Il posto di chi sogna un mondo comune

SABRINA, CLAUDIA E FARINATA DEGLI UBERTI

In questo periodo di tregua forzata, ho ritrovato alcune relazioni scritte da studenti ai quali avevo fatto lezioni private per mantenermi agli studi universitari. I testi più belli li avevo conservati in una vecchia cartellina rossa: la mia personalissima capsula del tempo. Come spesso succede quando si cerca qualcosa e si finisce per trovarne un’altra, così è stato per questa vecchia cartellina.  Mi sono messa a sfogliare quei brevi testi, scritti a mano, su fogli che si sono leggermente ingialliti nel corso del tempo. In particolare sono stata colpita da un tema che aveva come argomento il Decimo Canto dell’Inferno, con un naturale focus sulla figura di Farinata degli Uberti, scritto da Sabrina.

Ho cominciato la lettura con entusiasmo per il desiderio di riaffacciare la mente su quell’opera tanto amata: in qualche modo, Sabrina mi ha spalancato le porte dell’armadio di Narnia –  che l’Alighieri mi perdoni – su quello che era stato il mio mondo per tanto tempo, il pianeta che avevo dovuto abbandonare con il corpo, ma non con la mente. Non del tutto, almeno.

Mentre leggevo con curiosità, mi sono tornate in mente le bellissime immagini del Dorè che abitavano con orgoglio le pagine della Divina Commedia che troneggiava nella biblioteca di casa: altro che le cantiche commentate dal Sapegno che dovevo portare al liceo! Ho rivisto Dante e la sua guida fermi davanti al sepolcro infuocato, il primo timoroso, l’altro sicuro e prudente al tempo stesso. 

Con emozione, ho letto le parole scritte della mia ex allieva, immaginando i due percorrere un sentiero tortuoso e nascosto, lungo le mura della città di Dite, verso quella necropoli desolata. I sepolcri aperti e – fatto stranissimo – nessun demone a fare da guardiano alle anime dannate. Dante stesso ne resta stupito e chiede informazioni a Virgilio che spiega che lì risiedono gli spiriti di coloro che, nel corso della loro vita terrena, hanno rifiutato di credere all’immortalità dell’anima. A questo punto, Sabrina introduceva nella sua relazione  uno di quei disperati, che riconosce l’accento del poeta e lo chiama.

“O toscano, che te ne vai per la città del fuoco parlando in modo
così dignitoso, abbi la compiacenza di trattenerti.
Il tuo accento indica che tu sei nato in quella nobile patria alla quale,
forse, io fui troppo fastidioso.”

Un’onda di ricordi mi ha assalito, in parte perché concittadina sia di Dante che di Farinata, in parte perché mi sono ritrovata tra i banchi di scuola del liceo Michelangelo, soprannominato “Miche” dagli studenti di un’altra epoca, e ho rivissuto la vicenda dolorosa della famiglia degli Uberti. 

Dante – precisava Sabrina – nonostante la curiosità manifestata al suo maestro, esita ad avvicinarsi a quella figura che si erge orgogliosa e fiera dalla tomba, ma viene spinto dal suo accompagnatore davanti a quell’anima e finiscono per riconoscersi avversari politici: un dialogo drammatico percorre i versi – interrotto solo dal breve intervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, piegato su se stesso , per poi riprendere.

Mi sono commossa nel ritrovare il sentimento più grande che traspare in quelle parole antiche: il rispetto reciproco per il nemico valoroso. 

Infine, la spiegazione sulla preveggenza dei dannati costretti a una vista ipermetrope sul futuro: l’immagine chiara di ciò che sta lontano e che consente a Farinata di predire a Dante l’esilio da Firenze, e l’opacità sul tempo che si avvicina che rende quelle anime incapaci di discernere il presente. 

Mi sono sorpresa a ritrovare una inaspettata attualità in quel che non rileggevo da anni e scoprirne il ricordo vissuto da me, riproposto nella scrittura agile della ragazza e, allo stesso tempo, la vivacità di Dante: tre piani temporali che si sono sovrapposti, come in un film di Nolan.

Non so quanto di ciò che ho sentito fosse davvero nelle intenzioni del grande poeta, ma sono certa che mai come in questo periodo il rispetto per chi viene ritenuto  parte avversa, oppure nemico, dovrebbe guidare noi tutti, dai politici fino a tutti i cittadini.

Dovremmo imparare a guardarci l’un l’altro, come fanno  nel decimo canto dell’Inferno, un guelfo e un ghibellino.

Foto di copertina: Illustrazione di Gustave Dorè

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  1. Laura Vannini

    Tanti complimenti Claudia, sei bravissima!

  2. Claudia Muscolino

    Grazie Ilaria: a volte il passato riesce a inviarci dei messaggi straordinari. La parte “avversa” può avere, come hai fatto notare, tante sfaccettature e abbiamo – in tempi oscuri quasi come la selva dantesca – l’occasione di leggere per capire meglio la nostra realtà e i imparare a gestire la figura dell’altro, quale che sia.
    Per quanto riguarda lo spunto onirico, credo che anche la “Divina Commedia” sia un viaggio nel viaggio e, perchè no, nel sogno di una rinascita.

  3. Ilaria Stefanucci

    Tante riflessioni mi si affacciano alla mente Claudia: la paura dell’altro, del diverso, del nemico perchè la pensa diversamente da noi, in una “necropoli desolata”. Siamo così oggi, saremo così domani? Di questi tempi strani mi preoccupa la distanza degli esseri umani, legati dal fato, e divisi per lo stesso motivo. Guidarci l’un l’altro…questa la soluzione? Grazie Claudia, non so in cosa hai visto oggi la “parte avversa” ma è un articolo che apre spunti di riflessione quasi onirici…Grazie.

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