Un giorno dell’anno 1949, il signor Donald Edwin King – nato David Pollock – uscì di casa per una breve passeggiata e non vi fece più ritorno.

Un evento che, in circostanze normali, sarebbe rimasto tra le pieghe del mondo, lasciò un segno così profondo nella sua famiglia che, spesso, mi sono domandata quanto sarebbe stata diversa la vita di milioni di persone – compresa la mia – se Donald, impiegato alla Electrolux, fosse tornato a casa dopo la sua camminata. Infatti, il figlio minore Stephen portò con se le stigmate di quell’abbandono e, insieme alla sofferenza, il dono della scrittura.

La prima volta che incontrai quest’ultimo, era l’anno1978. Mi feci regalare un romanzo che trovai semplicemente eccezionale: “Carrie”. Oltre a rimanere colpita dalla vicenda, mi impressionò la peculiarità della narrazione. Sembrava che un giornalista avesse ricostruito una vicenda – mai accaduta – attraverso articoli tratti da quotidiani, estratti da saggi sulla telecinesi, autobiografie dei partecipanti a un ballo studentesco,  dove un’adolescente bullizzata e pressata da una madre ossessionata dalla religione, si vendica in maniera atroce di chi le aveva reso la vita un inferno in terra. All’epoca non conoscevo bene la definizione di romanzo horror: non avevo ancora finito di leggere i racconti di Poe e mi sarei dedicata a Lovecraft solo un paio d’anni più tardi, ma l’incontro con Stephen King cambiò per sempre il mio modo di leggere e – sebbene non potessi ancora saperlo – di scrivere.

Al di là di quello che lui raccontava, intuivo che c’era, da qualche parte,  un magma di concetti, un qualcosa che mi sarebbe stato utile: per anni ho scritto poesia e non pensavo che un giorno mi sarei dedicata anche alla narrativa. Quello che per molto tempo ho visto come un nocciolo senza una forma precisa, scoprii essere la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”, come il Re spiega in quel fantastico libro intitolato “On writing”, un prezioso miscuglio di autobiografia e manuale sull’arte della scrittura. Cosa deve contenere la cassetta degli attrezzi dello scrittore? Lui me lo ha illustrato per primo. Innanzitutto, deve avere una grammatica e un vocabolario, la forma e lo stile, il ritmo – perché le parole devono averlo, come le note – e la magia della narrazione.

Quel testo mi ha insegnato anche a sfrondare tutto ciò che scrivo e a riconoscere con occhio clinico le parole inutili, sia mie che altrui.

Inoltre mi ha consegnato una regola aurea: “Quando scrivi, fallo a porta chiusa. Quando correggi, fallo a porta aperta”.

Quando ho cominciato, circa otto anni fa, a dedicarmi alla scrittura in prosa, ho preso spunto da qualche suggerimento del Re. Un esercizio che lui dava agli aspiranti scrittori era questo: prendete una storia di violenza sulle donne e invertire i ruoli dei protagonisti. Mi sembrò un consiglio degno di attenzione e così scrissi un racconto che presentai al corso di scrittura creativa che frequentavo all’epoca: la signora che teneva lezione, in qualità di editor, arricciò il naso quando spiegai da dove e da chi mi era arrivato lo spunto per scrivere quella storia. Non sapeva di prendere una cantonata colossale: ogni idea è buona – anche se la scrittura può non esserlo – e Stephen King non meritava certo il suo disprezzo snob.

Mi sono affezionata a moltissimi scrittori di ogni epoca e sesso, ma lui mi ha comunque regalato una serie di incantesimi e un’eredità che, a volte, mi trovo a riconoscere perfino nei testi poetici che scrivo.

In tutta onestà, non posso dire che il mio approccio alla scrittura sarebbe stato lo stesso senza aver incontrato i suoi personaggi – pur non avendoli amati tutti in egual misura – e senza aver conosciuto il suo stile, anche se qualche volta non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo.

Auguro lunga vita al Re. Non potrei mai riservargli il trattamento che Annie Wilkes dispensa a Paul Sheldon in “Misery”, anche se decidesse di non scrivere più una riga!