Il posto di chi sogna un mondo comune

Autore: Francesca C.

E SE IL 2020 MI AVESSE FATTO BENE?

L’arrivo del nuovo anno, più che in passato, è stato vissuto da tutti noi come un vero e proprio “bomba libera tutti!”, in parte perché come vuole la tradizione lo scoccare del 31 dicembre porta con sé un vento di rinnovamento. Ma in quest’ultimo periodo in particolare in cui ci siamo sentiti schiacciati dagli innumerevoli divieti volti a cercare di contenere la diffusione del virus, il desiderio di novità ed aria fresca è stato ancora più forte.

Anche i media hanno contribuito ad enfatizzare il momento di passaggio verso il nuovo anno visto come portatore di “salvezza” e rinascita, in netta contrapposizione quindi a quello terribile appena finito, iniziando a parlarci già a novembre dell’arrivo del vaccino in Italia previsto per il 27 di dicembre, un vero e proprio dono di Natale.

Non entrerò nel merito di ciò che penso del vaccino. Preferisco piuttosto concentrarmi su ciò che questi mesi di pandemia hanno significato per me come penso per molte persone.

Abbiamo cominciato a marzo a cambiare le nostre abitudini.

Da un momento all’altro sono scomparse libertà basiche come uscire di casa, abbracciarsi, incontrare gli amici o andare a passeggiare, cose che davamo per scontato e che mai ci saremmo immaginati potessero sparire improvvisamente e per giunta senza sapere fino a quando. 

Quindi abbiamo dovuto smettere di programmare la nostra vita e abbiamo iniziato a vivere alla giornata, perdendo la facoltà che più ci spinge ad andare avanti: la possibilità di progettare, di sognare ciò che faremo tra un mese, sei, o un anno. Abbiamo perso la certezza della mèta che è ciò che ci dà la spinta quotidiana ad andare avanti.

Ci siamo chiusi in casa per due mesi, molti senza poter lavorare, altri lavorando in smart-working, ma tutti alle prese con il reinventarsi una nuova vita, con molto più tempo da trascorrere tra le mura domestiche, in compagnia di se stessi, del partner, di un amico o della propria famiglia, alla ricerca di nuovi interessi per far passare il tempo.

E così ci siamo scoperti pizzaioli, pasticceri, scrittori, pittori, restauratori, falegnami e questa grande quantità di tempo disponibile ci ha permesso per la prima volta di poterci dedicare seriamente a passioni che pre-esistevano in noi in maniera più o meno latente.

Poi non appena hanno aperto leggermente i recinti, permettendoci di svolgere attività all’aperto vicino a casa, ci siamo scoperti tutti camminatori, runner, ciclisti, insomma sportivi dell’ultim’ora, con tutina aderente nera, fascia intorno alla testa per raccogliere il sudore e al braccio il contakilometri.

Nel frattempo ci hanno permesso di tornare a lavorare in ufficio, anche se con delle modalità completamente nuove: metà delle persone “costrette” a fare lo smart-working mai praticato fino a quel momento, l’altra metà in presenza in uffici semi-deserti, con scrivanie disposte in un ordine diverso, più distanziate le une dalle altre, in modo da rendere più difficile la diffusione del virus, ma inevitabilmente anche lo scambio di qualche parola con il vicino.

I team sono stati smembrati e rimescolati in turni diversi, in modo che il nuovo assetto garantisse la continuità del lavoro anche nel caso che qualcuno si fosse ammalato di covid.

Questa nuova organizzazione ci ha fatto conoscere colleghi con cui ci eravamo sempre limitati a scambiare un frettoloso “Buongiorno” e siamo rimasti sorpresi quando, al di là delle apparenze schive e impostate, abbiamo scoperto che erano invece simpatici.

Anche le consuetudini dell’ufficio sono state modificate, niente più pause caffè o pasticcini per festeggiare un collega che va in pensione, nulle le riunioni in presenza e qualsiasi momento di scambio. 

Mi è capitato di sentirmi sola per quanto silenzio ci fosse nella stanza e per quanto distanti fossero le scrivanie dei pochi colleghi presenti, inizialmente uno shock per me che ero abituata a lavorare in un ufficio variopinto e rumoroso prima dell’arrivo del virus, ma poi, col tempo, ho imparato ad apprezzarne i vantaggi.

Vedere ogni giorno al telegiornale le persone che morivano a causa del virus, sentire le descrizioni di chi quella terapia intensiva l’aveva sperimentata o ascoltare persone che avevano visto entrare un parente in ospedale, senza che ne uscisse vivo e senza potergli dare nemmeno il conforto di un ultimo saluto; il silenzio assordante delle strade dove per giorni non si sentiva passare una macchina e l’unico rumore era il suono delle ambulanze…tutto questo ha cambiato la mia consapevolezza.

Non so se è capitato anche a voi, ma io ho iniziato a guardare la mia vita da un’altra prospettiva. Ho cominciato a riflettere sul fatto che quello che sentivo raccontare al telegiornale mattina e sera, poteva accadere a me da un giorno all’altro, io o qualcuno della mia famiglia poteva finire ricoverato in ospedale, senza poter vedere nessuno per settimane. Una sofferenza nella sofferenza. 

E allora ho pensato che dare per scontato le persone a cui vuoi bene e rimandare a domani il tempo da trascorrere loro, o posticipare la ricerca della realizzazione di un sogno importante, è rischioso perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Il virus ci ha sicuramente cambiati, nel nostro modo di essere e nelle nostre abitudini, ma ciò ci ha permesso di riscoprire affetti e aspetti di noi di cui ci eravamo dimenticati.

Per chi è riuscito a superare le durissime prove psicologiche, di salute ed economiche, ed è stato capace di adattarsi all’enorme incertezza di questo momento storico, la pandemia ha rappresentato l’opportunità per raggiungere una nuova consapevolezza.

Per questo, credo per la prima volta, più che chiudere l’anno vecchio facendo bilanci degli obiettivi non raggiunti e pormene di nuovi per quello che verrà, mi limiterò a riflettere su ciò che la necessità delle circostanze mi hanno indotto a diventare.

Non mi aspetto che il nuovo anno porti la salvezza da un 2020 che è stato e resterà nei libri di storia “l’annus horribilis”, ma preferisco affacciarmi al 2021 con la speranza che la lezione impostaci dalla pandemia possa servire ad attivare un cambiamento radicale di direzione e di velocità a favore di un recupero di quei valori e quelle prospettive che abbiamo perso di vista, presi come siamo dalla nostra affannosa e assurda corsa quotidiana.

Per questo nuovo anno che bussa alle porte, la speranza è che valori come la solidarietà, la semplicità, la presenza nel momento, riscoperti per colpa o grazie al virus, rimangano anche quando il virus passerà. 

Il virus ha messo in evidenza il brutto per far risplendere il bello che c’è nella vita di ognuno di noi.


AUTISMO IN QUARANTENA

Sempre più spesso sento nominare questa parola “autismo” quando si parla di mio figlio o di bambini con difficoltà simili alle sue, ma a differenza di qualche anno fa, quando dire di qualcuno: “E’ autistico!” evocava immagini terribili e scatenava in chi lo diceva il terrore e il desiderio di scappare, senza sapere bene da chi e da cosa, oggi io , come altre mamme nella mia stessa situazione, sentiamo parlare di autismo con un po’ più di consapevolezza, perché più o meno tutti sanno che l’autismo, in estrema sintesi, è caratterizzato da enormi difficoltà nelle relazioni, da un lato, e da un grosso ritardo nell’apprendimento, dall’altro.

Però in questa giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, avverto la necessità di provare a descrivere cosa significa per questi bambini il momento che stiamo vivendo.

Tutti noi ci sentiamo smarriti, persi e ci manca la nostra vecchia vita: ci mancano le persone, gli abbracci, le abitudini, sia quelle buone, come uscire con gli amici o andare al cinema, che quelle meno divertenti, come andare a lavoro.

Ci manca l’aria, costretti come siamo a trascorrere le giornate in casa, con una primavera poi che brilla di una luce avvolgente e calda e rende ancora più difficile restare rintanati in casa.

Ecco, se questa assenza di libertà è pesante per gli adulti e i bambini “normodotati”, per i bambini autistici è un vero incubo.

Perché se è vero, come dicono gli esperti di autismo, che la routine, intesa come la ripetizione delle stesse attività, sono fondamentali per rassicurare questi bambini, che hanno una percezione diversa della realtà che li circonda; se è vero che è di fondamentale importanza per loro andare la mattina a  scuola dove possono attingere ad una socialità di cui sono spontaneamente privi, oppure frequentare il pomeriggio le varie attività di sostegno allo sviluppo di quelle risorse di cui la natura non li ha dotati; potete immaginare quale sconvolgimento gli ha provocato la bomba del 6 Marzo che, da un giorno all’altro, li ha privati di tutto questo, confinandoli in casa e senza che avessero i mezzi per capire cosa stesse accadendo. 

Ecco che all’improvviso è scomparsa la scuola, i compagni, la piscina, il cavallo, sono scomparse una serie di persone (le maestre e gli specialisti) che rappresentavano un fondamentale punto di riferimento.

Della vita passata c’è rimasta solo la casa e i genitori che da un giorno all’altro si sono ritrovati a ricoprire il ruolo di insegnante, psicologo, logopedista, psicomotricista, oltre ovviamente a quello di genitori, e provano in qualche modo a spiegare al figlio, che si arrabbia perché non capisce dove siano scomparsi tutti, perché, dopo aver tanto insistito, in un tempo ormai lontano, per portarlo fuori, adesso non si fa altro che ripetergli: “Bisogna stare a casa!”

Ecco in questi giorni che sono difficili per tutti, vorrei dedicare un pensiero a questi bambini e ai genitori che si impegnano per rendere meno pesanti queste giornate ai loro figli, cercando di tenerli occupati e sereni, anche quando li assale lo sconforto per la paura del “cosa succederà”, anche quando avrebbero voglia di cedere, schiacciati dal peso di questa a-normalità, e invece tengono duro perché non se lo possono permettere.

E un domani, quando tutto questo sarà passato, mi piacerebbe che nel nuovo mondo (che sarà migliore perché sono sicura che alla fine questa clausura forzata che ci costringe a guardarci dentro, ci renderà migliori), tutti avessero una maggior sensibilità per chi soffre, per chi vive ogni giorno situazioni complicate e va avanti senza lamentarsi.

Sarebbe bello che in questo nuovo mondo tutti, ma proprio tutti, avessimo imparato a sviluppare un po’ di empatia verso il prossimo e riuscissimo qualche volta a metterci i nei panni degli altri.

E magari passando vicino a quella mamma che sta cercando di tranquillizzare il figlio strano che urla, invece di fermarsi ad osservarli come fossero marziani, le chiedesse: “Signora va tutto bene? Ha bisogno di una mano?”

Vi lascio con una breve similitudine che può aiutare a capire cosa significa soffrire del disturbo di autismo, ma soprattutto suggerisce un buon modo per relazionarsi con chi soffre di questo disagio.

“Le persone autistiche sono come delle damigiane: dentro ci sta la stessa quantità di liquido che negli altri contenitori, a parità di volume, solo che devi mettercelo goccia a goccia, mica puoi rovesciarcelo velocemente, se no non ci passa, dal collo stretto. Praticamente sono un salvadanaio: ci metti una monetina alla volta, e ti accorgi solo dopo, che è pieno.Il problema è che le persone hanno poca pazienza: vogliono il pieno, e lo vogliono subito.
Beh, dovete avere pazienza: il pieno subito non lo potete avere. Goccia a goccia, monetina dopo monetina. Peraltro, in quarantena, che fretta avete?
Mettetecela tutti i giorni, la goccia, nella damigiana.
Mettetecela tutti i giorni, la monetina nel salvadanaio.
Non solo il 2 Aprile.” (S. Stabilini)

LETTERA A UNA DONNA CHE DOVREBBE ANDARSENE


In Italia nell’ultimo anno è stata uccisa una donna ogni 3 giorni, di femminicidio.
Perché succede?

Troppo spesso ascoltando i fatti di cronaca ci viene da esclamare: “A me non può succedere!” .

Invece io credo, che ogni donna potenzialmente può essere vittima di femminicidio.

E allora, per una volta più che parlare di lui, voglio cercare di capire perché tu, che sei una donna come me, resti lì, dopo il primo schiaffo, e poi dopo il secondo, e poi quando arriva il cazzotto, e poi i calci, fino all’ultimo ineluttabile colpo, con un coltello o con la pistola che ti darà la morte.

Penso che debba essere molto difficile da accettare che l’uomo scelto come compagno di vita, d’improvviso si levi la maschera e si mostri per quello che è: un mostro.

Come puo’ accadere che quella stessa persona che solo fino a qualche tempo prima ti corteggiava, riempiendoti di fiori, regali, belle parole, d’un tratto si sia trasformato in Mr. Hyde?

Capisco che non basti uno schiaffo (anche se dovrebbe), e neanche due (anche se dovrebbe), ma perché non scappi quando lui arriva a sferrarti un cazzotto in pieno viso, che ti fa vacillare fino a farti capitolare in terra?

Resti lì, inerme, a chiederti cosa ti stia capitando e perché proprio a te, pensi che il suo è stato solo uno scatto di rabbia, la gelosia di un momento a cui ha dato sfogo senza nemmeno rendersene conto,

E infatti lui stesso si precipita ad aiutarti ad alzarti da terra, quasi non sia stato lui stesso a darti quella spinta, e ti rassicura, pieno di parole dolci, e di

‘Scusami amore’, ‘perdonami’, ‘non so cosa mi è preso’…

E tu ci credi, ci vuoi credere, perché altrimenti proprio lì, in quel preciso istante, dovresti prendere le tue cose e cominciare a correre, a fuggire lontano, il più lontano possibile, dove lui non ti raggiunga mai.

E invece resti, vi sedete accanto a piangere insieme su ciò che è appena successo. Lo vedi seriamente pentito e questo ti rassicura che non lo rifarà più.

E invece dopo un mese, forse due, all’improvviso, non appena siete rientrati in casa, la sua rabbia si sfoga di nuovo su di te, e di nuovo ti sferra un cazzotto tra i polmoni che ti lascia senza fiato.

-‘Perchè?’ – Domandi tu con una voce appena impercettibile, rotta dal dolore, mentre le lacrime cominciano a scendere copiose e ti porti le mani sul petto per riparti dalla sua furia vigliacca.

– ‘E’ colpa tua! Per il sorriso che hai rivolto al cassiere che ti dava il resto della spesa’.

Perché tu sei sua, e non ti devi azzardare a sorridere ‘in quel modo’ né al cassiere né ad altri.

– ‘Si capiva benissimo che te lo saresti portato volentieri a letto!’

-‘Ma che stai dicendo?’- rispondi tu incredula e dolorante- ‘ Gli ho solo risposto educatamente.’

Ma lui non ci crede e ti colpisce di nuovo, fisicamente e verbalmente, con una grandinata di accuse infondate a cui tu non riesci a controbattere, tanto sono assurde. E la sua rabbia continua a montare, cresce, cresce come uno tsunami che si sfoga in tutta la sua violenza con l’ultimo cazzotto che ti lascia in terra stordita di dolore fisico e non solo….

E’ a quel punto che dovresti prendere le tue cose e andartene, per non lasciargli la possibilità che accada un’altra volta.

E invece rimani.

Rimani perché per anni sei cresciuta con l’idea del principe azzurro, e quando lui si è presentato, hai capito che sì, era proprio lui il tuo principe, così dolce, così premuroso, così pieno di attenzioni e complimenti, che anche se alcuni lati del suo carattere non ti tornavano, hai preferito non dargli troppo peso.

Eppure c’eri rimasta male anche tu quel sabato sera a cena con gli amici, che per una stupidaggine era arrivato quasi alle mani con Carlo, suo amico fraterno, solo perché ti aveva fatto un semplice complimento dicendoti che quella sera eri veramente “gnocca”, e che quasi quasi, se non fosse stato sposato, un pensierino su di te lo avrebbe fatto…

Ma si capiva che era una battuta, lo avevano capito tutti, anche sua moglie, tutti tranne lui, che una volta arrivato a casa aveva scatenato una tragedia per cui tu avevi semplicemente provato a calmarlo, ma inutilmente.

Non so perché una donna non faccia quello che qualsiasi altro animale aggredito farebbe, ovvero scappare.

A questo punto, il tuo istinto di sopravvivenza, avrebbe dovuto proteggerti e farti capire che non puo’ esserci amore in una persona che ti ammazza di botte,

Ma la tua razionalità viene come annullata dalla cecità e dalla volontà di credere che si tratta solo di un incidente di percorso, che non si ripeterà più.

E non cede nemmeno all’evidenza mentre si disinfetti le ferite .

E poi quei messaggini assurdi dei giorni precedenti, in cui lui ti chiedeva di andare a fare la spesa in tuta e con i maglioni larghi, così non ti si vedono le forme che solo lui ha il diritto di guardare.

Perchè non diamo il giusto peso alle piccole avvisaglie che questi uomini danno?

Perché non scappiamo via e ci mettiamo in salvo come farebbe qualsiasi altro animale aggredito?

Perché è difficile capire ed accettare che quello che è stato fino a quel momento il nostro principe azzurro, all’improvviso si sia trasformato nel nostro aguzzino.

Poi però, quando gli episodi iniziano a ripetersi e la gravità de gesti a crescere, illudersi che ci stiamo sbagliando diventa impossibile.

E allora cosa ci trattiene dal salvarci dal femminicidio?

Io credo che le cause siano diverse, a volte è la convinzione tutta femminile, che se ce le danno, se qualcuno ci tratta male, sotto sotto pensiamo che un po’ ce lo meritiamo, grazie al nostro innato senso di colpa e vocazione al martirio.

E poi c’è la storia del principe azzurro, banale quanto vera: ci siamo cresciute tutte con le favole di Biancaneve e Cenerentola prima, ma anche Candy Candy e Heidi, tutte che per salvarsi hanno avuto bisogno che arrivasse il Principe azzurro, perché da sole non siamo in grado di farcela.

E allora, se il modello con cui siamo cresciute è questo, come si può ora arrivare ad accettare l’esatto contrario, ovvero che quel principe azzurro tanto azzurro non è, e che la favola in realtà è un film horror?

Significa rinnegare anni di convinzioni, di principi (sbagliati) e questo richiede più coraggio (e più forza) che rimanere lì inermi a prendere le botte.

Ecco perché io un po’ le capisco quelle donne, mentre si aggrappano disperatamente alla speranza che il principe azzurro di un tempo possa all’improvviso, lui, risvegliarsi e tornare ad essere la persona premurosa ed amorosa che era.

Fino al gesto finale e irreversibile che cancella di schianto ogni speranza, nel momento esatto in cui la sua mano cala su di noi per infliggerci dieci coltellate trasformandolo  definitivamente nel carnefice a cui consegniamo la nostra vita.

E lo chiamano femminicidio.


Foto di copertina:Elisa Ricci

Per leggere ancora di femminicidio:
Allarme femminicidio in Italia: 94 vittime in 10 mesi. Lo rivela l’Eures

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