Ore 8.00 del mattino.
Alla guida della mia auto vado al supermercato per la spesa settimanale, nella speranza di arrivare abbastanza presto da evitare le interminabili code di questi giorni.
Giunto al parcheggio noto che è ancora chiuso anche se un piccolo capannello di persone è già appostato. Poco male, dovrei cavarmela con una attesa di pochi minuti.
Un cinguettio familiare fuoriesce dalla mia tasca, segno che qualcuno mi sta pensando.
Apro whatsapp e vedo che una mia cara amica di Roma mi ha inviato la foto del suo bambino: indossa occhiali da sole, un sorriso enorme e una maglietta a righe orizzontali dai colori più svariati.
In quel momento faccio una associazione mentale che di questi tempi è quasi inevitabile: vedendo il rosso non penso al sugo di mia madre o al vestito della mia compagna, ma alla zona “rossa” in cui vivo.

E così mi rendo conto che questo coronavirus non ci ha privato solo della libertà di uscire, ma anche della leggerezza mentale.
Ci ha trascinato in un turbinio di pensieri che (volente o nolente) ci riconduce sempre al Covid-19.
Ripenso a quando è stata istituita la zona rossa in tutta la Lombardia prima e al resto di Italia poi, all’esodo di massa nella stazione di Milano, alla vera presa di coscienza che l’irreale si stava materializzando sotto i nostri occhi.

In questo clima da “Apocalisse Z” di Manel Loureiro ci siamo visti costretti a rimodulare le nostre giornate; abbiamo spazzato via la nostra confortante routine e ci siamo ingegnati su come far trascorrere il tempo tra le quattro mura di casa.
Ci siamo così riscoperti pasticceri, cantanti, maniaci del pulito, sportivi, applauditori, virologi, corridori, musicisti, cuochi, urlatori.
E naturalmente nemmeno io mi sono voluto esimere da tutto questo, perchè è nei momenti di difficoltà che si cerca di essere uniti, scoprendo così quanto sia difficile sentirsi aggregati proprio adesso che l’aggregazione è vietata.

Sono tra i fortunati che possono lavorare da casa (smart working se si vuole essere fighi). Ma se prima la mia vita era troppo sedentaria, adesso che non ho nemmeno più la scusa di camminare dal parcheggio della mia auto all’ufficio si può tranquillamente affermare che un ulivo secolare pratica molto più movimento di me.
Se voglio evitare di dover rifare il guardaroba o di diventare il prossimo protagonista di “vite al limite”, è meglio che mi dia da fare. Quindi dopo il lavoro mi dedico a un po’ di sport a casa: jumping jack, squat, plank. Parole inglesi che tradotte significano rispettivamente fatica, sudore e chimelohafattofarenonvedoloradidivorarmiunategliadipastaalforno.

In ogni video dell’esercizio compaiono sempre quegli odiosi colori di intensità: verde indica bassa intensità, il blu è media e il rosso è alta.
Ma il mio colore preferito resta il grigio, che rappresenta il mio divano.
E dopo il dovere arriva sempre (o quasi) il piacere: mi dedico alla cucina ed in particolare ai dolci (non foss’altro perché il lievito di birra è merce destinata a pochi eletti).
E qui mi lascio avvolgere dal colore bianco dello zucchero, dal giallo delle uova e dal nero della torta tenuta un po’ troppo tempo nel forno (eppure ho seguito le indicazioni della ricetta alla lettera). 

Arriva finalmente la sera e con essa l’immancabile serie tv: ho solo l’imbarazzo della scelta tra il rosso di netflix, il blu di amazon video ed il viola di Infinity. Ormai ho più serie da seguire, quindi a rotazione riesco ad accontentare tutte le persone che vivono nel mio cervello. 

La notte è il momento in cui i pensieri convergono tutti insieme creando assembramento, anche se sarebbe vietato. Non ci sono più distrazioni, non esistono espedienti che possano alleggerire la mente e lasciarla divagare con i futili tentativi di fuggire dalla realtà.
Ed è allora che sento il nero pulsante della notte che ha la forma di un convoglio di camion militari che trasportano i caduti (si, ma sono quasi tutti vecchi…come se questa possa essere una attenuante…come se l’età di chi non ce l’ha fatta possa rendere più accettabile la morte).

Come Darrell Standing de “Il vagabondo delle stelle” di Jack London, mi sento librare nell’aria sorvolando una città spettrale illuminata dalla luce gialla intermittente dei semafori, dal blu di una sirena che sfreccia per le vie, dal bianco vivo del camice di una infermiera stremata sulla scrivania alla fine del turno.
Ben presto l’euforia dei primi flashmob ha lasciato il passo alla arida consapevolezza che tutto questo non è solo un servizio al telegiornale, è nelle strade là fuori, è proprio sotto quel cielo blu e quelle verdi montagne che vedo dalla finestra; è nella casa del vicino, nei segni delle maschere sui volti degli infermieri, è negli occhi di chi ha perduto qualcuno o qualcosa. E’ nel grigio delle strade deserte mentre vado a fare la spesa, è nel bianco delle mascherine che non permettono di scambiarci nemmeno un sorriso di conforto.

Poi in uno stanco pomeriggio domenicale, avvolto nel silenzio di casa in compagnia di un libro di Grisham, sento delle grida senza capire bene chi sia e cosa stia dicendo.
Mi alzo goffamente dal divano ed esco sul balcone. Le urla sono di un ragazzino che abita un paio di piani sotto il mio; senza alcun motivo e senza che nessuno lo accompagni, dal balcone sta gridando a tutta Bergamo “ce la faremo!”.
“Banale” penserà qualcuno, “si ok ma adesso basta” diranno altri.
Ma non posso smettere di pensare che pur essendo passato quasi un mese da quando è stata istituita la zona rossa, pur non essendoci più nessuno che fa flash mob, che canta o grida dai balconi, questo ragazzo continua imperterrito a urlare.

Forse non servirà a nulla, è vero, ma è l’emblema di un attaccamento alla vita che rischiamo di smarrire, di un’era in cui l’unico dilemma è quale serie tv vedere oggi, un’era in cui si esulta perchè sono morte meno di 700 persone in un giorno, è l’estremo desiderio che tutto torni come prima: quando il rosso era il sugo di mia madre, il blu il colore del cielo e nessuna mascherina bianca nascondeva i nostri sorrisi.