedeva di andare a fare la spesa in tuta e con i maglioni larghi, così non ti si vedono le forme che solo lui ha il diritto di guardare.

Perchè non diamo il giusto peso alle piccole avvisaglie che questi uomini danno?

Perché non scappiamo via e ci mettiamo in salvo come farebbe qualsiasi altro animale aggredito?

Perché è difficile capire ed accettare che quello che è stato fino a quel momento il nostro principe azzurro, all’improvviso si sia trasformato nel nostro aguzzino.

Poi però, quando gli episodi iniziano a ripetersi e la gravità de gesti a crescere, illudersi che ci stiamo sbagliando diventa impossibile.

E allora cosa ci trattiene dal salvarci dal femminicidio?

Io credo che le cause siano diverse, a volte è la convinzione tutta femminile, che se ce le danno, se qualcuno ci tratta male, sotto sotto pensiamo che un po’ ce lo meritiamo, grazie al nostro innato senso di colpa e vocazione al martirio.

E poi c’è la storia del principe azzurro, banale quanto vera: ci siamo cresciute tutte con le favole di Biancaneve e Cenerentola prima, ma anche Candy Candy e Heidi, tutte che per salvarsi hanno avuto bisogno che arrivasse il Principe azzurro, perché da sole non siamo in grado di farcela.

E allora, se il modello con cui siamo cresciute è questo, come si può ora arrivare ad accettare l’esatto contrario, ovvero che quel principe azzurro tanto azzurro non è, e che la favola in realtà è un film horror?

Significa rinnegare anni di convinzioni, di principi (sbagliati) e questo richiede più coraggio (e più forza) che rimanere lì inermi a prendere le botte.

Ecco perché io un po’ le capisco quelle donne, mentre si aggrappano disperatamente alla speranza che il principe azzurro di un tempo possa all’improvviso, lui, risvegliarsi e tornare ad essere la persona premurosa ed amorosa che era.

Fino al gesto finale e irreversibile che cancella di schianto ogni speranza, nel momento esatto in cui la sua mano cala su di noi per infliggerci dieci coltellate trasformandolo  definitivamente nel carnefice a cui consegniamo la nostra vita.

E lo chiamano femminicidio.


Foto di copertina:Elisa Ricci

Per leggere ancora di femminicidio:
Allarme femminicidio in Italia: 94 vittime in 10 mesi. Lo rivela l’Eures

Altri articoli su Diritti Civili:
http://movimentosottile.com/index.php/2019/04/18/adozioni-gay-eterologa/

incendio notre dame de paris

CERTEZZE CHE CROLLANO

Ci sono eventi che ci ricordano che le nostre certezze possono crollare.
Infatti crollano.
E ci sentiamo colti da un senso di insicurezza feroce.

E non è neanche la prima volta.

Oggi Notre Dame. Ieri le torri gemelle.

Ha senso fare un parallelismo? Al di là di questa banalità…

Chiunque vede una cattedrale, il David di Michelangelo, il Duomo di Milano, o anche la Torre di Pisa (che certo non ha mai sbandierato grandi certezze sulla propria stabilità) non sta a pensare che potrebbe cadere da un momento all’altro.
Sono lì dove sono da secoli. Che debbano cadere proprio adesso, è quasi impensabile.

Eppure un giorno accade.

Accade per errore umano, per cattiveria umana, per guerre, per incuria….di fatto accade.

E la sensazione che ho avuto tutte le volte che è successo, mi riporta a qualcosa di molto intimo: l’insicurezza nelle nostre vite.

E’ l’idea che, come possa cambiare tutto fuori, nelle strade, nelle città, così da un giorno all’altro, questo possa capitare anche dentro una singola vita.

Mi colpisce un amico che su Facebook chiede stamattina “Ma davvero state piangendo per una cattedrale?” E la sua stoccata provocatoria (che chiaramente vuol far riflettere sul valore di alcune migliaia di pietre rispetto alle migliaia di vite umane che muoiono ogni istante….molto lecito) mi fa pensare oltre.

Il punto non è (solamente) il dolore per una bellezza che verosimilmente nessuno dei migliori architetti e ingegneri sarà mai in grado di riprodurre.

E anche se fosse in grado, più che di restauro, si tratterebbe forse di una riproduzione.

Secondo me si piange per altro, per qualcosa di più viscerale.

Il punto è che, se non si può fare più affidamento su una cosa così stabile, quante altre cose instabili ci sono nella nostra vita che sembrano invece perfettamente fisse? E se cadessero?

Gli psicologi con queste cose ci vanno a nozze con l’insicurezza.

Io non sono uno psicologo, ma mi viene da riflettere sull’attaccamento alle nostre certezze.

E se vivessimo meglio senza di esse?

Ok, voglio il Perseo di Benvenuto Cellini vicino casa, lo voglio. L’ho sempre visto da quando abito nella mia città, mi piace da morire, e lo voglio ancora per secoli, voglio che resti anche dopo di me. Ma se lo spostassero in un museo o crollasse incenerito da un botto di capodanno, dopo giorni, mesi di dispiacere, piano piano me ne farei una ragione.

Potrei farmi , invece, una ragione della mia casa che va in fumo, dell’insicurezza dei miei risparmi che potrebbero scomparire nel nulla, della morte delle persone che amo?

Ecco che ha un senso piangere la caduta di un tetto.

Perché è un simbolo. Di molto altro.

E allora non avrebbe forse senso non avere né una casa, né risparmi, né persone care da piangere, che poi quando si frantumano lasciano dentro un cratere di tribolazioni?

Non sarebbe meglio essere preventivamente anestetizzati dal dolore tramite l’abitudine all’assenza?

Si può vivere senza casa e senza soldi, no? Mica tutti gli accattoni muoiono di fame!

Si può vivere senza amore, no? C’è gente che basta a sè stessa!

E si può vivere anche in un ghetto industriale senza arte e storia, accanto a un centro commerciale sotto un cartone vista discarica…

Ma si vive male. Perché credo siano pochi quelli che l’hanno scelto liberamente di vivere per strada… il che è lecito.

Si vive male senza quello che ci fa sentire sicuri.

Ecco perché si vive male a pensare che il tetto di una cattedrale è caduto.

Non è solo una cattedrale. E’ il simbolo di un universo personale che potrebbe crollare.

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