Il posto di chi sogna un mondo comune

Autore: Ilaria Stefanucci

La Gioconda

Dietro di lei un luogo qualunque, pieno di alberi. Ma non era importante. Non lo era stato mai.
Eppure un giorno avevo conosciuto un botanico che mi aveva riempito la testa di parole latine, che non conoscevo, che poi mi aveva chiesto di indicargli la toilette. Erano parole di piante officinali e foglie e frutti.
Mentre andava lento verso il bagno, godeva della mia palese ignoranza sull’argomento, questo era chiaro. 
Mi chiedevo se avrei dovuto sapere tutte quelle parole, se lavorare lì dentro avrebbe mascherato la mia ignoranza, se l’avrebbe invece amplificata, se dovevo rincorrerlo e dirgli che sì una laurea ce l’avevo, che però non era in botanica, se avrei resistito a lungo in quel posto di lavoro.
Rimasta da sola mi girai verso di lei.
Era da sola anche lei, stranamente. E mi guardava.
Mi guardava fissa e mi sentivo importante…quando poi mi accorsi che forse non guardava me, che guardava oltre, mi trapassava, e mi sentii piena di imbarazzo per aver pensato che stesse fissando proprio me, per quell’illusione in cui cadevano tutti da millenni, e compresi il senso di sconfitta che prende alla gola quando credi che qualcuno che ammiri possa averti notato fra una folla di centinaia di persone. E invece non sa neanche che esisti.
Mi riaggiustai la divisa, perché era come se una raffica di vento me l’avesse sgualcita.
No davvero, i nomi latini delle piante sullo sfondo non mi interessavano.
Solo i suoi occhi mi interessavano, e quel sorriso dissacrante che mi aveva appiccicata al muro.
La più affascinante delle donne di Leonardo, la star dallo sguardo magnetico.
Sarei rimasta a lungo, solo per farmi trapassare ancora.

MAI DIRE ORMAI!

Seguire il sogno della vita da adulti si può!

Motivatori e coach ci hanno scritto libri con titoli bomba che mi hanno sempre dato l’orticaria, come “La felicità è adesso!” oppure “Prendi in mano il tuo destino: ora!”, infarciti di inopportuni, imbarazzanti e rozzi punti esclamativi…

E che tuttavia ho periodicamente acquistato!
Perché ho sempre sperato in cuor mio che davvero si possa cominciare a qualunque età.

Tuttavia c’è molta diffidenza intorno al tema.

Se avere un colpo di testa a vent’anni è socialmente accettabile, farlo “da grandi” è considerato un folle, infantile e irresponsabile salto nel buio.

Lo ammette fuori dai denti anche Gianluca Gotto, autore del blog Mangia Vivi Viaggia, che vita l’ha cambiata a vent’anni appunto, come racconta nel suo bellissimo libro “Le Coordinate della Felicità“:

“Su questo aspetto devo essere molto sincero: non sono una di quelle persone che cambiano vita a quarant’anni dopo aver comprato la casa con il mutuo, aver messo su famiglia e aver dedicato più di un decennio a costruirsi una carriera…”

E’ emblematico quindi che un amico, con un misto di sospetto ed incredulità, mi chieda “ma perché tu conosci davvero qualcuno che ha cambiato vita a 40 anni?!”.

Ci penso su.
Io si.

Ecco a voi cinque interviste a persone né eroiche né straordinarie, solo normali.
Anzi, normalmente coraggiose.

Alcune sono all’inizio del viaggio, altre a metà, altre stanno guardando la strada percorsa pronte a ripartire.

In comune hanno qualcosa di importante: l’orgoglio delle proprie scelte!

Incontrarle è stato un dono che voglio condividere, perchè stimoli tutti noi a seguire i nostri folli, audaci, genuini, normali, banali sogni nel cassetto.

Perché in fondo…”Mai dire Ormai!”

Chi è Movimento Sottile?

Foto di Copertina: Luca Bettini

LA PARTITA E’ APERTA!

STEFANIA ROBASSA
39 anni
Aspirante attrice e scrittrice
Scrive sulla sua pagina Facebook “Dal mio Punto di Svista

Stefania mi risponde al telefono da lontano… Alla fine dell’intervista parliamo del blog e mi fa “Ti mando qualche pezzo”. E’arrivato prima il pezzo dell’intervista. Peccato…perchè il vero pezzo è questo: un pezzo di vita raccontato nell’attimo esatto in cui viene vissuto il cambiamento da un momento ad un altro, quando le emozioni sono più intense che mai…Provo a riportarle su carta (o quel che è) con la stessa forza con cui mi hanno travolto.

Stefania, dove sei ora?
Ho fatto un salto nel vuoto. E sto ancora volando.

Che cosa è successo?
E’ successo che dal 1 Gennaio 2019 ho lasciato il lavoro, a 38 anni.

Dall’oggi al domani? Così di botto?
No! E’ una scelta che volevo fare da tempo ma avevo sempre rimandato. L’ho ponderata molto.
Ma in realtà l’ultimo lavoro che ho avuto dentro di me sapevo fin dall’inizio che non sarebbe durato molto. Sono andata avanti tre anni…

Torniamo indietro. Cominciamo dall’inizio…
Io ho iniziato a lavorare subito dopo il diploma nel bar di famiglia, un lavoro part time che mi permetteva di vivere e allo stesso tempo portare avanti quella che era sempre stata la mia passione: la recitazione.  Poi lo abbiamo dovuto chiudere e mi sono ritrovata a 32 anni con il culo per terra, senza arte nè parte…

Posso immaginare…
Lì ho avuto la prima crisi… i miei unici datori di lavoro erano stati la mia famiglia. Così quando mi sono trovata con dei datori di lavoro sconosciuti ho capito che non ero portata al lavoro da dipendente.

E che cosa hai pensato di fare quando ti sei trovata “col culo per terra”, citando testualmente?
Mi sono trovata altri lavori precari, fino a quando sono entrata in uno studio dentistico a lavorare full time, e non ho avuto più tempo per la recitazione.

Ed è allora che hai smesso?
In quel momento ho incontrato la fatidica goccia che fa traboccare il vaso: ho dovuto rinunciare ad un progetto teatrale a cui tenevo molto perché non avevo tempo per le prove.
Mi sentivo di aver perso un treno, in realtà questo evento mi ha messo di fronte ad una domanda amletica…

E sarebbe?
Vuoi continuare a vivere così?  A fare un lavoro che, seppur rispettabilissimo (a tempo indeterminato, ndr), la mattina non ti fa alzare dal letto felice?

E te ne sei andata.
Non senza fatica. I giorni successivi sono stati durissimi. Non ero pentita ma ero insidiata dall’ansia e avevo uno stato psicofisico debole. Eppure ero contemporaneamente piena di adrenalina!

Sei stata molto coraggiosa!
Non sono un’eroina. Non lasciavo una situazione economica floridissima, per cui è stata una scelta più semplice, ma tuttavia è stata dura lo stesso.

Come hanno reagito le persone intorno a te?
Con i datori di lavoro avevo un bel rapporto, mi hanno capito. Conoscevano la mia vera passione. Non ho lasciato perché c’era un brutto ambiente, anzi! Ho lasciato perchè avevo un altro sogno!
Mia madre mi ha appoggiata perché vedeva che non ero felice, anche se avrebbe preferito che avessi lasciato con qualcos’altro in mano.
Altri mi hanno ferito giudicandomi alzando anche solo un sopracciglio, e semplicemente ho deciso di non condividere la mia scelta con chiunque.

E che hai fatto poi?
Dal 1 gennaio 2019 sono stata libera. Ho fatto tutti i corsi di teatro che ho potuto, ho viaggiato, e poi ho partecipato ad un concorso di poesia, riscoprendo anche la passione della scrittura. E mi sono iscritta all’Università (Lettere con indirizzo Arti e Spettacolo), a 39 anni!

La scrittura? E che c’entra con il teatro?
C’entra perché c’è stato un periodo quattro di anni in cui non ho fatto nulla con il teatro perché, lavorando, non avevo tempo, e la scrittura mi ha permesso di sfogare sia la mia frustrazione che la mia energia.
Ed è allora che è nata la mia pagina Dal mio Punto di Svista, che va avanti da cinque anni ormai…

Oggi in che fase sei?
L’anno sabbatico che mi sono presa sta per finire.
Finora ho campato con vecchi risparmi che avevo.
Mi sono voluta regalare quest’anno: il primo nella vita in cui non abbia lavorato per guadagnare.

Un anno bello denso di esperienze e movimento, però! Non esattamente un anno di vacanza…
Si ma adesso il gioco si fa più duro. E se non riuscissi a vivere delle mie passioni, a trovare un lavoro che mi soddisfa? Questo è il pensiero più opprimente adesso. Ma so anche che sono una che non ha paura di sacrificarsi.

C’è stato un momento in cui hai pensato che avevi fatto la scelta giusta?
Quando ho mandato la poesia al concorso e mi hanno chiamato per dirmi che avevo vinto. E mentre mi sono vista emozionarmi mentre ritiravo il premio, ho avuto la consapevolezza di essere sulla strada giusta.

Tornassi indietro faresti scelte diverse?
A volte mi dico “Se non avessi lasciato l’Università a 20 anni…” ma a che serve? Io sono figlia delle scelte che ho fatto nel momento in cui le ho fatte, pensando fossero giuste per me in quel momento.
E poi la vita è fatta di incontri che io chiamo “Big Bang” e che ci fanno fare delle scelte, e io questi incontri li ho fatti da adulta, non li ho fatti a 20 anni…

Se tu dovessi dare un consiglio a chi si trova in una situazione di stallo, come era la tua, quale sarebbe?
Ne ho due.
Di prendersi un anno sabbatico, se ne ha la possibilità. Per frenare. Per darsi spazio. Non ne abbiamo mai tempo. Io, certo, non ho figli, o famiglia da mantenere, per cui è stato più facile: le scelte che sto facendo ricadranno solo su di me.

E anche i meriti ricadranno su di te.
E le soddisfazioni anche! Che è quello che spero.

E il secondo consiglio?
Di giocarsi quella carta ipotetica di riuscire, anche se ci fosse solo il 2% di possibilità di farcela.
Se non la si gioca, non sapremo mai se era la mano vincente…

La tua partita è tutta aperta, Stefania! In bocca al lupo.
Crepi il lupo.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

DUE VITE PER LA DANZA

ARACELI BARCENAS
61 anni
Danzatrice professionista e coreografa.
Fondatrice della Scuola Danza Teatro delle Origini, linguaggio che diventa Specializzazione nella Scuola di Formazione per Operatori del Centro Toscano di Arte e Danza Terapia.

Mi accoglie elegantemente con un the nella sua casa piena di libri che odora di tre vite almeno, e che sembra di poter lasciare da un momento all’altro, in partenza per il suo Messico o per chi sa dove… Impossibile dare un freno alla sua energia, come replicare il movimento del suo corpo: include almeno venti tipi diversi di onde. Andrebbe vista ballare per apprezzare davvero il sapore della sua storia. Che parla di tre Paesi, di Rivoluzione e di studio. Ma è qui a Firenze che ha deciso di portare le sue onde, alla fine. E menomale, altrimenti non ci saremmo incontrate, e il mare addosso a qualcuno non l’avrei visto mai…

Ara, quando hai deciso di cambiare vita quanti anni avevi?
Ho deciso di fare della danza la mia vita due volte. La prima volta avevo 26 anni.

Ma la danza non si inizia da bambine?
E infatti tutti dicevano che ero fuori di testa! E anche io me lo dicevo. Solo che mi rispondevo “Io ci provo!”.

Era una passione iniziata da poco tempo?
No, io ho iniziato danza classica che avevo 15 anni (che comunque per iniziare era già tardissimo) ma lo facevo come hobby amatoriale.

Avresti voluto farne una cosa più seria?
A quell’età andai a vedere se mi prendevano in una scuola professionale di danza moderna, ma mi dissero che ero troppo grande e mi consigliarono di finire gli studi. E ci ho messo una pietra sopra!

E ti sei iscritta all’Università.
Economia. Tutto un altro mondo… E poi ho iniziato la carriera politica, e 19 anni sono andata in Nicaragua con un gruppo politico a partecipare alla rivoluzione.

La rivoluzione?! Un personaggio cinematografico il tuo…
La mia vita un film lo è in effetti (sorride, ndr). Io sono Messicana. Erano quelli anni di grande fermento in Centro e Sud America, c’era il sogno di fare la rivoluzione in tutta l’America Latina.
Perdo un anno di Università per seguire questo ideale e poi torno in Messico e lascio la politica. Ne avevo visto il lato brutto, non faceva per me. E finisco l’Università. Perchè io sono una che finisce sempre le cose!

Già da qui si vede che sei tosta.
E infatti mi laureo, e comincio a lavorare dentro il Ministero dell’Economia. Avevo i miei soldi, la mia casa, divento assistente del Segretario Tecnico all’Istituto Nazionale di Antropologia, avevo una carriera scritta davanti: adesso probabilmente sarei il Direttore di qualche Museo.
Ma soffrivo quando andavo a lavorare…

E il pallino della danza torna.
Torna forte. Decido di trasferirmi a Parigi per studiare danza contemporanea. A 26 anni! Una cosa folle! Vendo la macchina, le mie cose e me ne vado. Con pochi soldi. Io venivo da una famiglia modesta dopotutto.

E’ stato un periodo difficile?
E’ stato in assoluto il più difficile! Prima di tutto avevo una mente razionale sviluppatasi nel lavoro che avevo fatto fino ad allora, e dovevo cambiare mentalità. E poi non avevo soldi e ho fatto di tutto: dalla donna delle pulizie a chiedere i soldi in metropolitana insieme ad un’amica: lei cantava e io ballavo. Mi sembrava fosse tutto troppo difficile, che non imparavo nulla.  Non sapevo la lingua, ero sola. Ma ero testarda. E tornare indietro a fare la burocrate, non volevo.

Cosa pensavi in quel periodo?
Mi vergognavo e pensavo “Se mi vedessero la mia famiglia, i miei amici…”. Sapevo che erano lavori umili che non avrei fatto per sempre, che mi servivano in quel momento per raggiungere un sogno. Io sapevo chi ero io. Ma certo ho avuto momenti in cui sono stata tentata di tornare indietro o di cambiare Paese.

E poi hai incontrato Leonardo (il marito, ndr).
E siamo venuti in Italia. Ho seguito l’Amore! All’inizio non è stato facile perché a Parigi avevo tutta la danza che potevo volere e a Firenze non c’era la stessa produzione artistica. Ma trovo un’insegnante che mi dà una visione ancora diversa e imparo un altro modo di fare danza, più astratto, che mi interessava molto.

Seguire l’amore dove ti ha portato?
Di nuovo in Messico, insieme a Leonardo. Abbiamo avuto un figlio. Decido di vivere lì, di abbandonare la danza per necessità economica e di fare la carriera di giornalista. E lo farò per 12 anni! Un’altra carriera stabile! Ma la danza era ancora nella mia testa. E infatti mi metto a studiare danza Afro-Antillana per hobby. Non ne potevo fare a meno…

E decidi di fare della danza la tua vita per la seconda volta!
A 36 anni! Stavolta perdo la testa per la danza definitivamente! Mi si apre un mondo: entro in una compagnia di ballo, faccio anche teatro, e alla fine inizio a fare l’insegnante di danza e le cose funzionano, avevo successo…

E poi nel ‘96 arriva la crisi economica…
E ci trasferiamo nuovamente a Firenze. Avevo 38 anni e un figlio piccolo. Comincio a insegnare latino-americano perché era di moda. Ma mi annoiava molto e quindi presto passo ad insegnare Danza Afro con un approccio terapeutico: studio come il ritmo influenza il benessere della persona. E da lì continuo a studiare. E studiare. E studiare. E non ho smesso più perché io sono una ricercatrice prima di tutto!

Ti senti una ballerina?
Mi fa fatica dirlo perché, in un mondo dove tutto è un documento, non ho un diploma specifico. Ma ho avuto così tante esperienze…e alla fine tutte insieme mi hanno portato a concettualizzare il mio progetto di Danza Teatro delle Origini.
Sono sicuramente un’insegnante di danza. E una persona che ama danzare.

Oggi hai 61 anni (anche se ne dimostri 50 e hai il fisico di una 20enne…). Mi chiedo, con la lucidità di una vita trascorsa, faresti qualcosa di diverso oggi, per seguire il tuo sogno?
No. Perché il mio concetto di danza è sempre stato “libertà” e inconsciamente forse l’ho sempre seguito. Non volevo essere ingabbiata in una tecnica.

Che cosa ti ha aiutato a non mollare?
La forza interiore. L’ambizione di raggiungere quello a cui aspiravo. E visualizzare il sogno! Io avevo tante voci in testa, ma la danza era la voce più forte. E se è forte torna sempre a bussare.

Cosa consiglieresti a chi vuole inseguire il suo sogno ma dice che è troppo tardi?
Che se lo vuole fare, si può fare!  L’importante è creare nel momento presente le condizioni per fare quello che si vuole. Nel mio caso, siccome non avevo soldi, lavoravo per pagarmi le lezioni di danza, e sicuramente soffrivo a fare quei lavori umili, ma sapevo che erano il mezzo per realizzare quello che volevo.

Un ricordo particolare?
Un tempo facevo le pulizie in un palazzo in Via Ghibellina, per vivere.
Dopo molti anni mi sono ritrovata, nello stesso palazzo, a tenere uno stage come insegnante con circa 25 allievi.
E’ stato un bel riscatto.

(pausa)

Mi dicono che sono una persona molto fortunata.
Io dico che sei una persona molto coraggiosa.

Torna a MAI DIRE ORMAI!

ESPORSI, NON ESIBIRSI!

MARIA PAOLA SACCHETTI
53 anni
Attrice professionista e insegnante di teatro.
Fondatrice di Cat23 Centro Arti Teatrali

La prima volta che l’ho conosciuta, alla presentazione del corso di teatro che guida, mi convinse il suo motto “Esporsi, non esibirsi!” Quella sera non ho incontrato solo una brava attrice e insegnante, ma la storia di una persona speciale che è passata dalla timidezza al palcoscenico mettendosi in gioco continuamente. Una storia che appartiene anche a me! E in realtà a tutti. Ve la regalo col gusto che solo i doni preziosi hanno.

Mappi, quando hai deciso di fare teatro?

La prima lezione l’ho fatta a 29 anni. Dieci anni dopo il primo desiderio di farlo.

Grandina!
In realtà a 19 anni che volessi fare teatro l’avevo ben chiaro in testa, ma mi dissi “Io?! Fare l’attrice? Non ci si fa!” perché ero timidissima e infatti mi iscrissi all’Università a Lettere per studiare Storia del Teatro pensando “Almeno il Teatro lo leggerò sui libri…”.

E poi che è successo?
E’ successo che a 29 anni il coraggio l’ho trovato! Ma ormai pensavo di essere vecchia! E mi vergognavo talmente tanto della mia età che mi sorprese sentire, dalla segretaria della scuola alla quale telefonai per chiedere se mi potevo iscrivere, che non c’erano problemi.
Io sapevo che l’età giusta per iniziare era 19-20 anni e infatti molte scuole a 26 anni chiudevano le iscrizioni…

E invece poi ne hai fatto un lavoro!
No percarità! A quell’epoca mai avrei immaginato che potesse diventare un lavoro: era solo un modo per vincere la mia timidezza. Anzi era un tentativo!

In che senso?
A Firenze in quegli anni c’era ancora la grande scuola di Orazio Costa, fondatore del Metodo Mimico, un importante metodo di formazione per attori.  Quello che se ne sapeva da profani fuori era che si veniva scaraventati su un palco a “fare cose”.  Tipo “Mi faccia l’acqua”, oppure “Salga su quel palco e faccia il vento”, “Diventi fango, signorina”.  Leggende metropolitane del teatro per atterrire i timidi.  Con successo, evidentemente. Alla prima lezione 10 anni dopo andai pensando “Se mi fanno fare il fuoco, io vado via!”. Ero terrorizzata. Ma abbastanza forte da girare i tacchi e andarmene!

E invece non te ne sei andata!
Tutt’altro! Il fuoco non me l’hanno fatto fare per fortuna, e io ho scoperto nel teatro la cosa che mi piaceva come niente altro che avevo mai fatto nella vita. Provavo una gioia e una felicità mai avute! Non dormivo la notte dalla felicità!

Ma a quell’epoca per campare cosa facevi?
Insegnavo italiano per stranieri e mi piaceva. Vivevo da sola, avevo la mia indipendenza, i miei soldi.
Però quando arrivò il teatro nulla reggeva al confronto: mi piaceva troppo di più!

Quindi cominci a studiare recitazione.
E regia! Alla fine mi diplomo in entrambi i corsi. Ma non mollo l’insegnamento agli stranieri. E allo stesso tempo continuavo a studiare di teatro (pedagogia teatrale, per esempio) fino a che il mio insegnante di allora mi chiese se mi andava di cominciare ad insegnare nella sua scuola.

Fu un bel riconoscimento!
Si, ma mi fece anche capire di non montarmi troppo la testa! Comunque affidò a me il primo anno propedeutico di accesso alla scuola e io cominciai ad insegnare ai principiati assoluti. Insegnavo teatro e insegnavo l’italiano agli stranieri.

Insegnante 24 ore su 24 quindi…
E iniziò il conflitto! Perché cominciai a guadagnare anche con il teatro, anche se era pochissimo. E mi cominciò a stuzzicare l’idea che, quindi, con il teatro si potesse vivere!
Intanto l’insegnamento per stranieri mi stava sempre più stretto…

Hai insegnato otto anni in questa scuola dove ti eri formata, e poi?
E poi io decisi di lasciare perché mi sentivo stretta anche li.
A quella scuola devo tanto della mia formazione, ma a un certo punto sentii che, oltre a fare l’insegnante di teatro, dovevo trovare una via per fare l’attrice, per mettermi alla prova, e lì non avevo spazio.

Va bè, avrai cercato altri contatti quindi…
Ma non sapevo come fare, da chi andare… Oltretutto come attrice pensavo di non valere niente.
Mi demoralizzai e smisi. Con grande dolore. Smisi per un anno. Avevo 41 anni.

E poi arrivano gli amici del cuore, che ci salvano sempre dal baratro…
Eh si (sorride con dolcezza…). Arrivarono gli amici di teatro (Marco Lombardi, Caterina Boschi e Aldo Innocenti, ndr) che volevano costituire una compagnia. Mi contattarono e mettemmo su uno spettacolo in un piccolo spazio appena nato, il Nexus Studio, piccolo ma pieno di energia.
Lo chiamavamo “Spettacolino”, per non darci troppa importanza…

E probabilmente una grande energia lo ebbe anche lo spettacolo…
Direi di si se un paio di persone che mi videro recitare andarono casualmente a riferire ad Alessandro Riccio che ero davvero brava!

Casualmente…E lui che disse?
E lui, che a Firenze conosceva tutti, disse che questa Maria Paola Sacchietti non l’aveva mai sentita… Ma mi chiamò per un provino!

WOW!
Eh aspetta…al provino lui mi fece “Non è che mi sei piaciuta tanto però hai una bella energia, il ruolo è piccino, proviamo…”
Solo che alla fine a quel ruolo piccino se ne aggiunse un altro, quasi senza battute, che era della “pazza”: piacque a tutti! Ancora oggi lui non si spiega come mai mi veniva tanto bene proprio il ruolo della pazza… (sarcastica).

E poi che succede?
Una cosa strana! Mi prende da una parte e mi dice che gli piacevo perché non ero ruffiana, ero indipendente, me la cavavo da sola e, che se avevo in mente progetti da sviluppare lui mi avrebbe dato una mano!

…adesso lo posso dire?! WOW!
In quel momento in effetti è scattata dentro di me la consapevolezza che qualche valore lo dovevo avere anche come attrice… E Alessandro non solo mi dette una classe di recitazione da seguire, ma mi chiamava in tutti gli spettacoli che faceva!

Mi sa che proprio schifo come attrice quindi non facevi!
In più con gli amici del cuore di cui sopra abbiamo fondato la compagnia “Giardini dell’Arte” che è diventato un progetto con cui giriamo l’Italia. Non c’è concorso in cui non ci riconoscono almeno un premio.

E neanche come insegnante facevi schifo!
Avevo la capacità di fidelizzare gli allievi. Ci sapevo fare. Avevo sempre più corsi da seguire… tanto che alla fine, a 42 anni mollo l’insegnamento con gli stranieri e prendo un’aspettativa di 6 mesi per vedere se potevo vivere di teatro.

Una bella scelta! La forza dove l’hai trovata?
Ero forte della mia autostima, che finalmente dopo tanto patire avevo trovato! Improvvisamente tutti volevano lavorare con me, avevo due corsi miei, riconoscevo di valere. Era un periodo buono.
E poi mi resi conto che adesso metà della mia giornata era assorbita dal lavoro con gli stranieri, e mollandolo mi davo l’opportunità di dedicare tutta la giornata al teatro e potevo fare lo scalino che mi mancava per migliorarmi come attrice.

La dedizione allo studio ce l’avevi…
Senza pratica e impegno, non ce la raccontiamo, anche Meryl Streep non sarebbe diventata quel che è! Figuriamoci io che non ero particolarmente talentuosa… E poi mi capita un’occasione d’oro!

E cioè?
Preparare uno spettacolo con Alessandro, io e lui da soli. Che regalo che mi fece! Potevo lavorare tutto il giorno con lui da sola, e imparare tanto, e poi avere una visibilità eccezionale. In quei sei mesi ho fatto l’attrice per davvero. Ed era per me una gioia incredibile.

Non senza rischi.
Io ero cosciente che stavo rischiando tutto. Siamo intorno al 2010, la crisi economica e il resto: chi aveva un lavoro non lo mollava. Ma è anche vero che avevo un buon rapporto con la Scuola di Italiano per Stranieri, e se proprio il teatro non avesse funzionato, potevo tornare indietro.

Il piano famigerato B!
Di tornare indietro però non c’è stato bisogno! Ho insegnato per nove anni.
Ho iniziato con 5 allievi e alla fine ne avevo 60.
A un certo punto il lavoro andava così bene che ho voluto rischiare di nuovo per fare un passo in più (tanto ormai mi ero abituata a rischiare): e ho deciso di aprire una scuola mia!

Ed eccoci al Cat 23. Perché una scuola tua?
Volevo decidere io della mia scuola: decidere gli orari, decidere se accettare o meno gli allievi, avere regole mie, volevo avere “potere” della mia vita professionale. Pare brutto dire così, ma sentivo che me lo dovevo. Volevo avere la prova che gli allievi mi seguivano perché volevano me come insegnante, non perché ero l’insegnante gentile e carina e basta.

Come nasce il Cat23?
L’agenza immobiliare mi chiama e mi dice che hanno trovato un posto che potrebbe fare al caso mio. Era sotto casa mia, nello stesso palazzo!

Un segno!
Io non credo al destino, ma forse dovrei ricredermi…

Con che soldi lo hai tirato su, se posso permettermi?
Con l’eredità di mio padre che io non avevo mai toccato per orgoglio. Mio padre era un pianista e non avrebbe voluto altro che io abbracciassi una carriera artistica. Ecco…mi è parso il modo giusto di usare quei soldi. Ma non dimentico neppure l’aiuto degli amici, fra cui Alessandro, che mi hanno portato divani, sedie, supporto e sostegno di ogni genere!

E se tu dovessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto ma pensa di essere vecchio?
Una volta la vita della gente era segnata e sicura. Ora è tutta incerta. Ed è proprio nella precarietà che si può trovare l’opportunità per buttarsi, se non ci lasciamo spaventare!
E lo vorrei dire anche ai giovani, che sembrano già spaventati prima di partire…
Mai dire Ormai!

Mappi, ho un’ultima domanda molto importante…ma alla fine il fuoco l’hai mai fatto?!
Ah se è per questo ho fatto anche la noce!
(risate collettive,ndr.)

Torna a MAI DIRE ORMAI!

FAME DI LIBERTA’

LUCA BETTINI
45 anni
Imprenditore
Martin Eden & Tornabuoni

Luca è un amico di vecchissima data. La sua storia la conosco a memoria, ma abbiamo fatto un patto “Raccontamela come se non ci conoscessimo!” E così, è stato bello scoprire una nuova storia: la sua. Vista da un’unica prospettiva: la sua. Vi presento dunque il racconto di un ragazzo che un giorno ha preso il mare. E ancora veleggia con lo stesso entusiasmo contagioso…e la paura del mare passa, mentre arriva la voglia di salpare anche a me!

Se dovessi dare un nome (e voglio darlo!) alla tua storia la intitolerei “Fame di Libertà”! Sei d’accordo?
Te lo sottoscrivo.

E se uno ha voglia di libertà tendenzialmente cerca di mettersi in proprio, non va certo a fare il dipendente…
Si, ma non è che mi sono svegliato una mattina e ho deciso di aprire una mia attività. Il pallino io l’ho sempre avuto, ma c’era della strada da fare! E non sapevo neppure in che settore mi sarei buttato! Ma non era rilevante: avrei potuto vendere bottoni o cappelli, sarebbe stato lo stesso: non era quello il punto.

Il punto era l’affermazione personale, mi pare di capire…Anche iscriverti all’ Università faceva parte della strada da fare?
A suo modo si! A dire il vero alle Superiori ho avuto un percorso “traballante”, e proprio per questo mi volevo mettere alla prova! Volevo dimostrarmi che ce la potevo fare a prendere un titolo di studio, anche se non mi sarebbe servito a fare l’avvocato (ho studiato Giurisprudenza).
E poi guardavo i grandi imprenditori degli anni Ottanta e vedevo che in molti avevano studiato, e io volevo fare come loro…

Berlusconi è laureato in Giurisprudenza in effetti, per dirne uno a caso…
E infatti poi mica ha fatto l’avvocato!  Io volevo arrivare in fondo, prendere quel titolo e usarlo per entrare nel mondo del lavoro, ma dalla porta che volevo io.

E così è andata!
Si perché quel pezzo di carta mi è servito per entrare in un’azienda.

Scelta a caso?
E’ stato il caso. O meglio, il destino. Cerco un’offerta di stage, faccio vari colloqui e alla fine ne faccio uno in un’azienda e mi rendo conto subito che è un’occasione che non devo perdere.  Era un’azienda vera, che esportava. Riesco ad entraci e cerco subito di imparare il più possibile. E di mettermi in luce.

Perché dici il destino?
Perché quell’ azienda si occupava di illuminazione di design, e questo ha segnato la mia storia. Se fosse stata un’azienda di scarpe, adesso probabilmente farei scarpe.
E poi perché, appena entrato, conobbi Marco, che era il responsabile commerciale e praticamente io ero il suo stagista. Dopo neanche cinque giorni eravamo già a parlare di fare qualcosa insieme in futuro… E oggi è la persona con cui ho fondato la mia seconda azienda!

Ma non salterei le tappe… Mi hai raccontato che questa persona alla fine fu mandata via e te prendesti il suo posto…
La vita è strana. Si, è andata così. A quel punto cercai di imparare il più possibile, anche se mi dispiaceva umanamente che lui fosse stato mandato via. Dopo quattro anni cominciai a pensare a come poter uscire dall’azienda.

Sapevi che non era un posto di lavoro per la vita, quindi
Lo sapevo da sempre: ero li per imparare. E la sera a casa lavoravo per il mio progetto insieme ad un ragazzo che avevo coinvolto e che si occupava della parte tecnica. E’ stato un periodo durissimo: facevo le due di notte a creare un’azienda dal niente, e la mattina andavo a lavorare per lo stipendio.

Tu ti occupavi della parte commerciale e lui di sviluppare il prodotto.
Ho aperto la partita IVA, abbiamo sviluppato il brand dal niente, e stavo avendo i primissimi risultati. A quel punto avrei dovuto avere il coraggio di staccarmi dall’azienda per cui lavoravo e aprire la mia. Ma il coraggio non l’ho trovato. E quello è stato il momento più brutto perché sapevo che, se non avessi trovato il coraggio, il progetto che avevo in mano era destinato a morire.

Perché non hai trovato il coraggio?
Perché farlo a 30 anni è una cosa, ma io avevo 42 anni, un mutuo e una bambina piccola.

E che è successo?
Che il destino mi ha aiutato un’altra volta! Se lo vogliamo chiamare destino… L’azienda scopre questo mio progetto, non era chiaramente felice, e “ci siamo separati”.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ed mi ero anche un po’ preparato all’evenienza: ma un conto è prepararsi, un conto è trovarsi senza lavoro dall’oggi al domani…

Come ti sentivi?
In mare aperto.  Ma la cosa strana è che dal momento che mi hanno detto “te da domani non hai più uno stipendio” invece che sentirmi terrorizzato, mi sentivo finalmente libero! E tutto ciò nonostante le preoccupazioni per la parte familiare…

Il resto della famiglia come l’ha presa?
Eh… erano tutti preparati perché sapevano che prima o poi l’avrei fatto, ma sono dovuto andare dai miei genitori e dai miei suoceri e sentirmi dire “Ora t’arrangi!” E giustamente.
Fuori dai denti pensavano fossi un un incosciente, forse un coglione.

Con il senno di poi, lo eri?
Con gli occhi di oggi forse sono stato un incosciente. Ma allora mi sentivo solo libero. Sulla carta, da dipendente avevo tutto quello che tanta gente desidera: stipendio, macchina aziendale, rimborso spese, viaggiavo per l’Europa, avevo una certa autonomia. Ma non ero libero.
Lavoravo per realizzare il progetto di qualcun’altro. E quindi non ero felice. Ora ero in mare aperto, la riva era lontana e anche l’approdo era incerto e non si vedeva…

Che periodo è stato quello degli inizi?
Pazzo! Ti racconto questa. Partii con una collaboratrice e decidemmo di farci il giro dei clienti in Europa per prendere contatti. Affittai una macchina e facemmo Firenze-Zurigo-Parigi-Bruxelles-Berlino-Varsavia-Praga-Monaco-Costa Azzurra-Firenze: 8000 Km in una settimana. Una spesa esorbitante e poco utile. Fu il viaggio della speranza!

Che difficoltà hai avuto in mare aperto, come dici te?
Mi sono scontrato con la realtà. Per quanto avessi pianificato tutto nei minimi dettagli, non era facile come pensavo. Non avevo calcolato le disponibilità economiche necessarie, il bisogno di investimenti, credevo di avere i contatti sufficienti, ho fatto un errore sul prodotto mettendo insieme illuminazione ed arredo senza specializzarmi… e ho buttato via un sacco di soldi.

Dove li hai trovati, i soldi da buttarci?
Li avevo messi da parte e in più avevo il TFR. Ma non bastava… E poi non è che sono arrivato io, che ero il più fico, e ho subito cominciato a vendere…(ironicamente, ndr) Era durissima. Fino a che non incontro di nuovo Marco proprio qui dove siamo ora (al Caffè Letterario delle Murate, ndr) e abbiamo ripreso il discorso di fare qualcosa insieme da dove lo avevamo lasciato 10 anni prima.

Incontri della vita! E in che situazione eravate in quel momento?
Io avevo fatto la mia azienda Martin Eden e mi ero scornato. Lui aveva avuto un percorso analogo.
Una cosa che ho imparato è che non si fa niente da soli! Insieme si mettono in campo risorse che da soli è impensabile avere. Lui aveva conoscenze che io non avevo, e io avevo conoscenze che lui non aveva. E siamo ripartiti insieme.

Che cosa avevate in comune te e Marco?
La fame! La voglia di rischiare! Quella accomuna tutti e due: mettersi in gioco, rischiare tutto. Anche lui lavorava da un’altra parte: ha detto “mollo tutto e vado con Luca!” Ha lasciato il certo per l’incerto! Ma voleva essere libero!
Ed è nata Tornabuoni, in omaggio a Firenze che è la mia città, e una Firenze di alto livello, qual’è il brand!

Martin Eden mi incuriosisce di più come nome. Chi è?
E’ un libro che mi ha sconvolto a 16 anni. Era la storia di un marinaio irrequieto e incompreso dalla società, che critica, e dalla quale viene ripagato con l’ammirazione.

Mi parla di qualcuno che conosco, che ha preso il mare per perdere l’irrequietezza…
Esatto. Luisa, mia moglie, mi dice sempre che dal giorno in cui io sono uscito dall’azienda sono un’altra persona, migliore spero intenda (ride, ndr). Se oggi mi immagino dentro l’azienda in cui lavoravo da dipendente, mi sento soffocare.
Oggi sono me stesso. Per 10 anni non lo sono stato.

Oggi come va?
Oggi mi alzo la mattina e mi diverto. Posso fare zero o cento, ma dipende da me.

Quindi il tuo motto è…?
“Non per il vil denaro ma per la libertà!” ….che poi il vil denaro, diciamocelo chiramente, è dura a farlo! Non raccontiamoci storielle! (risate collettive, ndr).

Torna a MAI DIRE ORMAI!

SULLA VIA DI SANTIAGO

PAOLA ANDREANI
37 anni
Educatrice e Fondatrice 
dell’asilo nido Piccole Orme-Firenze

Mi chiama un’ amica e mi dice “Ho una bella storia per te!” ed è così che ho conosciuto Paola. La rintraccio al telefono:”La mattina ho i bambini”, mi fa… Lì per lì penso ai suoi figli, invece intende i suoi bambini dell’asilo e il tutto mi appare avvolto da un’aura di dolcezza e tranquillità…Poi mi racconta la sua storia e invece mi colpisce da subito la fatica e l’impegno! Che sia tanto romantico cambiare vita, è un’illusione di quelli che credono nelle favole…ma la storia di Paola dimostra anche che, se le favole le desideri e ti impegni, si realizzano davvero!

Paola, tu sei stata folgorata quasi letteralmente sulla via di Damasco…
…nel mio caso di Santiago!

…De Compostela. L’ho fatta anch’io: è un’esperienza che può rivelarsi illuminante, in effetti. Che cosa ti ha spinto a partire?
Era un periodo particolare. Il mio fidanzato mi aveva lasciato ed il lavoro non mi piaceva più.

Non deve essere stato un bel momento… Che lavoro facevi?
Mi sono laureata in Giurisprudenza ed ho fatto il tipico percorso per diventare avvocato. Ho lavorato a Milano in un grande studio, poi ho fatto un concorso e sono rientrata in Toscana a lavorare nell’ufficio legale di una banca. Avevo prospettive di crescita, ma non entusiasmo: ero entrata in un meccanismo (o in un tunnel, dipende dalle opinioni) ed andavo avanti secondo copione…

Avevi 29 anni. E lavoravi già da qualche anno come avvocato! Un percorso sudato: mi pare tu sia stata molto brava…
Ho sempre avuto un gran senso del dovere. E tuttavia in quel momento entrai in tilt!
Dovevo fare le vacanze con lui e invece…allora decisi di partire da sola per fare questo viaggio a piedi.
Volevo ritrovare una mia dimensione per stare bene…

E sul Cammino incontri l’illuminazione…
Davvero un’illuminazione la mia! (sorride, ndr).
Incontrai una signora francese nel bel mezzo di un campo di girasoli! Questa immagine diventerà iconica per me!
Lei mi raccontò di aver stravolto la sua vita, e fu allora che vidi chiaramente che la cosa che mi sarebbe piaciuto fare più di tutto nella mia era lavorare con i bambini.

Un’idea campata in aria o avevi già avuto delle esperienze?
Io avevo fatto sempre volontariato con i bambini, sono stata anche in missione in Messico.
Pensai che questo era l’ambito in cui dovevo cercare la mia dimensione, anche lavorativa.
Fra l’altro ormai mi era chiaro che il mio lavoro me lo sentivo stretto…

E cosa facesti una volta tornata a casa?
Feci una chiacchierata con una signora che conoscevo che aveva un asilo nido e mi convinsi che la mia strada era davvero quella! Ma per lavorare con i bambini piccoli era necessario avere il Diploma Magistrale. E allora mi decisi a tornare sui banchi di scuola!

Oddio! L’idea di rifare le Superiori mi terrorizza ancora in sogno…
Figurati a me! Che facevo due lavori! La mattina lavoravo in banca, la sera andavo a scuola fino alle 22.00. Dormivo e mi svegliavo alle 6.00. Sabato compreso. Per un anno. E’ stato un incubo…

Accidenti, però sei stata resistente e determinata!
Devo dire la verità… durante le vacanze di Natale, ho mollato! Non ce la facevo più. Ero stanca, e fra l’altro intorno avevo solo gente che mi prendeva per pazza!

In che senso? Che ti dicevano per tirarti su di morale?
A parte mio fratello gemello che mi ha sempre sostenuto, tutto il resto della famiglia mi diceva “come fai a mollare tutto quello che normalmente gli altri vogliono?!” Intendendo un lavoro a tempo indeterminato, possibilità di carriera ecc…

Ma continuasti comunque. E riprendesti a studiare per prendere questo benedetto diploma…
Si, perché in quel mese di pausa avevo capito che in realtà io volevo davvero fare l’educatrice! E ce l’ho fatta! Ho preso il diploma! E lì è arrivato il vero momento dell’incertezza: “E ora che faccio? Mi son detta…”

Ma come!? Eri già a metà strada…
Eh, ma il dubbio era forte: dovevo mollare tutto quello che avevo costruito fino allora (la laurea, la gavetta da avvocato) per fare qualcosa che aveva un senso, oppure dovevo ammettere che era stata tutta una nuvola di fumo passeggera?
Nel dubbio decisi di prendere un anno di aspettativa. Per rispondere a questa domanda, prima andai un mese in Africa a lavorare in un orfanotrofio, e poi iniziai un tirocinio in un asilo nido…
Alla fine dell’anno presi la mia decisione finale e mi licenziai!
Avevo 31 anni.

E decidesti di aprire un asilo tuo!
In realtà ho cominciato a fare sostituzioni in vari asili fino a quando sono entrata in un asilo nido come socia comprando le quote di una persona che se ne stava andando.
Sono rimasta lì un anno e mezzo, mentre nel frattempo continuavo a formarmi.

E poi te ne sei andata? Perché?
L’asilo di cui ero diventata socia era una realtà già rodata, e avevo desiderio di creare qualcosa di mio.

Dove li hai trovati i soldi per aprirlo, se posso farmi gli affari tuoi?
Avevo la buonuscita che la banca mi aveva dato alla fine del rapporto di lavoro. E per aprire l’asilo tutto mio, oltre ad un aiuto da parte di mio babbo, ho chiesto anche un finanziamento.
E ho aperto un asilo domiciliare di 7 bambini.

Quale è stato il momento più difficile di tutta questa vicenda, Paola?
Trovare il coraggio di licenziarmi! E’ stato il momento della svolta.

E dove hai trovato la forza per farlo?
Nel desiderio di sentimi finalmente protagonista di una mia scelta che sentivo profondamente.
E poi, a dire il vero, in quel momento non avevo ancora una famiglia mia, quindi potevo mangiare pane e vino, e mi sarebbe andata bene lo stesso!

Pane e vino non è poi tanto male! (rido, ndr)
…se tu volessi dare un consiglio a qualcuno che ha un sogno nel cassetto, ma pensa di essere fuori tempo massimo, che cosa gli diresti?
A parte che troppo grandi non si è mai! Ma poi, se uno sente di avere nelle proprie corde altro da quello che sta facendo, che si butti! Ne guadagna proprio come persona! Ti cambia la vita. In ogni caso ne guadagni in serenità!

Se fosse andata male ti sei mai chiesta cosa avresti fatto?
Avrei dovuto trovare un’altra soluzione. Ma indietro non ci sarei tornata più! Di questo ero certa.
Tuttavia io avevo la sensazione netta che la cosa poteva funzionare! Me lo sentivo! Non so spiegartelo…

L’asilo come si chiama?
Piccole Orme. Lo volevo chiamare il Girasole perché l’illuminazione l’ho avuta nel campo di girasoli in Spagna…ma mi aveva già fregato il nome un’altra attività lì nei pressi!

Mannaggia! Sarebbe stato di buon auspicio!
E’ andata parecchio bene lo stesso! Di più non potevo davvero desiderare. 

Torna a MAI DIRE ORMAI!

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Oggi che sia l’8 Marzo non è l’argomento principale sulla bocca di nessuno.
E forse proprio per questo, non vogliamo perdere l’opportunità di parlarne.
Che questi tempi bui non ci facciano dimenticare le belle cose: le feste, i sorrisi, la vita che prosegue nonostante divieti e limitazioni, bollettini catastrofici e paura.

Lo dice anche il terzo comandamento! “Ricordati di santificare le feste”.
E se Dio si è scomodato di metterlo fra i primi tre, deve essere importante!

Ho fatto un gioco con alcune donne.
Ho chiesto loro di dirmi il motivo personale per cui per loro è bello essere nate donne (se così sentivano).
Mi hanno risposto a loro modo: chi scrivendo un vero articolo, chi due righe.

Festeggio quindi la vita che ci ha fatto donne.
Per me rappresenta una fortuna perchè ho avuto una mamma che mi ha sempre insegnato ad esserne fiera.

Invito tutte le donne che leggono a lasciare il loro personale motivo di orgoglio di essere donne nei commenti.

La foto  di Elisa Ricci di questa copertina riprende una donna davanti al Muro di Berlino.
Ci è sembrata utile a ricordarci tante cose, anche che la vita si festeggia anche di fronte ai momenti più bui.

Buon 8 Marzo a tutti, maschi e femmine.

SONO FELICE DI ESSERE DONNA PERCHE’…

…per l’attenzione in tutto quello che facciamo (sia pratico che relativo ai sentimenti) e per i vestiti! Veronica
 
…per la sensibilità che abbiamo in più rispetto agli uomini, e perchè abbiamo le tette: piccole o grandi sono comunque un accessorio armonioso del corpo femminile! Sonia
 

…perchè le donne sono portatrici di pace attraverso il dono del ragionamento, della comprensione e dell’accoglienza. Ma allo stesso tempo sono anche streghe, hanno dei poteri che superano i cinque sensi…Sulle tette  sarei d’accordo se ce le avessi! Letizia

…per certi sguardi che sono noi ci possiamo scambiare, anche con gli uomini ma solo grazie alla nostra malizia. Carlotta

…per una vicinanza al cuore di cui credo solo noi possiamo fare esperienza. Cloe

…per la libertà di indossare gonne e vestiti : in questo scemo paese è così, in altri lo possono fare anche gli uomini! Clara

…perchè riusciamo a fare 1000 cose contemporaneamente, che poi ci rende la vita parecchio complicata , molto più dell’altra metà dell’universo, per cui essere donna a volte è anche un pò una fatica. Federica

…perchè siamo un mondo completo fatto di opposti e contraddizioni, ma allo stesso tempo capaci di unione. Siamo forti, caparbie, generose e profonde,passionali e sensibili..forse ho fatto una lista troppo grande!! Siamo un universo esplosivo che fa rumore e arriva ovunque… Lucia

…e poi ci sono i tacchi alti, le guepiere di pizzo, lo smalto e il rossetto…e gli orgasmi simulati!! Silvia

FESTA DELLA DONNA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS OVVERO L’OPPORTUNITA’ DI UN CAMBIAMENTO SOCIALE ALL’INSEGNA DELLA SORELLANZA.
di Francesca Cerreto

 

Ho sempre sentito molto caro il tema dell’emancipazione femminile, fin da quando a diciassette anni, ho iniziato a capire quanto questo fosse solo un concetto astratto e non una condizione reale della donna.

In quel periodo vivevo in Molise dove mi ero trasferita da Firenze con la mia famiglia e frequentavo la quarta liceo quando decisi di prendere la patente.

Mi ricordo che all’epoca fui la prima delle mie amiche a conseguirla: volevo avere la possibilità di muovermi senza dipendere da nessuno… per andare dove? Ancora non lo avevo deciso, ma capivo che saper guidare la macchina era il primo passo per l’affermazione della mia autonomia.

Le mie amiche invece non lo ritenevano necessario, tanto potevano sempre contare su un genitore o un fidanzato “disponibili” ad accompagnarle ovunque avessero voluto. A me quest’idea non piaceva perché dava per scontato il protrarre una forma di controllo che cominciavo a sentire stretta.

Poi quando è arrivato il momento di iscrivermi all’università sono tornata a vivere a Firenze, ma una volta al mese tornavo in Molise, dove la mia famiglia continuava a vivere.

Ed è stato grazie a questo mio pendolarismo forzato che ho avuto l’opportunità di avere una visione sdoppiata della vita in generale e di quella della donna in particolare, così diverse in una regione rispetto all’altra. 

Nella facoltà di Economia che frequentavo a Firenze, le studentesse, fiorentine e non, condividevano confronti, scambi di idee, aperitivi e feste con i loro coetanei di sesso opposto, ma non appena tornavo giù la situazione si capovolgeva: le uscite avvenivano prevalentemente tra coppie e se disgraziatamente non ti fidanzavi, eri doppiamente sfortunata perché priva dell’amore ma soprattutto diminuivano drasticamente le occasioni sociali.

Un altro aspetto che mi colpiva era che per le mie coetanee molisane era normale dover rendere conto di ogni movimento al loro uomo e si stupivano quando raccontavo delle mie uscite fiorentine per andare ad un cineforum o a ballare con le mie amiche, nonostante anch’io fossi fidanzata.

La consuetudine prevedeva che una volta sposate perdessero ogni spazio per sé e venissero risucchiate dai mille impegni della casa e dei figli, ma soprattutto perdessero la libertà di continuare a vedere un’amica o il tempo per dedicarsi ad una passione, che non fosse cucinare e fare la pasta in casa.

Perché così avevano fatto le loro mamme, abituate a trattare mariti e figli maschi come dei principi che nulla dovevano fare in casa, relegando se stesse e le figlie femmine al ruolo di vestali della casa.

Ho sempre pensato che era impossibile essere felici di questa condizione, senza mai mettere in dubbio il mio modo di pensare. Ma forse mi sbagliavo allora come ora.

Comunque ho temuto di rimanere incastrata in questo meccanismo che avevo conosciuto vivendo in Molise ma che ho scoperto in seguito essere molto diffuso in altre regioni d’Italia, dove gli uomini organizzano il lavoro e la società scegliendo per conto delle donne ciò che è meglio per loro e dove le donne finiscono per guardarsi con rivalità, nemiche l’una con l’altra prima ancora di conoscersi.

Sono occorsi molti anni per scoprire un nuovo modo di vivere il mio essere donna singolarmente e con le altre donne.

E’ stato grazie alla “sorellanza”, quel sentimento profondo ed intenso che le donne riescono a creare quando sono insieme e smettono di guardare all’altra con invidia, quando smettono di criticarla perché è antipatica o troppo bella o troppo brava, e andando oltre le apparenze, scoprono di avere con lei molti più tratti in comuni di ciò che pensavano.

Ed è in questo cerchio al femminile che si sprigiona una meravigliosa armonia in cui le donne singolarmente e come gruppo riscoprono se stesse, il loro vero valore, il loro potenziale e la potente energia che generano quando agiscono all’unisono.

 E’ nell’alleanza con le altre donne, nella condivisione di emozioni, belle o dolorose, che ognuna di noi può trovare la sua emancipazione e il suo riscatto, è nel supporto reciproco che si diventa più forti come singoli e come collettività.

Ecco, il mio augurio per questo 8 marzo in tempo di Coronavirus è che la rinascita, sia individuale che collettiva, parta da noi donne, dalla forza che insieme siamo capaci di sprigionare per dare vita ad una nuova società più essenziale ma meno materialista, meno ricca, ma più accogliente, con meno botulino ma più sensibilità, in cui noi donne, unite, possiamo finalmente essere protagoniste, e non solo semplici comparse, di questo cambiamento sociale che necessariamente dovrà avvenire.

LA MIA PRIMA FESTA DELLA DONNA
di Chiara Belli

 
Negli anni la festa della donna è stata a volte una festa che ho vissuto con gioia, altre una completamente priva di significato, altre ancora qualcosa su cui fare polemica, anche accanendosi.
Oggi la vivo come tante altre feste: se qualcuno vuole regalarmi dei fiori ben venga, se non ne ricevo non sarà da questo che misurerò il mio (in questo caso) essere donna.
Oggi che qualcuno mi ci ha fatto pensare, ho scoperto che ricordo quando è stata la prima festa della donna in cui ho ricevuto una mimosa. E la ricordo per una ragione particolare. Ero stata sballottata da casa vecchia a casa nuova. Un po’ come i dieci figli di Cosimo de’ Medici ed Eleonora da Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, solo che io facevo da Rifredi a Campo di Marte. Quartiere più bello, più verde a detta dei miei, quartiere per cui avevo lasciato scuola, parrocchia e soprattutto gruppo scout, pensavo io. Vengo catapultata nella terza media di questo quartiere (finto)chic che mi fa sentire strana, più piccola, diversa insomma. E vengo messa in classe insieme con mio cugino, della mia stessa età, con il quale, all’inizio, non avevo grande rapporto. Forse, a dirla tutta, ci stavamo anche un po’ antipatici. Poi studiamo insieme, ci conosciamo meglio e in qualche modo ci aiutiamo: lui piace molto alle ragazze, io vado molto bene a scuola e all’improvviso essere il cugino della Belli o la cugina del Belli diventa un valore aggiunto. E, da settembre, le cose evolvono a tal punto che a marzo, per la festa della donna, ruba dall’albero della parrocchia vicina un po’ di mimosa e me la regala. È stato l’inizio di una bellissima amicizia, sincera, che mi ha confortato e riscaldato il cuore per molti anni.

Foto Elisa Ricci 

PSICOSI DA CORONAVIRUS

A Milano l’apocalisse, a quanto mi segnala un amico: strade vuote e attività chiuse.
Colpa del Coronavirus.

A Firenze vado a fare la spesa e trovo una marea di persone aggrappate a carrelli stracolmi di scatolame.
Come in tempo di guerra.

Accendo la TV e sembra davvero di essere in guerra. Contro un nemico invisibile. Vengo colta anche io dal panico e comincio a pensare realmente di rimandare il viaggio a Milano in treno che ho in programma…ed è fra un mese!

…che mi sta succedendo?

Affronto questo argomento lucidamente consapevole che potrebbe scatenare ilarità o fastidio, ma nella speranza che parlarne possa quantomeno tentare di affrontare il lato B di un tema che mi ha particolarmente colpito.

Il lato A non mi interessa: non mi interessa parlare di cosa è il Coronavirus e cosa dobbiamo fare per evitarlo.
Ne parlano già tutte le TV e i giornali: che ci dobbiamo lavare le mani spesso lo abbiamo capito!

Mi interessa parlare di cosa è la Psicosi da Coronavirus e dei suoi pericoli.
Perché è l’unica cosa su cui posso agire.

Non posso infatti decidere di evitare di prendere il virus (e morire).

Ma posso decidere se far entrare questa paura dentro la mia testa e vivere nella paralisi mentale e fisica che ne consegue.

Perché è questo che fa la paura: paralizza.
Smettiamo di pensare e cominciamo a comportarci in maniera irrazionale.
Lo step successivo è l’aggressione. E ci siamo già dentro con tutte le scarpe!

Dite di no?

Alcuni rapidi esempi…

-una cara amica mi dice che nella scuola della figlia la madre di origine cinese di una delle sue compagne di classe si è sentita in dovere di rassicurare tutti i genitori che sono mesi che, né lei né i suoi parenti, vanno in Cina, e che quindi possono stare tranquilli.
Aveva paura che la figlia fosse in qualche modo ghettizzata…

-è notizia di settimane fa: sembra che sia stata chiesta la quarantena per tutti i bambini cinesi in una scuola toscana (solo perché di cittadinanza o di origine cinese, non perché erano stati in Cina, ndr)..
Richiesta prontamente rifiutata dal preside perché fuori dalle regole. E dalla logica.

-starnutisco in autobus e mi sembra di essere guardata male….sarà anche questa psicosi o mi guardavano effettivamente male? Tutte e due le cose forse…

-arriva un pacco dalla Cina in ufficio, che accetto, e i colleghi commentano spaventati: un po’ per scherzo, un po’ sul serio… E questo nonostante sia stato chiarito che pacchi postali e lettere non possono veicolare il virus.

Tutti questi questi piccoli eventi mi hanno fatto venire in mente un manifesto che mi colpì molto durante una visita allo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Forse è la cosa che mi è rimasta più impressa di quello straordinario posto, che tutti dovrebbero visitare.

Era un manifesto, se non sbaglio, di poco antecedente all’emanazione delle leggi razziali.

Rappresentava una folla di ebrei disegnati come topi.

Il messaggio subliminale era chiaro: gli ebrei portano le malattie come i topi, e per questo vanno eliminati.

Suggestivo, geniale. Oltre che orrido.
Tutti abbiamo paura delle malattie.

Cerchiamo solo di non farci trasportare da questa umana paura.
Prendendo spunto dalle follie del passato, occupiamoci dei nostri pensieri, cerchiamo di controllarli, prima che loro controllino noi.

Credo che lo dobbiamo a noi stessi e alle persone con cui viviamo.

Perché ci sarà sempre chi sfrutterà le nostre paure per propri fini.
Le TV per fare notizia, non sempre per fare informazione.
I politici per far vedere quanto sono bravi a gestire i problemi, o per allontanare l’attenzione su altri problemi, che non sanno gestire.

E, a parte questo, nessun bambino deve andare a scuola con la paura di essere escluso.
O almeno, non per un motivo come questo!

Laviamoci le mani e recuperiamo la dignità che ci contraddistingue come esseri umani.

Per favore.


Chi è Movimento Sottile?

libro sulla libreria

UNA YURTA SULL’APPENNINO

Spesso succede che si faccia un viaggio perché si è letto un libro che ce lo ha ispirato.

Più raramente succede che si faccia un viaggio per incontrare un libro.

Questo Capodanno l’ho trascorso camminando su e giù per i monti Sibillini, per tre giorni.

Pensavo che fare la cosa che mi fa più bene all’anima fosse sufficiente per renderlo, se non memorabile, quantomeno piacevole.

Stare nella natura, conoscere persone nuove, mangiare e bere bene, passare la sera del 31 senza pretese, senza tacchi né aspettative, lontano dal divertimento obbligatorio, questo era il mio obiettivo.

Perfettamente raggiunto.

E invece ho incontrato una storia. Che ha reso memorabile questo piccolo viaggio e che mi ha tenuto incollata per un giorno sul divano. Incapace di fare altro che leggere.

Il libro lo ha scritto Marco Scolastici. Si intitola “Una yurta sull’Appennino”.

Finisco di leggerlo e mando un messaggio all’amica di sempre con cui ho condiviso questi tre giorni: “Questo libro è una benedizione”. Mi risponde “Poi me lo passi”. Non te lo passo, non credo di potermene distaccare. Bisogna lo tenga in casa, in bella vista, come un amuleto che stia lì a ricordarmi quanto è bello vivere.

Prima di arrivare alla partenza del trekking incontriamo una mandria di cinghiali, alcuni piccolissimi, le madri e i piccoli ci fanno inchiodare. Non è usuale vederne così tanti tutti insieme.

Dopo poco incontriamo altri animali di fronte ad una fattoria e una strana tenda da circo di fronte.

La storia invece l’ho incontrata appena scesa dalla macchina di fronte al Santuario di Macereto, un imponente convento deserto, come una cattedrale abbandonata.

Freddo polare sui Monti Sibillini. La guida del nostro gruppo di camminatori indomiti ci dice “L’avete vista quella tenda giù? E’ una yurta mongola ed è lì a testimoniare la resistenza di un pastore che ci ha vissuto dopo il terremoto che ha colpito queste terre, e che non ha mai abbandonato le sue bestie”.

Il terremoto. 2016. Tre anni fa ormai.

Amatrice sbriciolata, le immagini della chiesa di Castelluccio di Norcia crollata, il ricordo di un ragazzo delle mie parti che organizzava un furgone di provviste che portava personalmente a Norcia una volta al mese, il flashback di un personale terremoto che ha attraversato la mia vita all’epoca. Tre anni fa.

Rimugino camminando. Camminare però fa rimuginare in modo sano. Non è come stare in casa o davanti al pc, dove l’aria che mi entra nella testa è sempre la stessa. Camminando l’aria entra pulita, e i pensieri ne beneficiano: arrivano idee nuove e fresche, non le solite paranoie o vecchie storie.

Passiamo sopra Ussita. Ancora prefabbricati in fila come tombe al cimitero. Un paese nascosto. Chi lo sa che esiste? Un conto è L’Aquila che bene o male si sa dov’è…ma Ussita…400 abitanti…

Guardo un’altra amica (non quella del prestito che non avverrà) che dopo il terremoto dell’Aquila è stata un anno in città a prestare aiuto come volontaria: cucinava per tutti. Guarda tutto con saggezza: lei sa, ha vissuto con mano che vuol dire dormire in una tenda d’inverno, non l’ha solo vista in televisione come me…

Passiamo per le campagne incontrando tante case abbandonate. Anche nelle mie campagne ci sono case abbandonate. Da bambini entrarci era una prova di coraggio e ribellione all’autorità. Ma non sono così tanto diroccate… Penso che magari abbandonate lo erano anche prima, ma adesso che il terremoto le ha rase al suolo sono diventate un simbolo.
La yurta però forse di più.

La yurta…sarà il matto del paese questo Marco?

Che freddo che fa su questi monti, e in quell’inverno sfortunato ci fu una nevicata eccezionale perdipiù. Proprio vero che le disgrazie non vengono mai da sole.

Torno a casa e compro questo libro che mi chiama a sé.

Una storia davvero ben scritta. Che fortuna saper scrivere così bene, penso con invidia.

Mi ritrovo a piangere due o tre volte. E a ridere da sola: un’ironia sottile che a tratti mi sorprende. E pagina dopo pagina mi rendo conto che questa storia parla al mio cuore con una forza inaudita. Prima mi fa tremare e poi mi sbrana da dentro. Come il terremoto.

E’ un storia di resistenza, che parla di rinascere dalla polvere, resistere, sentirsi soli, bloccati, increduli, e poi cercare soluzioni alternative, creative, innovative, stupide, trovare risorse sepolte sotto la cenere, pozzi di speranza e futuro, sperare, non crederci più, andare avanti e poi vedere la luce e capire che tutto quello che siamo oggi è quello che è accaduto nella nostra vita. Soprattutto il terremoto.

Poi mi fermo. Parla di me, parla di ognuno di noi. Ecco perchè queste 104 pagine mi hanno tanto emozionato.

Ed ecco perché consiglio a tutti di leggerle.

Per iniziare l’anno con un’ iniezione di forza, energia, amore per la vita: qualunque cosa accada.

Anzi proprio perché accade il peggio, è allora che il peggio può diventare una benedizione.


Chi è Movimento Sottile?

sardine a firenze

BUON ANNO NUOVO DI DISCUSSIONI!

“Un anno nuovo sarebbe veramente tale se portasse la politica alla poesia e non la poesia alla politica. … Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un’idea di scuola e un’idea di sanità.
Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni….
La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo. …
Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. ….
Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio. Un anno nuovo è veramente tale se mettiamo a fuoco un nuovo modo di sentire e percepire.”

Franco Arminio “Divagazioni sull’ Anno Nuovo”.

Ho scoperto questo autore di recente.

Mi ha colpito intensamente questo estratto da una lunghissima poesia, che riporto sopra.

Io Franco Arminio non l’ho mai conosciuto, ma ho l’impressione che mi abbia letto nel cuore e nella testa quando ho pensato di fare questo blog.

Comunità che si formano per discutere ed esprimere le proprie idee ed emozioni sul mondo comune da accudire…E’ questo!

Non c’è augurio più grande che posso fare di cuore a noi tutti.

Buon Anno di discussioni!


Chi è Movimento Sottile?

Tommaso Sacchini

EVOLVING ACADEMY: SVILUPPARE LE PROPRIE QUALITA’ DORMIENTI

Uno dei progetti più interessanti che ho visto nascere quest’anno si chiama Evolving Academy.

Ed è un progetto che profuma di buono, di energia, di vitalità e coraggio.

Tommaso Sacchini, CEO e co-founder, l’ho conosciuto in uno dei mille progetti che ha.
Volevo capirci qualche cosa di questa Accademia e così gli ho fatto un’intervista vera con registratore, foglio e penna…Ecco, ho capito che, anche di quel poco che pensavo di aver capito, non ci avevo capito niente!

Mi riordino le idee…

Che cos’è Evolving Academy, Tommaso?

T: E’ il luogo dove avrei voluto essere cresciuto io da piccolo.
E’ il luogo dove si può migliorare noi stessi in tutti gli ambiti della nostra vita.
Ma attenzione! Non è un posto dove si va a cercare aiuto perché si sta male: per quello esistono professionisti qualificati.
Da noi arrivano persone che hanno raggiunto un proprio equilibrio, ma che sentono di voler migliorare la propria vita, che non si accontentano di lavorare e prendersi due settimane di ferie l’anno (che è sacrosanto e utile!) ma vogliono dare spazio a quella luce che c’è in ogni individuo e che è fatta di sogni e progetti da realizzare attraverso le proprie qualità dormienti. Qualità uniche e innate e che vogliono far emergere!

Ma è un luogo fisico?

T: Dico “luogo” intendendo luogo della mente, senza pareti nè muri, perché in Evolving Academy si imparano tecniche e pratiche da portare poi nella vita di tutti i giorni.
Sono tecniche che lavorano su mente, emozioni e corpo considerandoli non più come compartimenti divisi ma come un tutt’uno, e che hanno un effetto personale su ognuno. I risultati sono quindi differenti da persona a persona e non standardizzabili.

Come vi siete incontrati tu e Samuel Mazzini (co-founder dell’Academy, ndr) e come è nato il progetto?

T: Dopo una pratica di circa vent’anni di arti marziali “esterne”, ad un certo punto nel mio personale percorso di crescita ho cercato le arti marziali “interne”, quelle che gli orientali intendono rivolte all’utilizzo consapevole del QI (la nostra energia interiore). Finalmente, dopo varie ricerche, ho scoperto una nuova forma di Kung Fu, dove ci occupavamo, appunto, di coltivare il QI, e non solo di realizzare vuote “coreografie”, come avevo fatto fino ad allora. Questa ricerca mi ha portato in Thailandia dove ho conosciuto Sam, che stava facendo la mia stessa strada, anche se c’eravamo arrivati da percorsi diversi! Io ci ero arrivato lavorando sulla mente e le emozioni, attraverso il teatro e l’alchimia. Lui c’era arrivato attraverso il corpo. E ci siamo incontrati a metà strada! La cosa straordinaria è che abbiamo capito che avevamo lo stesso identico sogno nel cassetto, che oggi ha un nome e si chiama Evolving Academy!  E lo stiamo realizzando.

E che state anche guidando tramite i vostri insegnamenti…

T: Ci tengo a precisare che io sono il primo ad aver bisogno dell’Evolving Academy! Non mi sento “arrivato” anzi mi sento all’inizio di un percorso personale e voglio condividere e confrontarmi sulle tecniche che ho studiato tantissimo, che continuo a studiare e che mi stanno aiutando enormemente. Questo è l’approccio di base dell’Academy: ognuno porta il proprio sapere e impara dagli altri.

C’è una parola che dici spesso e che si trova anche nei tuoi video su YouTube. E’ alchimia. Mi piace tantissimo. Mi fa venire in mente alambicchi, fumo, cappelli da streghe e Harry Potter… ma temo non c’entri molto…

T: (scoppia a ridere) Dunque, facciamo chiarezza… Negli ultimi anni stanno andando “di moda” tutta una serie di pratiche di derivazione orientale volte al risveglio della coscienza interiore (la meditazione Vipassana, lo Yoga, il Reiki, i Bagni di Gong ecc…). Ci dimentichiamo tuttavia che anche in Occidente abbiamo una tradizione analoga che è stata silenziata dalla caccia alle streghe che il Cattolicesimo ha attuato durante il Medioevo. Tutte queste pratiche oggi le chiamiamo “esoteriche” ovvero “segrete” proprio perché lo sono dovute diventare per scampare all’Inquisizione ed arrivare ai giorni nostri. Gli alchimisti erano perseguitati per la loro attività. Ma l’Alchimia non è morta, anche grazie al fatto che i suoi studiosi comunicavano per simboli, proprio per non essere scoperti. Gli Alchimisti infatti parlavano di “trasformare il piombo in oro”, non intendendo in realtà i materiali fisici, quanto piuttosto quello che simboleggiavano. Oggi infatti sappiamo che Piombo e Oro sono simboli di forze opposte fra loro che abbiamo al nostro interno. Il Piombo è tutto ciò che siamo e non sappiamo di essere, emozioni e pensieri che leggiamo come spiacevoli, mentre l’Oro sono le stesse emozioni in forma di energia consapevole sotto il nostro controllo. E’ dunque possibile trasformare l’uno nell’altro in una mutazione che arricchisce e fa crescere il nostro mondo interiore. Per esempio, la solitudine può diventare indipendenza, la rabbia leadership. I nostri problemi, diversamente da quanto ci viene insegnato da sempre, non devono essere nascosti sotto il tappeto, ma portati alla luce per permettergli di mutare: proprio grazie a quello che ci fa soffrire possiamo realmente crescere, secondo la tradizione alchemica.

Tommaso ma quante ne sai! sei un vulcano!  Non solo Alchimia, Kung Fu…ma
sei un fumettista, un artista, un regista, e hai anche scritto un libro…Come
fai a conciliare tutto questo?

T: Male! Vorrei fare molto di più e molto meglio! Quando seguo un progetto raramente ne seguo solo uno per volta e questa per me non è una scelta ma un’esigenza per esprimermi, ricercare, comunicare, condividere, perché è il mezzo migliore che ho per imparare. E questo bagaglio lo porto tutto dentro l’Academy. Ma non solo io… Chiunque partecipa porta un contributo: chiunque può insegnare qualcosa.

Per finire, qual è un ricordo che ti porti nel cuore legato all’Evolving Academy che ti ha colpito e ti ha confermato che è la strada giusta?

T: Fra tanti altri c’è un evento che mi ha commosso particolarmente. Una persona, che abbiamo avuto in uno dei nostri workshop a Settembre, era stato scoraggiato fortemente e in ogni modo dal padre pittore a dipingere, e per questo era rimasto bloccato per 60 anni su questo desiderio mai realizzato. Rientrato a casa ci ha scritto raccontandoci di essersi iscritto all’Accademia di Belle Arti. Si tratta di una persona che aveva raggiunto tutte le tappe che si era prefissato nella vita, quindi di una persona che aveva raggiunto un proprio equilibrio personale! Ma c’è sempre qualcosa su cui possiamo lavorare, che ci può arricchire ulteriormente e far crescere, a qualsiasi età.

C’è qualcosa che vuoi dirci prima che ci salutiamo?

T: Che l’importante è portare le pratiche che proponiamo nella quotidianità, con disciplina si, ma anche con pazienza, fino a che non diventano delle nuove abitudini potenzianti. Questo è il segreto per farle funzionare!

Grazie Tommaso.
Credo che serva anche a me Evolving Academy…

T. Ti aspettiamo!


Per leggere di iniziative a cui ha partecipato Tommaso Sacchini:
UNA MOSTRA D’ARTE. UNA ESIBIZIONE DI DANZA E TEATRO. UN RACCONTO.

Chi è Movimento Sottile?

telefono in piscina

SENZA TELEFONO PER 12 ORE

Mi è capitato un dramma.
Ho lasciato il telefono a casa.
E sono rimasta senza per 12 ore.

Faccio un passo indietro: io non dimentico mai il telefono. Mai. Controllo di averlo in borsa prima di uscire. Sempre.

Ma ieri no.

E questo piccolo insignificante evento mi ha gettato vestita e di colpo nella vasca della gelida consapevolezza. Ne sono riemersa con un’auto-diagnosi.

Si chiama “Nomofobia” la mia malattia: la sindrome da difficoltà a staccarsi dallo smartphone…. Che tristezza. Eppure è così.

Ripercorro mentalmente i tre mostri che mi hanno aggredito non appena mi sono accorta averlo lasciato a casa:

  1. Panico: “e se succede qualcosa a qualcuno come fanno a rintracciarmi?”
  2. Follia: “torno indietro di 30 km e lo vado a prendere…”
  3. Disorientamento: “come cavolo faccio ad andare dove devo andare senza Google Map?!”

Ho cercato di calmare la Parte Pazza in me e mi sono venuti in mente altri eventi sospetti che accadono quotidianamente:

  1. Controllo Wattsapp in media ogni 15-20 min (forse anche più spesso, ma mi vergogno ad ammetterlo).
  2. Se ho un attimo di noia mi attacco al telefono come fosse una scatola di cioccolatini…
  3. Perdo una marea di tempo a leggere del gatto di Tizio, a guardare le foto di Caio che si sta facendo un selfie alle terme, a vedere i meme di Natale e avanti tutta!
  4. Non lo lascio sul comodino di notte solo perché qualcuno mi ha messo in testa che c’è il rischio di sviluppare un tumore al cervello, ma soffro terribilmente del distacco.

Mi consola sapere di non essere fra i casi più gravi.

Conosco chi si sveglia di notte per controllarlo, chi lo guarda come prima cosa al mattino, chi continua a chattare mentre è a pranzo con altra gente, chi chatta mentre guida…

E siamo in tanti! Talmente tanti che in Italia è nato il primo centro di disintossicazione da computer e smartphone.

Necessario in quanto le conseguenze da un uso smodato del cellulare sono parecchie e serie: problemi sociali, ansia, problemi alla postura e alla colonna vertebrale, tendinite, abbassamento della vista, artrite osteoarticolare, disturbi del sonno. Un bollettino di guerra.

Poi è arrivata la Parte Sana che è in me che mi ha sussurrato:

“E se fosse piacevole stare senza telefono 12 ore…”

Sperimentare cosa sarebbe successo senza l’arto artificiale che mi porto dietro, poteva essere quantomeno curioso: ed è diventato un esperimento.

Dai risultati sorprendenti!

Prima di tutto mi sono dovuta ripetere come un mantra:

“tua madre non morirà proprio stasera che non sei rintracciabile, sarebbe davvero uno scherzo del destino crudele. E poi in ogni caso, non ci potresti mica far nulla…” scoprendomi cinicamente lucida.

E anche saggia: “Non tornerai indietro a prenderlo, rischiando di morire in un incidente stradale per colpa del fatto che sei una malata di mente!”.

Infine, senza Google Map, sono tornata indietro di vent’ anni, e mi sono fermata a chiedere le indicazioni ad un tizio sconosciuto davanti ad un bar.

Lui mi ha guardato con sospetto quando gli ho chiesto come arrivare in quel tal posto, perchè non avevo il navigatore. E neanche il  telefono.

“Poverino, pure lui c’è dentro fino al collo!” ho pensato quando si è tranquillizzato probabilmente pensando che no, non volevo aggredirlo e rubargli il portafoglio (…o il l’ IPhone magari…).

E ho dovuto anche ascoltare per bene le indicazioni e farmele ripetere due volte, cosa che non faccio mai, perché non avevo altra risorsa che lui!

In seguito è stato davvero comico sentirmi dire “Ho fatto l’albero di Natale! Te lo faccio vedere… Ah no…non te lo posso far vedere, bisogna tu venga a casa mia se lo vuoi vedere perché non ho il telefono!”

Oppure “Quella  cosa si ce l’ho qui te la mando subito….Ah no non posso, perché non ho il telefono!”

E per finire mi sono dimenticata di non averlo con me, e principalmente mi sono messa a vivere.

Quando sono tornata a casa, l’ho trovato li, solo e abbandonato sul tavolo.

Non mi aspettava minimamente.

Ci sbircio dentro con terrore e circospezione.

Per accorgermi che c’era, nell’ordine :

  • una telefonata persa di mia madre (no, non era morta proprio quella sera)
  • un messaggio rilevante ma non urgente (a cui ho risposto comodamente dopo 12 ore evitando di fare, per una volta, la figura della maniaca che sta appiccicata al telefono)
  • e una settantina di messaggi in chat completamente inutili da cui, per 12 ore, mi sono disintossicata.

Quasi quasi non lo prendo neanche oggi!


 

Chi è Movimento Sottile?

UNA MOSTRA D’ARTE.UNA ESIBIZIONE DI DANZA E TEATRO.UN RACCONTO

Questa è la storia di come una mostra d’arte possa diventare un’occasione per sviluppare la creatività di coloro che vanno a vederla.
E un esperimento creativo.

Ed è anche il manifesto di cosa intendo per Movimento Sottile.

Tutto nasce da due artisti molto diversi che tuttavia decidono di fare una mostra insieme nell’estate del 2019: Nicole Zanardi e Tommaso Sacchini.

E da sei amici che, cogliendo la sfida, non solo decidono di dare il loro contributo in termini di tempo e risorse nell’organizzazione pratica, ma si mettono in gioco e si espongono ognuno come crede.

Intorno alle opere, c’è chi si è esibita in una performance di danza del ventre, insieme alla Scuola di danza di Alice Ruglioni, c’è chi ha letto un testo teatrale, c’è chi ha suonato dal vivo: i Confusion Social Club.

Al pubblico è stato chiesto di esprimere liberamente con la propria immaginazione cosa vedesse nelle opere esposte, tramite messaggi anonimi.

Ne sono uscite forme, colori, immagini, ricordi, una marea di vissuti interiori che i quadri hanno suscitato in chi li ha osservati.

Da questa foresta di parole, che mi sono ritrovata personalmente a scansionare, ne sono riemersa con un breve racconto sulla penna e nel cuore.

E’ nato dalla mia fantasia o dalle suggestioni del pubblico?

Ed il pubblico ha espresso solo il proprio vissuto emotivo o è stato suggestionato da musica, arte, danza e la bella cornice dell’Arno che scorreva placido di fianco a noi?

Interessante notare come nessuna risposta giusta sia giusta davvero. Tutto si è fuso insieme diventando esperienza. Ma non perdendo la propria individualità.

Io credo che l’espressione creativa che ne è derivata appartenga a tutti: a chi l’ha ispirata,a chi l’ha prodotta, a chi l’ha goduta.
E i ruoli sono intercambiabili.

Anche il mio racconto ne è un esempio: ispirato dai messaggi anonimi lasciati dai partecipanti alla serata, scritto da me e letto da chi ha voluto e vorrà.
Il racconto “Un Minuto” è stato presentato ad un concorso letterario ed è stato pubblicato in Racconti Toscani, edito da Historica edizioni insieme ad altri circa 160 racconti di autori toscani. Concorso a partecipazione gratuita fra l’altro: iniziativa meritevole.

…e l’esperimento non finisce qui: ma questa è la prossima puntata, e le puntate non si svelano prima!

Un fatto è certo.

Dal desiderio e dal coraggio di due artisti di esporre le proprie opere al giudizio di un pubblico, si è innescata una spirale di energia che ha portato altre persone a mettersi in gioco, che ha stuzzicato la creatività di molti, e che ha fatto riflettere chi vi ha partecipato.

Abbiamo ricevuto tanti attestati di affetto per questa serata, e ringraziamenti.
Che contano più di tutto.
Segno evidente che l’energia che si poteva respirare è stata un elemento condiviso. 

Mi sono chiesta perché non potesse diventare una pratica da ripetere.
Ed è per questo, infatti, che sono qui.

cartina della spagna

PERCHE’ SANTIAGO

Durante il Cammino di Santiago che ho fatto questa estate (e anche prima di partire) ho assillato tutte le persone conosciute con una domanda banale, in apparenza:

Tu che lo hai già fatto più di una volta, perchè continui a tornare tutte le estati a fare il Cammino di Santiago?”

Attenzione! Non ho chiesto “perchè sei venuto a farlo stavolta?” che francamente mi sembra una domanda un tantino intima… sapere che uno viene per dimenticare un amore, decidere fra due amori, trovare un amore, dimenticare un lutto, riflettere sul perchè il Pianeta sta morendo, fare attività fisica, espiare un peccato, accontentare la madre, trovare ispirazione per scrivere una canzone ecc ecc…mi sembra invadente, se non raccontato spontaneamente.

A me piuttosto interessava sapere che cosa spinge una persona a farlo due, tre, dieci volte!

Perchè assicuro che davvero c’è molta gente che torna più volte, su un nuovo percorso magari, ma sempre con destinazione Santiago de Compostela.

Alla domanda molti restano confusi, smarriti, disorientati.

La mia risposta l’ho trovata una sera in un ostello dove non volevo fermarmi, dove non volevo stare, il più sudicio fra quelli visti fino ad allora. Ma ero stanca. E mi sono fermata ugualmente.

Mi giro intorno e vedo facce gelide: una francese con cui cerco di fare amicizia mi sta antipatica dopo neanche 5 minuti mentre si volta a ridacchiare smodatamente con due suoi connazionali lì di fianco, un tedesco logorroico mi racconta tutto lo spirituale possibile mentre io voglio solo farmi una doccia, degli altri intorno ognuno sta per conto suo… tutti stanchi? Forse dovevo andare altrove. E invece mi tocca stare lì perchè le mie gambe non ce la fanno davvero più. Dai, mi dico, ci devi solo dormire una notte…

La serata finirà con un cerchio di chiacchiere fra estranei e diventerà la più significativa fra tutti i miei ricordi di questa esperienza straordinaria.

Siamo tutti stanchi, tutti malamente vestiti, con età varie, lavori diversissimi a casa, atteggiamenti diversi, paesi di provenienza diversi, lingue diverse, livelli sociali e culturali diversi.

A cercare di comunicare tramite la voglia di scoprire interessi comuni, ad insegnarci le lingue reciproche trovando assonanze stupide, a cantare canzoni di cantanti famosissimi negli altri paesi quanto ignoti nel proprio, a condividere metodi ancestrali per guarire vesciche e dolori muscolari.

E piano piano succede qualcosa

La francese antipatica (solo perchè francese, nella più ricorrente delle antipatie italiche di matrice storico-calcistica) mi diventa simpatica, il ragazzo pieno di piercing (di cui ho immaginato una vita da artista di strada o da tossico) si scopre che è infermiere in un reparto ginecologico, un altro ragazzo (che ho immaginato essere un seminarista) si scopre che è un rapper spagnolo apparso anche in televisione, e Beatrix, che parte tutte le mattine alle 5.00 da sola, non racconta nulla di sè ma ha gli occhi profondi e ascolta tutti con grande attenzione.

Poi arrivo io che faccio la mia solita domanda intrusiva:”E te perchè torni tutti gli anni a fare il Cammino di Santiago?”.

Stavolta l’interlocutore mi guarda tranquillo. E risponde di getto.

” Per il senso di comunità che si vive”.

Ike, 25 anni, tedesco, l’ infermiere con tanti piercing che fa nascere i bambini, mi dà la risposta che cercavo. La domanda non avrà più senso di essere rivolta a nessun’ altro, infatti poi ho smesso di farla. Con buona pace di tutti.

Per una che ha fatto un blog con la speranza di creare un luogo di condivisione su tutto, dove chiunque può dire la sua, questa non può che essere l’unica risposta che parla al suo cuore. E infatti mi parla!

Con le persone di quella sera ci ritroviamo insieme a colazione. Stavolta sono sguardi dolci sugli occhi di tutti, due battute sulla pioggia che viene giù incessante e non ci fa partire, scambi di sorrisi, abbracci, supporto reciproco nel trovare questa o quella informazione, molta voglia di partire ma nessuna di lasciarsi, sentirsi parte tutti di qualcosa che l’esperienza del camminare verso una stessa mèta ha fatto riscoprire.

Essere una Comunità.

Sulla parete di questo, che oggi mi sembra il più bel posto del mondo, campeggia la cartina della Penisola Iberica che riporto in questa pagina: piena di scritte di tutti quelli che ci sono passati.

Un’intera parete di connessioni umane!

Arrivo a Santiago qualche giorno dopo e la prima persona che incontro è Ike: vederlo mi ricorda il senso di questa esperienza.

Siamo tutti parte di un unico mondo.

E’ questa la vera Comunità che raggruppa tutti gli esseri umani, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o meno. Qui dobbiamo stare tutti: in questo stesso ostello cadente che a volte sembra meraviglioso.

Non basterebbe questo piccolo pensiero ad abbattere barriere e pregiudizi e finalmente cominciare tutti a camminare verso una stessa mèta?

Sarò un’utopista, ma a me sembra così facile…

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Per altri articoli su trekking e cammini leggi anche:
Foto per Ricordare e Sul Viaggiare “nel mezzo”

Chi è Movimento Sottile?

oggetti in valigia

FOTO PER RICORDARE

Sto partendo per un viaggio che si chiama Cammino di Santiago.
Lo fanno in tanti partendo da tanti posti.
Prima di partire un caro amico fotografo mi suggerisce di fare una foto degli oggetti che mi porterò.

Io parto da Porto e spero di arrivare a Santiago de Compostela in dieci giorni. A piedi…se me lo consentiranno. E parto da sola.

Gli chiedo il motivo.

Mi risponde: “Per ricordarti.”

Ricordarmi di cosa?

Ricordarmi di come sono oggi che parto e di cosa mi porto dietro… mi rispondo da sola.

Allora oltre agli oggetti voglio fare una lista delle altre cose che mi porterò, prima di partire:

  • un po’ di coraggio (quanto basta per fare un esperienza qualsiasi da sola)
  • un bel po’ di paura (quanto basta per il fatto di fare questa esperienza da sola)
  • un bel po’ di emozione (quanto basta per trovare la spinta a farlo)
  • un po’ di curiosità (come carburante per alimentare l’emozione)
  • tanti amici che mi stanno vicini con consigli e con frasi tipo “chiama se hai bisogno!” : temo abbiano paura che mi cacci nei guai!
  • mia madre (che ha la sua bella certa età) che mi dice “lo farei anche io!” con la vitalità che la contraddistingue.

E poi penso a tutte le volte che ho affrontato un piccolo o grande viaggio, o un piccolo o grande cambiamento.

Passato il guado di solito guardo dove sono arrivata, e cosa ho o sono oggi. Alla fine sembra sia importante solo l’obiettivo…

Difficilmente mi volto a guardare da dove sono partita e cosa avevo o ero ieri.

E allora grazie al mio amico che mi ha dato questa idea!

Se facessimo un foto della nostra situazione oggi , prima di partire, e la rivedessimo fra un anno, ci accorgeremmo tutti della enorme strada che abbiamo fatto: persone conosciute, esperienze, eventi accaduti..una marea di vita che scorre e che solo le fotografie riescono a bloccare.

Bloccarle nella memoria, essere presenti a se stessi è l’unica maniera che abbiamo di vederci crescere: di giorno in giorno. Non solo di anno in anno.

Non credo cambierà molto in me fra 10 giorni.

Ma di sicuro i miei piedi se ne accorgeranno!

Mi terrò informata. 🙂

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Per altri articoli si trekking e cammini leggi anche:
Perchè Santiago e Sul viaggiare “nel mezzo”

Chi è Movimento Sottile?

arte e quadri all'aperto

L’ARTE DEVE ESSERE INTELLETTUALE?

Marina Abramovich si è chiesta se l’arte dovesse essere bella.

Era una domanda provocatoria chiaramente: in una nota performance, spazzolandosi con acredine i suoi bellissimi capelli neri, voleva far riflettere sulla costrizione imposta all’artista di produrre qualcosa di esteticamente piacevole perchè la sua arte sia vendibile (…e soprattutto appendibile in salotto).

In seguito ad un concerto di musica classica a cui ho assistito (e di musica classica specifico che io non ne so nulla), mi è saltata alla mente un’altra provocazione…chissà se Marina apprezzerebbe…

L’arte deve essere intellettuale?

Chi va a un concerto di musica classica, ad una esposizione di arte contemporanea, uno spettacolo teatrale d’”avanguardia“, a una qualsiasi cosa che non abbia a che fare con lo spettacolo “di massa”, la sensazione è che “sicuramente la sappia apprezzare”, e quindi ne debba sapere…che senza conoscenza insomma non la si possa capire.

Visto che la conoscenza di norma è di pochi, la conseguenza sembra essere lampante.

L’arte è elitaria?  Per pochi esperti? Studiosi, appassionati?

Eppure, per dirne una, il teatro nacque per aggregazione popolare, nelle piazze e nelle strade prima che in luoghi chiusi.

Il teatro era per la gente, per tutti. Ed era il popolo che era chiamato a giudicarlo, non il contrario.

Al tempo della nascita della commedia dell’arte (XVI sec.) non credo ci si chiedesse se la gente potesse capirla.

Forse ci si chiedeva se la gente potesse “sentirla”.

Io credo che sia una logica valida oggi come allora.

Valida per il mostro sacro come per l’artista di strada.

Chi si espone al pubblico è dal pubblico che è valutato.

Forse chi si arroga il vanto di produrre arte “da apprezzare” dovrebbe tornare “sulla strada” a farsi ascoltare dal passante qualunque: quello che ti applaude se sei bravo, e passa oltre se non gli piaci, crudelmente e brutalmente.

E l’essere bravo o no dipende, a mio avviso, dall’intensità dell’emozione che hai suscitato, dal piacere che hai provocato, dal dolore che hai tirato fuori, tutta roba che viene dalla pancia.

Che non si legge sui libri o in riviste specializzate.

L’intensità di quel quartetto d’archi mi è arrivata tutta.

Il concerto a cui ho assistito era gratuito. 

Mi piacerebbe che molta più arte fosse gratuitamente fruibile, per consentire a chiunque di avvicinarsi e di sentirla, di giudicarla, di appassionarsi, ed infine di diventare con il tempo davvero esperto magari, ma non per farsene un vanto che esclude altri dalla cerchia del sapere, quanto piuttosto per stimolare gli artisti a sperimentare, crescere e creare qualcos’altro di vivo.

E così crescerebbe una società migliore, che stimola la creazione del bello intorno a sé, che stimola il confronto, che dà da pensare. A tutti.

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Chi è Movimento Sottile?

escursionisti nel bosco

SUL VIAGGIARE “NEL MEZZO”

Esiste un cammino che unisce Bologna a Firenze, da fare a piedi o, per gli amanti, in bicicletta. Si chiama Via degli Dei.

Parte da Piazza Maggiore a Bologna e arriva in Piazza della Signoria a Firenze percorrendo circa 130 km di boschi, crinali, campagne e…alberi. Tanti alberi.

Tanta gente lungo la strada.

Tanta aria, libertà, sorrisi, e molta gentilezza da parte di chi si incontra.

Tanta fatica, male ai piedi, vesciche e muscoli che si stirano.

Mi sono chiesta se abbia senso, in un’era di Frecciarossa che ci impiegano 40 minuti per fare il percorso, decidere di impiegarcene 5. Di giorni.

E la domanda ha un senso da quando ho scoperto di non essere la sola pazza ad aver tentato questa “impresa”, ma anzi di essere una dei tanti.

Di gente ne ho conosciuta veramente molta lungo i sentieri, ed a sentir parlare gli albergatori della zona, quello della Via degli Dei è davvero un boom in crescita.

La mia personale risposta sta tutta dentro la parola Viaggio.

Scomodo la Treccani per imparare che Viaggio deriva dal termine Viaticus ,che significa “ciò che riguarda la via”.

Da cui ne faccio derivare legittimamente che il viaggio riguarda quel che c’è nel mezzo.

Non quindi il punto di partenza né quello di arrivo, ma quello che si trova lungo la via. Paradigma della vita.

Mi rendo conto allora di aver fatto centinaia di volte la stessa tratta con la neve e sotto 40 gradi, in treno e in macchina, forse una volta anche in autobus.

Ma mai mi è rimasto in mente quello che ho trovato lungo la via. Fatta eccezione per gli Autogrill tutti uguali, utili ma velocemente dimenticabili.

Stavolta è la prima volta che ho fatto un “viaggio” su questa tratta.

E che ho visto quello che c’è “lungo la via” , e cioè che:

  • il Passo della Futa segna la demarcazione fra dialetto emiliano e toscano
  • che in mezzo all’Appennino tosco-emiliano c’è gente che tira avanti per merito dei viandanti che passano e si fermano magari nelle loro pensioni, e che se non ci fossero gli escursionisti della Via degli Dei chiuderebbero bottega, non potendo contare su clientele alternative.
  • che ci sono posti molto belli che dall’autostrada non si possono apprezzare, ed a tratti sembra di essere in Trentino.
  • che di là della stazione di servizio di Roncobilaccio (che nella mia esperienza esiste solo per merito della vecchia autostrada, soppiantata attualmente dalla nuova direttissima) scavalcando un cancello ci si ritrova in un paesino che si chiama Castiglione dei Pepoli, dove ho mangiato delle tagliatelle stellari.
  • che a un certo punto mi sono ritrovata in Toscana senza capire come in 20 km si potesse veder cambiare così caparbiamente accento, stile di vita, atteggiamento e cibo.

E che queste montagne, abbandonate e bellissime, sono li, ma solo per chi le vuole incontrare.

Arrivata a casa, svenendo sul divano, mi sono accorta che solo il viaggiare “nel mezzo” mi ha permesso di scoprire il punto di partenza e il punto di arrivo.

A Bologna ci ho vissuto qualche anno, a Firenze ci vivo da molto più tempo, eppure è come se le avessi conosciute solo adesso. Passando nel mezzo.

Passare nel mezzo alle cose dunque offre tutta un’altra prospettiva?

Alla fine per me quelle due meravigliose piazze di arrivo e partenza sono solo punti di contatto di un’esperienza che le trascende e le nobilita.

Dovrei farlo anche quando parto da casa per andare in ufficio, di viaggiare nel mezzo intendo: chissà la marea di cose che mi impedisco di apprezzare nella fretta di partire e di arrivare…da posti e in posti già noti alla fine.

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Per altri articoli sul trekking e i cammini leggi anche:
Perchè Santiago e Foto per ricordare

Chi è Movimento Sottile?

casa appesa ad albero

DIRITTI FRUSTRATI E LISTE DELLA SPESA

Le notizie sul DDL Pillon e altre leggi collegate, il World Congress of Families (quelle “normali”) e le chiacchiere che sento al bar su adozioni gay e fecondazione eterologa, mi fanno fare la seguente spinosa lista della spesa:

due donne che si amano e vogliono adottare un bambino: in Italia non lo possono fare.

due uomini che sia amano e vogliono adottare un bambino: in Italia non lo possono fare.

una donna da sola che si ama e vorrebbe adottare un bambino: in Italia non lo può fare.

un uomo da solo che si ama e vorrebbe adottare un bambino: in Italia non lo può fare.

In tutti questi casi il bambino resta in un istituto. In pratica cresce da solo.

Ma c’è anche questa lista, altrettanto spinosa, forse di più:

due donne che si amano e vogliono avere un bambino: in Italia non lo possono avere.

due uomini che si amano e vogliono avere un bambino: in Italia non lo possono avere.

una donna da sola che si ama e vorrebbe avere un bambino: in Italia non lo può avere.

un uomo da solo che si ama e vorrebbe avere un bambino: in Italia non lo può avere.

un uomo e una donna che si amano e vorrebbero avere un bambino ma non naturalmente: in Italia in molti non lo possono avere.

In tutti questi casi il bambino è un desiderio. Frustrato.

Totale: molti bambini che crescono da soli e molta gente frustrata.

Ognuno fa le sue scelte nella vita, ognuno ha la sua identità, sessuale e non, ma lasciamo stare.

Il punto è che la classe politica ignora i desideri di parte di coloro che rappresenta. Nonostante adozioni gay e fecondazione eterologa siano ormai temi caldi .. all’ordine del giorno in tutti i paesi democratici.

E tutto a svantaggio dei bambini.

Ora, mi pare che il guadagno francamente sia zero per tutti.

Un’altra suggestione mi viene incontro tramite un’amica che mi racconta che nella scuola della figlia ci sono “quelli nati con la FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione, ndr)”.

Mi fa ridere! Quando andavo a scuola io c’erano quelli “con i genitori divorziati”.

Tristemente faceva notizia che un bambino non abitasse sotto lo stesso tetto con entrambi i genitori, era una macchia nel loro CV. 

Oggi la macchia è determinata dal come sei nato?

Cambiano i tempi.

Quello che è uguale oggi come ieri è che si tratta di pregiudizi su diritti da poco acquisiti.

E siccome tutto passa, come è passato il pregiudizio sul divorzio, passerà anche quello su come sei nato e su chi sono i tuoi genitori.

E magari un giorno i bambini potranno essere accettati perché sono bambini e basta: nati come sono nati, coi genitori che hanno, con il corredo cromosomico di chi glielo ha dato. 

E amati, magari.

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Chi è Movimento Sottile?

incendio notre dame de paris

CERTEZZE CHE CROLLANO

Ci sono eventi che ci ricordano che le nostre certezze possono crollare.
Infatti crollano.
E ci sentiamo colti da un senso di insicurezza feroce.

E non è neanche la prima volta.

Oggi Notre Dame. Ieri le torri gemelle.

Ha senso fare un parallelismo? Al di là di questa banalità…

Chiunque vede una cattedrale, il David di Michelangelo, il Duomo di Milano, o anche la Torre di Pisa (che certo non ha mai sbandierato grandi certezze sulla propria stabilità) non sta a pensare che potrebbe cadere da un momento all’altro.
Sono lì dove sono da secoli. Che debbano cadere proprio adesso, è quasi impensabile.

Eppure un giorno accade.

Accade per errore umano, per cattiveria umana, per guerre, per incuria….di fatto accade.

E la sensazione che ho avuto tutte le volte che è successo, mi riporta a qualcosa di molto intimo: l’insicurezza nelle nostre vite.

E’ l’idea che, come possa cambiare tutto fuori, nelle strade, nelle città, così da un giorno all’altro, questo possa capitare anche dentro una singola vita.

Mi colpisce un amico che su Facebook chiede stamattina “Ma davvero state piangendo per una cattedrale?” E la sua stoccata provocatoria (che chiaramente vuol far riflettere sul valore di alcune migliaia di pietre rispetto alle migliaia di vite umane che muoiono ogni istante….molto lecito) mi fa pensare oltre.

Il punto non è (solamente) il dolore per una bellezza che verosimilmente nessuno dei migliori architetti e ingegneri sarà mai in grado di riprodurre.

E anche se fosse in grado, più che di restauro, si tratterebbe forse di una riproduzione.

Secondo me si piange per altro, per qualcosa di più viscerale.

Il punto è che, se non si può fare più affidamento su una cosa così stabile, quante altre cose instabili ci sono nella nostra vita che sembrano invece perfettamente fisse? E se cadessero?

Gli psicologi con queste cose ci vanno a nozze con l’insicurezza.

Io non sono uno psicologo, ma mi viene da riflettere sull’attaccamento alle nostre certezze.

E se vivessimo meglio senza di esse?

Ok, voglio il Perseo di Benvenuto Cellini vicino casa, lo voglio. L’ho sempre visto da quando abito nella mia città, mi piace da morire, e lo voglio ancora per secoli, voglio che resti anche dopo di me. Ma se lo spostassero in un museo o crollasse incenerito da un botto di capodanno, dopo giorni, mesi di dispiacere, piano piano me ne farei una ragione.

Potrei farmi , invece, una ragione della mia casa che va in fumo, dell’insicurezza dei miei risparmi che potrebbero scomparire nel nulla, della morte delle persone che amo?

Ecco che ha un senso piangere la caduta di un tetto.

Perché è un simbolo. Di molto altro.

E allora non avrebbe forse senso non avere né una casa, né risparmi, né persone care da piangere, che poi quando si frantumano lasciano dentro un cratere di tribolazioni?

Non sarebbe meglio essere preventivamente anestetizzati dal dolore tramite l’abitudine all’assenza?

Si può vivere senza casa e senza soldi, no? Mica tutti gli accattoni muoiono di fame!

Si può vivere senza amore, no? C’è gente che basta a sè stessa!

E si può vivere anche in un ghetto industriale senza arte e storia, accanto a un centro commerciale sotto un cartone vista discarica…

Ma si vive male. Perché credo siano pochi quelli che l’hanno scelto liberamente di vivere per strada… il che è lecito.

Si vive male senza quello che ci fa sentire sicuri.

Ecco perché si vive male a pensare che il tetto di una cattedrale è caduto.

Non è solo una cattedrale. E’ il simbolo di un universo personale che potrebbe crollare.

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