Il posto di chi sogna un mondo comune

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TAVOLE ROCK

Il primo incontro risale a circa ventisette anni fa: per me era una leggenda. Il viaggio a Boston mi  diede la possibilità di varcare quelle porte che in Italia non esistevano ancora.  

Tutto mi fece sentire al centro del mondo e, al contempo, a casa. Le luci, i cimeli, i piatti, la facciata  con l’auto conficcata nel muro, simbolo di esaltante pazzia, decretò il mio amore che mi fece  rincorrere quell’atmosfera in vari angoli del mondo: Parigi, Londra, Berlino, Barcellona, Ama Bay,  Nizza, fino a perdere il conto, tenuto solo dalle t – shirt acquistate. 

Un momento indimenticabile fu l’inaugurazione del nuovo locale nella mia città Firenze, nel giugno  del 2011. Erano stati utilizzati i locali del cinema teatro Gambrinus, chiuso da anni, famoso anche  per le sue sale da biliardo (ricordate il film “Io, Chiara e lo Scuro“?). Chi si occupò della  ristrutturazione ha avuto l’indiscusso merito di salvare la precedente struttura e adattarla alle nuove  esigenze con stile. 

Mi manca sedermi a quei tavoli nella grande sala davanti al vecchio palcoscenico occupato da un  magnifico trono, con il alto la scritta Love all, serve all, mi manca la musica forte e l’indovinare  titoli e cantanti a occhi chiusi. Mi manca indugiare al bancone insieme a gente di tutto il mondo e  pensare di poter essere ovunque, senza spostarmi dal mio centro. 

Mi manca, prima di congedarmi, poter sostare qualche minuto sotto la chitarra di David Bowie  messa all’ingresso, per ricordare a tutti i viaggiatori che il rock può essere magico ed eterno. La  cucina anche.

E SE IL 2020 MI AVESSE FATTO BENE?

L’arrivo del nuovo anno, più che in passato, è stato vissuto da tutti noi come un vero e proprio “bomba libera tutti!”, in parte perché come vuole la tradizione lo scoccare del 31 dicembre porta con sé un vento di rinnovamento. Ma in quest’ultimo periodo in particolare in cui ci siamo sentiti schiacciati dagli innumerevoli divieti volti a cercare di contenere la diffusione del virus, il desiderio di novità ed aria fresca è stato ancora più forte.

Anche i media hanno contribuito ad enfatizzare il momento di passaggio verso il nuovo anno visto come portatore di “salvezza” e rinascita, in netta contrapposizione quindi a quello terribile appena finito, iniziando a parlarci già a novembre dell’arrivo del vaccino in Italia previsto per il 27 di dicembre, un vero e proprio dono di Natale.

Non entrerò nel merito di ciò che penso del vaccino. Preferisco piuttosto concentrarmi su ciò che questi mesi di pandemia hanno significato per me come penso per molte persone.

Abbiamo cominciato a marzo a cambiare le nostre abitudini.

Da un momento all’altro sono scomparse libertà basiche come uscire di casa, abbracciarsi, incontrare gli amici o andare a passeggiare, cose che davamo per scontato e che mai ci saremmo immaginati potessero sparire improvvisamente e per giunta senza sapere fino a quando. 

Quindi abbiamo dovuto smettere di programmare la nostra vita e abbiamo iniziato a vivere alla giornata, perdendo la facoltà che più ci spinge ad andare avanti: la possibilità di progettare, di sognare ciò che faremo tra un mese, sei, o un anno. Abbiamo perso la certezza della mèta che è ciò che ci dà la spinta quotidiana ad andare avanti.

Ci siamo chiusi in casa per due mesi, molti senza poter lavorare, altri lavorando in smart-working, ma tutti alle prese con il reinventarsi una nuova vita, con molto più tempo da trascorrere tra le mura domestiche, in compagnia di se stessi, del partner, di un amico o della propria famiglia, alla ricerca di nuovi interessi per far passare il tempo.

E così ci siamo scoperti pizzaioli, pasticceri, scrittori, pittori, restauratori, falegnami e questa grande quantità di tempo disponibile ci ha permesso per la prima volta di poterci dedicare seriamente a passioni che pre-esistevano in noi in maniera più o meno latente.

Poi non appena hanno aperto leggermente i recinti, permettendoci di svolgere attività all’aperto vicino a casa, ci siamo scoperti tutti camminatori, runner, ciclisti, insomma sportivi dell’ultim’ora, con tutina aderente nera, fascia intorno alla testa per raccogliere il sudore e al braccio il contakilometri.

Nel frattempo ci hanno permesso di tornare a lavorare in ufficio, anche se con delle modalità completamente nuove: metà delle persone “costrette” a fare lo smart-working mai praticato fino a quel momento, l’altra metà in presenza in uffici semi-deserti, con scrivanie disposte in un ordine diverso, più distanziate le une dalle altre, in modo da rendere più difficile la diffusione del virus, ma inevitabilmente anche lo scambio di qualche parola con il vicino.

I team sono stati smembrati e rimescolati in turni diversi, in modo che il nuovo assetto garantisse la continuità del lavoro anche nel caso che qualcuno si fosse ammalato di covid.

Questa nuova organizzazione ci ha fatto conoscere colleghi con cui ci eravamo sempre limitati a scambiare un frettoloso “Buongiorno” e siamo rimasti sorpresi quando, al di là delle apparenze schive e impostate, abbiamo scoperto che erano invece simpatici.

Anche le consuetudini dell’ufficio sono state modificate, niente più pause caffè o pasticcini per festeggiare un collega che va in pensione, nulle le riunioni in presenza e qualsiasi momento di scambio. 

Mi è capitato di sentirmi sola per quanto silenzio ci fosse nella stanza e per quanto distanti fossero le scrivanie dei pochi colleghi presenti, inizialmente uno shock per me che ero abituata a lavorare in un ufficio variopinto e rumoroso prima dell’arrivo del virus, ma poi, col tempo, ho imparato ad apprezzarne i vantaggi.

Vedere ogni giorno al telegiornale le persone che morivano a causa del virus, sentire le descrizioni di chi quella terapia intensiva l’aveva sperimentata o ascoltare persone che avevano visto entrare un parente in ospedale, senza che ne uscisse vivo e senza potergli dare nemmeno il conforto di un ultimo saluto; il silenzio assordante delle strade dove per giorni non si sentiva passare una macchina e l’unico rumore era il suono delle ambulanze…tutto questo ha cambiato la mia consapevolezza.

Non so se è capitato anche a voi, ma io ho iniziato a guardare la mia vita da un’altra prospettiva. Ho cominciato a riflettere sul fatto che quello che sentivo raccontare al telegiornale mattina e sera, poteva accadere a me da un giorno all’altro, io o qualcuno della mia famiglia poteva finire ricoverato in ospedale, senza poter vedere nessuno per settimane. Una sofferenza nella sofferenza. 

E allora ho pensato che dare per scontato le persone a cui vuoi bene e rimandare a domani il tempo da trascorrere loro, o posticipare la ricerca della realizzazione di un sogno importante, è rischioso perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Il virus ci ha sicuramente cambiati, nel nostro modo di essere e nelle nostre abitudini, ma ciò ci ha permesso di riscoprire affetti e aspetti di noi di cui ci eravamo dimenticati.

Per chi è riuscito a superare le durissime prove psicologiche, di salute ed economiche, ed è stato capace di adattarsi all’enorme incertezza di questo momento storico, la pandemia ha rappresentato l’opportunità per raggiungere una nuova consapevolezza.

Per questo, credo per la prima volta, più che chiudere l’anno vecchio facendo bilanci degli obiettivi non raggiunti e pormene di nuovi per quello che verrà, mi limiterò a riflettere su ciò che la necessità delle circostanze mi hanno indotto a diventare.

Non mi aspetto che il nuovo anno porti la salvezza da un 2020 che è stato e resterà nei libri di storia “l’annus horribilis”, ma preferisco affacciarmi al 2021 con la speranza che la lezione impostaci dalla pandemia possa servire ad attivare un cambiamento radicale di direzione e di velocità a favore di un recupero di quei valori e quelle prospettive che abbiamo perso di vista, presi come siamo dalla nostra affannosa e assurda corsa quotidiana.

Per questo nuovo anno che bussa alle porte, la speranza è che valori come la solidarietà, la semplicità, la presenza nel momento, riscoperti per colpa o grazie al virus, rimangano anche quando il virus passerà. 

Il virus ha messo in evidenza il brutto per far risplendere il bello che c’è nella vita di ognuno di noi.


IL NUOVO FEMMINISMO POST QUARANTENA

Che cosa ha insegnato alle donne questa quarantena? Con la chiusura di estetisti e parrucchieri, anche le signore più curate si sono dovute accettare pelose e spettinate come cavernicole. Durante il lockdown si sono viste trasformazioni, anzi trasfigurazioni, degne di un film di Dario Argento.

Messi da parte fondotinta e tacco 12, chi faceva concorrenza a Claudia Schiffer si è rivelata in realtà una seguace della strega Bacheca. Sulle faccine, prima ‘stuccate’ ad arte con la cazzuola, sono spuntati brufoli e monociglio. Fuseaux deformi e ascellari sono diventati il vero outfit e il pigiama l’unico diversivo. 

A prima vista potrebbe sembrare una retrocessione. In realtà la questione merita una riflessione approfondita. Perché il maschio può grattarsi felice il petto villoso senza rimorsi, come un macaco asiatico, e la donna deve essere sempre liscia e immacolata come Barbie? Anche le donne hanno diritto a presentarsi in pubblico struccate, in sovrappeso, con leggings sformati e ricrescite.  Se in televisione gli immarcescibili Maurizio Costanzo o Bruno Vespa hanno attraversato le generazioni, pur sfoderando la stessa cera di Tutankhamon, perché anche le donne del mondo della tv e dello spettacolo non possono invecchiare senza sentirsi additate e considerate dei pezzi da museo?

A loro, alle ribelli che se ne fregano dell’estetica imposta dal sistema, dedichiamo questo momento di riflessione post quarantena.

Botteri penna d’argento. Iniziamo dall’icona del lockdown. Giovanna Botteri è salita nel top list dei personaggi della fase 1 non solo perché inviata della Rai a Pechino. La giornalista è stata criticata dai bacchettoni del gossip per la sua chioma grigia e poco pettinata. In realtà questo martirio mediatico ha trasformato la Botteri nella Giovanna d’Arco del popolo delle ricrescite, superando nel gradimento generale la biondissima Hunziker, colpevole di aver ironizzato su di lei a Striscia la notizia. Penna d’argento batte ‘ciapèt’ di bronzo.

Il monociglio di Frida Kahlo. Frida è l’icona femminista dell’arte. La carica erotica e l’orgoglio, che trasmettono gli autoritratti della Kahlo, fanno concorrenza alla dea dell’amore ritratta dal Botticelli, emblema della bellezza. Frida non ha mai avuto paura di mostrare nelle sue opere le spigolosità del volto indio e la peluria spontanea di baffi e ciglia. L’esempio di Frida ha permesso alle donne in astinenza da estetista di accettare il monociglio selvaggio durante la quarantena e, perché no, vantarsene pure. Il detto non sbaglia: donna baffuta sempre piaciuta

Margherita Hack regina delle stelle. Nell’immaginario collettivo una stella è sinonimo di bellezza luminosa e irraggiungibile, di una divinità dell’Olimpo, magari hollywoodiano. Una che se ne intendeva davvero di stelle è stata Margherita Hack, genio dell’astrofisica e fiorentina purosangue. Ruspante come una cenciaiola di San Frediano, la Hack non ha mai rinunciato alla sua naturalezza, che non era certo quella delicata e bio di Gwyneth Paltrow. L’intelligenza e il carattere, quando ci sono davvero, non hanno bisogno di rassicurazioni estetiche. Le stelle nascono dai buchi neri…ovvia, non ce lo dimentichiamo.

Patti Smith, nostra signora del rock.  E’ stata la musa di uno dei più grandi fotografi della storia, Robert Mapplethorpe. Ma soprattutto Patti Smith è stata la regina del rock, quella che ha sparato le sue note ribelli nel periodo della contestazione. Rughe, capelli grigi e crespi non sono mai stati un problema per lei, anche perché il suo carisma è rimasto quello degli anni Sessanta. Il botox è lento, la ruga è rock.

Le flautolenze di Whoopi Goldberg – Anche qui siamo di fronte ad un talento unico, un’attrice che sa far ridere e piangere con una naturalezza incredibile. Segni particolari: nera e simpaticissima, manifesto dell’orgoglio afro e della schiettezza delle donne americane. Il soprannome che le hanno ‘affibbiato’ i  colleghi di teatro non ha bisogno di commenti: Whoopi come “Whoopee cushion”, ossia il cuscinetto ad aria che imita un peto per fare gli scherzi. Whoopi è un’altra grande icona della quarantena femminile senza complessi.

Sora Lella dixit – Ogni decreto del nostro presidente del consiglio è stato puntualmente corredato e commentato con citazioni della Sora Lella. Sul web si sono rincorsi meme che citavano il film “Bianco Rosso e Verdone”, in quella scena dove Mimmo (Carlo Verdone) chiede alla nonna (Lella Fabrizi): “Nonna, che ha detto Conte?’ – Risposta puntuale della Sora Lella “”…che te la piji…”. Ipse dixit.

La corteggiatissima signorina Silvani – La bellona dell’ufficio sinistri di Fantozzi è la dimostrazione che il relativismo assoluto non è solo teoria. In Birmania il fascino femminile si misura nella lunghezza del collo, per gli arabi l’avvenenza si pesa in chili di cicce e maniglie dell’amore…e per Fantozzi la bellezza assoluta era la signorina Silvani, alias Anna Mazzamauro. L’attrice ricorda ancora che fu chiamata per il provino di Pina Fantozzi, la moglie ‘non bella’ del ragioniere più sfigato d’Italia. “Quando arrivai nello studio – ha raccontato più volte la Mazzamauro – i produttori mi dissero: ‘non sei poi così cessa…potresti fare anche il ruolo dell’impiegata sexy”. Anche un brutto anatroccolo può diventare il sogno ‘mostruosamente’ proibito del ragionier Fantozzi.

Anna Marchesini la ‘cecata’. La clausura forzata in casa ci ha fatto risparmiare centinaia di euro di lenti a contatto. Talpe e cecate si sono potute rilassare dietro i propri fondi di bottiglia in santa pace. Su questo fronte abbiamo scelto come eroina una grande esponente del teatro italiano, Anna Marchesini. La cofana ‘nido d’uccello’ e gli occhialetti della Signorina Carlo rappresentano altri grandi simboli del lockdown. Dietro ogni bella figheira si può nascondere una cecata, ricordiamocelo sempre. 

La ministra a pois.  “La vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: io ieri mi sentivo entusiasta, blu elettrica e a balze e così mi sono presentata”. Con una ‘cofanata’ di entusiasmo, la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova ha sdrammatizzato le polemiche sulla scelta del vestito ‘tenda’ con cui è salita al Quirinale per il giuramento. Per niente intimorita dalle critiche sul suo look, la ministra dell’agricoltura ha rilanciato subito con un vestito a pois e poi ancora con un guardaroba degno di un campionario da tappezziere. Mai come nelle tute consunte della quarantena abbiamo fatto nostra la massima della signora Bellanova. Meglio un vestito copiato da Poltronesofà che arrendersi a fare tappezzeria.

Angela Merkel, un fondoschiena che fa provincia, anzi Europa. Il gran finale se lo merita lei, la signora highlander della politica. Un quotidiano italiano ritrasse Angela Merkel in una vignetta satirica mentre si beccava un sonoro calcione nel florido fondoschiena. Non vogliamo entrare nel merito politico, ma solo in quello estetico. Il ‘tailleurino’ rosa, il caschetto biondo tirolese e la taglia 50: con questo look la signora Merkel ha zittito il pollaio di giacche e cravatte che l’ha circondata per anni e anni. L’unica che la può battere? La Regina Elisabetta II, what else?

DESIDERIO

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Desiderio di
muovermi libera
sicura.

Di vedere
persone vere
tridimensionali.

Di sentire
l’odore dell’altro
le sue vibrazioni.

Di non avere
paura.

Farfalle

Bruchi bulimici
divoravamo il mondo
senza ritegno.

Ora chiuse crisalidi
nel bozzolo

dormiamo
il tempo
della consapevolezza.

Ci prepariamo
a indossare
ali preziose

farfalle
di nuovo
libere di viaggiare.

Foto: Tommaso Lucii

Chi è Movimento Sottile?

 

TIRA FUORI LA MASCHERINA E TI DIRO’ CHI SEI!

L’urgenza emotiva di scrivere sull’improvviso e imprevedibile disagio, creato nella popolazione umana dal Coronavirus, è arrivata il sabato precedente la Pasqua.
In coda al supermercato, la nostra via crucis commerciale, mi sono imbattuta in una scenetta di elevato interesse psichiatrico.
Due soggetti, forse di genere femminile, sono usciti dal negozio con una borsa dell’Ikea (quelle blu enormi dove si possono caricare anche le cucine smontate) piena di cibo. Non è stato tanto il quarto d’ora di litigi, dovuti all’impossibilità di sistemare la montagna di spesa su un monopattino, a catturare l’attenzione della platea in fila. L’incredulità è nata per l’abbigliamento improbabile di questi due involontari attori del teatro dell’assurdo: tuta intera aderente in tinta con il bavaglio per coprire bocca e naso, cuffia da doccia e, dulcis in fundo, mascherina acquatica per fare snorkeling.
E’ proprio vero che la strada è il più grande palcoscenico (spesso più circense che teatrale).  Ed è altrettanto vero, citando Luigi Pirandello, che ognuno di noi vive indossando perennemente una maschera.
Ma allora, se la maschera-mascherina tocca metterla davvero, non è che per assurdo potrebbe emergere la nostra vera personalità? In molti casi purtroppo è proprio così.

In questa rassegna psico-demenziale, va precisato, il genere sessuale che spicca è quello maschile. Sì, perché la donna ha sempre la possibilità di truccarsi, vestirsi, conciarsi e ‘abbaraccarsi’ secondo la propria fantasia, seguendo le proprie deviazioni mentali.
Gli uomini no: tra il completo ‘giacca e cravatta’ e la tenuta da bimbominkia le variabili sono poche.
Allora la mascherina può diventare un medium per evocare un istinto sepolto, risvegliare un demone sedato dalla quotidianità.

IL BANDITO. Lui non porta la mascherina per evitare il contagio del virus. No, lui indossa un fazzoletto a metà volto per non respirare la polvere del far west, come Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”. Il suo sguardo fermo, che taglia la fila dell’Esselunga, non calcola il momento di afferrare il carrello, ma quello di impugnare la pistola, per rapinare le casse e poi fuggire a cavallo della vespa. C’è chi risponde alla solitudine delle penne lisce con gli spaghetti western.

BATMAN. In quanti, dopo aver timbrato il cartellino dell’ufficio del catasto, avranno sognato di inguainarsi nella tuta di lattice di Batman e di indossare la maschera del giustiziere pipistrello. Di questi tempi con i pipistrelli c’è poco da scherzare…in ogni caso, nell’immaginario maschile, il supereroe mascherato rimane un grande classico da imitare. E così, dopo aver posizionato la mascherina chirurgica, il nostro medio-man in missione al mercato di Sant’Ambrogio si sente anche lui un po’ l’omo ragno, come Ceccherini in “Fuochi d’artificio’. A questo proposito…non fate troppo i ganzi e ricordatevi di gli scarponcini di plastica.

L’UOMO BRICOLAGE. Il ‘fai da te’ è una pratica bellissima, ma con risvolti ossessivi. Gli uomini con la mania di sventrare radioline e rimontarle come frullatori sono più diffusi di quanto si pensi. E sono pericolosissimi. Ovviamente non ci si può aspettare che uno di questi soggetti, passivamente, si metta una mascherina comprata in farmacia. No, l’uomo OBI costruisce da solo la mascherina ‘intelligente’, quella che, oltre a proteggere dal virus, blocca il polline e l’inquinamento, chiude le comunicazioni con la moglie molesta e lancia on air l’ultima partita di campionato. E così si vedono girare uomini con la bocca tappata da presine riciclate e impalcature di carta forno, con nasi incerottati da assorbenti e antenne ritte in perenne intermittenza con radio Maria. Oltre alla terapie intensive dovremmo ampliare anche i reparti di igiene mentale

IL SOMMOZZATORE. Qui bisogna aprire un capitolo a parte. La mascherina non veicola più le fantasie di sognatori irrealizzati o Peter pan invecchiati male. Qui la patologia è sconfinata e tutta concentrata nell’ipocondria. Chi ha paura di essere contagiato non trova mai pace. Ogni barriera risulta insufficiente, limitata. La mascherina è come un apostrofo rosa sulla parola VIRUS. Qui serve un’armatura, come minimo uno scafandro da sommozzatore. Non è difficile dunque incontrare personaggi incastrati in tute stagne, mimetiche idrorepellenti, cerate color zabaione, che girano con il casco o con un secchio di plastica trasparente in testa, tipo Armstrong sulla Luna e Fantozzi nella famigerata settimana bianca aziendale. Si consiglia di prenotare le vacanze in una camera iperbarica riadattata a cella di isolamento.

IL TERRORISTA. Questo è il genere più diffuso. In parecchi pensano, infatti, che per combattere il coronavirus ci si debba travestire come il Mullah Omar. Tutti intabarrati in uno sciarpone riadattato a turbante, i nostri lupi solitari credono così di sconfiggere il Covid-19. Forse hanno ragione, ma solo perché anche il virus potrebbe spaventarsi vedendoli. Il vero motore di questo travestimento da attentato di quartiere è in realtà la spinta del bullismo geriatrico (copio da una mia amica copywriter) insito nel DNA maschile. La tensione del contagio è capace di risvegliare il sangue caldo di chi ha attraversato gli anni di piombo abbigliato come i cugini di campagna. Questi soggetti vanno solo lasciati sfogare, almeno fino a quando non iniziano a lanciare gavettoni a caso, in preda ad un raptus da Br in coda alla Coop.

PITTI MASCHERA UOMO. La palma del più odioso soggetto mascherato ce l’ha lui: il modello strappato ingiustamente alle passerelle per sfilare tra il popolino davanti al supermarket. Lui non mantiene la distanza di due metri per evitare il contagio. No, lui ha sempre tenuto almeno tre metri di distacco verso i comuni mortali, come fanno i vip. Alto e slanciato, il nostro ‘figazzo casual’ indossa l’ultimo modello della mascherina FFP3 insieme a capi firmati della stagione primavera-estate 2020-2021. Anche l’outfit per andare a comprare il pane, in questo caso, merita un selfie da spammare sui social. Vabbè, in fondo che male c’è? Lasciamo che gli Influencer cavalchino l’influenza e i post virali la pandemia virulenta.

LA SCIENTIFICA. Di questi tempi l’overdose da CSI, Fox crime e Signora in giallo può dare alla testa. Così c’è chi confonde la tuta per evitare il contagio con il kit della polizia scientifica. Molte persone subiscono il fascino del detective. Chi poteva vantare, al massimo, un appeal da Miss Marple sente improvvisamente di poter diventare bello e impossibile come il visionario agente dell’FBI Fox Mulder di X-Files. Attenzione però a non imbustarvi troppo nel cellophane, potrebbero scritturarvi per la parodia dei ghostbusters.

A ZOROOOOOOO! Segni particolari: coatto, tatuato, petto villoso fieramente esposto, jeans neri che segnano il pacco, chiodo di pelle disumana, capello lungo con pelata, camperos pitonati. Uno così il coronavirus lo agguanta e lo stritola con il mignolo. Uno così è dispensato dal portare la mascherina. L’unica maschera che può indossare, al massimo, è quella di Zorro.

FURIO DI MAGDA. Poi ci sono loro, i logorroici ossessivi che fanno mettere le mascherine alla moglie e ai figli anche a casa. “Magda, ma l’hai lavata la mascherina? Sì, ma quando l’hai lavata? L’hai disinfettata con l’amuchina o con la candeggina? E i guanti? Li hai tolti seguendo la procedura prevista dall’Istituto superiore di sanità? Eh no, se non fai così è tutto inutile, ci riempiamo di bacilli”. Questi soggetti, più che protetti con la mascherina, vanno imbavagliati, ma per proteggere i familiari da una crisi isterica.

IL PIGIAMATO. Infine c’è lui, quello che da un mese esce spettinato in pigiama, pensando: “Tanto ho la mascherina, chi mi riconosce?”. Ricordiamo, dunque, che la mascherina non vi esenta dal lavarvi, cambiarvi mutande con una periodicità accettabile, togliervi la canotta della salute con la patacca di tre settimane. Essere se stessi va bene, ma ogni tanto è sano anche castrare un po’ i bassi istinti e ricordarsi che siamo tutti creature (non bestiole) di madre natura e condomini di questa piccola-grande palla matta chiamata mondo.

ANIMA PRIGIONIERA

Avverto lancinanti dolori

amare lacrime di ragionato sentore

mi muovo, anzi, mi dimeno

ignaro di sopraggiunte passioni,

patisco il grave tonfo della pietra

sull’ostil prato,

ma,

avanzando tremante

m’imbatto in flebili petali di gioia.

Luminosi raggi ridenti, allora,

avvampano l’attesa bramosia

fulgidi dardi

di caldo ardore

scoccano

nel palpitante animo,

ma l’impetuoso stillare

di nettare crudele,

obbliga

il facile ritorno.

I COLORI DEL CORONAVIRUS

Ore 8.00 del mattino.
Alla guida della mia auto vado al supermercato per la spesa settimanale, nella speranza di arrivare abbastanza presto da evitare le interminabili code di questi giorni.
Giunto al parcheggio noto che è ancora chiuso anche se un piccolo capannello di persone è già appostato. Poco male, dovrei cavarmela con una attesa di pochi minuti.
Un cinguettio familiare fuoriesce dalla mia tasca, segno che qualcuno mi sta pensando.
Apro whatsapp e vedo che una mia cara amica di Roma mi ha inviato la foto del suo bambino: indossa occhiali da sole, un sorriso enorme e una maglietta a righe orizzontali dai colori più svariati.
In quel momento faccio una associazione mentale che di questi tempi è quasi inevitabile: vedendo il rosso non penso al sugo di mia madre o al vestito della mia compagna, ma alla zona “rossa” in cui vivo.

E così mi rendo conto che questo coronavirus non ci ha privato solo della libertà di uscire, ma anche della leggerezza mentale.
Ci ha trascinato in un turbinio di pensieri che (volente o nolente) ci riconduce sempre al Covid-19.
Ripenso a quando è stata istituita la zona rossa in tutta la Lombardia prima e al resto di Italia poi, all’esodo di massa nella stazione di Milano, alla vera presa di coscienza che l’irreale si stava materializzando sotto i nostri occhi.

In questo clima da “Apocalisse Z” di Manel Loureiro ci siamo visti costretti a rimodulare le nostre giornate; abbiamo spazzato via la nostra confortante routine e ci siamo ingegnati su come far trascorrere il tempo tra le quattro mura di casa.
Ci siamo così riscoperti pasticceri, cantanti, maniaci del pulito, sportivi, applauditori, virologi, corridori, musicisti, cuochi, urlatori.
E naturalmente nemmeno io mi sono voluto esimere da tutto questo, perchè è nei momenti di difficoltà che si cerca di essere uniti, scoprendo così quanto sia difficile sentirsi aggregati proprio adesso che l’aggregazione è vietata.

Sono tra i fortunati che possono lavorare da casa (smart working se si vuole essere fighi). Ma se prima la mia vita era troppo sedentaria, adesso che non ho nemmeno più la scusa di camminare dal parcheggio della mia auto all’ufficio si può tranquillamente affermare che un ulivo secolare pratica molto più movimento di me.
Se voglio evitare di dover rifare il guardaroba o di diventare il prossimo protagonista di “vite al limite”, è meglio che mi dia da fare. Quindi dopo il lavoro mi dedico a un po’ di sport a casa: jumping jack, squat, plank. Parole inglesi che tradotte significano rispettivamente fatica, sudore e chimelohafattofarenonvedoloradidivorarmiunategliadipastaalforno.

In ogni video dell’esercizio compaiono sempre quegli odiosi colori di intensità: verde indica bassa intensità, il blu è media e il rosso è alta.
Ma il mio colore preferito resta il grigio, che rappresenta il mio divano.
E dopo il dovere arriva sempre (o quasi) il piacere: mi dedico alla cucina ed in particolare ai dolci (non foss’altro perché il lievito di birra è merce destinata a pochi eletti).
E qui mi lascio avvolgere dal colore bianco dello zucchero, dal giallo delle uova e dal nero della torta tenuta un po’ troppo tempo nel forno (eppure ho seguito le indicazioni della ricetta alla lettera). 

Arriva finalmente la sera e con essa l’immancabile serie tv: ho solo l’imbarazzo della scelta tra il rosso di netflix, il blu di amazon video ed il viola di Infinity. Ormai ho più serie da seguire, quindi a rotazione riesco ad accontentare tutte le persone che vivono nel mio cervello. 

La notte è il momento in cui i pensieri convergono tutti insieme creando assembramento, anche se sarebbe vietato. Non ci sono più distrazioni, non esistono espedienti che possano alleggerire la mente e lasciarla divagare con i futili tentativi di fuggire dalla realtà.
Ed è allora che sento il nero pulsante della notte che ha la forma di un convoglio di camion militari che trasportano i caduti (si, ma sono quasi tutti vecchi…come se questa possa essere una attenuante…come se l’età di chi non ce l’ha fatta possa rendere più accettabile la morte).

Come Darrell Standing de “Il vagabondo delle stelle” di Jack London, mi sento librare nell’aria sorvolando una città spettrale illuminata dalla luce gialla intermittente dei semafori, dal blu di una sirena che sfreccia per le vie, dal bianco vivo del camice di una infermiera stremata sulla scrivania alla fine del turno.
Ben presto l’euforia dei primi flashmob ha lasciato il passo alla arida consapevolezza che tutto questo non è solo un servizio al telegiornale, è nelle strade là fuori, è proprio sotto quel cielo blu e quelle verdi montagne che vedo dalla finestra; è nella casa del vicino, nei segni delle maschere sui volti degli infermieri, è negli occhi di chi ha perduto qualcuno o qualcosa. E’ nel grigio delle strade deserte mentre vado a fare la spesa, è nel bianco delle mascherine che non permettono di scambiarci nemmeno un sorriso di conforto.

Poi in uno stanco pomeriggio domenicale, avvolto nel silenzio di casa in compagnia di un libro di Grisham, sento delle grida senza capire bene chi sia e cosa stia dicendo.
Mi alzo goffamente dal divano ed esco sul balcone. Le urla sono di un ragazzino che abita un paio di piani sotto il mio; senza alcun motivo e senza che nessuno lo accompagni, dal balcone sta gridando a tutta Bergamo “ce la faremo!”.
“Banale” penserà qualcuno, “si ok ma adesso basta” diranno altri.
Ma non posso smettere di pensare che pur essendo passato quasi un mese da quando è stata istituita la zona rossa, pur non essendoci più nessuno che fa flash mob, che canta o grida dai balconi, questo ragazzo continua imperterrito a urlare.

Forse non servirà a nulla, è vero, ma è l’emblema di un attaccamento alla vita che rischiamo di smarrire, di un’era in cui l’unico dilemma è quale serie tv vedere oggi, un’era in cui si esulta perchè sono morte meno di 700 persone in un giorno, è l’estremo desiderio che tutto torni come prima: quando il rosso era il sugo di mia madre, il blu il colore del cielo e nessuna mascherina bianca nascondeva i nostri sorrisi.

SABRINA, CLAUDIA E FARINATA DEGLI UBERTI

In questo periodo di tregua forzata, ho ritrovato alcune relazioni scritte da studenti ai quali avevo fatto lezioni private per mantenermi agli studi universitari. I testi più belli li avevo conservati in una vecchia cartellina rossa: la mia personalissima capsula del tempo. Come spesso succede quando si cerca qualcosa e si finisce per trovarne un’altra, così è stato per questa vecchia cartellina.  Mi sono messa a sfogliare quei brevi testi, scritti a mano, su fogli che si sono leggermente ingialliti nel corso del tempo. In particolare sono stata colpita da un tema che aveva come argomento il Decimo Canto dell’Inferno, con un naturale focus sulla figura di Farinata degli Uberti, scritto da Sabrina.

Ho cominciato la lettura con entusiasmo per il desiderio di riaffacciare la mente su quell’opera tanto amata: in qualche modo, Sabrina mi ha spalancato le porte dell’armadio di Narnia –  che l’Alighieri mi perdoni – su quello che era stato il mio mondo per tanto tempo, il pianeta che avevo dovuto abbandonare con il corpo, ma non con la mente. Non del tutto, almeno.

Mentre leggevo con curiosità, mi sono tornate in mente le bellissime immagini del Dorè che abitavano con orgoglio le pagine della Divina Commedia che troneggiava nella biblioteca di casa: altro che le cantiche commentate dal Sapegno che dovevo portare al liceo! Ho rivisto Dante e la sua guida fermi davanti al sepolcro infuocato, il primo timoroso, l’altro sicuro e prudente al tempo stesso. 

Con emozione, ho letto le parole scritte della mia ex allieva, immaginando i due percorrere un sentiero tortuoso e nascosto, lungo le mura della città di Dite, verso quella necropoli desolata. I sepolcri aperti e – fatto stranissimo – nessun demone a fare da guardiano alle anime dannate. Dante stesso ne resta stupito e chiede informazioni a Virgilio che spiega che lì risiedono gli spiriti di coloro che, nel corso della loro vita terrena, hanno rifiutato di credere all’immortalità dell’anima. A questo punto, Sabrina introduceva nella sua relazione  uno di quei disperati, che riconosce l’accento del poeta e lo chiama.

“O toscano, che te ne vai per la città del fuoco parlando in modo
così dignitoso, abbi la compiacenza di trattenerti.
Il tuo accento indica che tu sei nato in quella nobile patria alla quale,
forse, io fui troppo fastidioso.”

Un’onda di ricordi mi ha assalito, in parte perché concittadina sia di Dante che di Farinata, in parte perché mi sono ritrovata tra i banchi di scuola del liceo Michelangelo, soprannominato “Miche” dagli studenti di un’altra epoca, e ho rivissuto la vicenda dolorosa della famiglia degli Uberti. 

Dante – precisava Sabrina – nonostante la curiosità manifestata al suo maestro, esita ad avvicinarsi a quella figura che si erge orgogliosa e fiera dalla tomba, ma viene spinto dal suo accompagnatore davanti a quell’anima e finiscono per riconoscersi avversari politici: un dialogo drammatico percorre i versi – interrotto solo dal breve intervento di Cavalcante de’ Cavalcanti, piegato su se stesso , per poi riprendere.

Mi sono commossa nel ritrovare il sentimento più grande che traspare in quelle parole antiche: il rispetto reciproco per il nemico valoroso. 

Infine, la spiegazione sulla preveggenza dei dannati costretti a una vista ipermetrope sul futuro: l’immagine chiara di ciò che sta lontano e che consente a Farinata di predire a Dante l’esilio da Firenze, e l’opacità sul tempo che si avvicina che rende quelle anime incapaci di discernere il presente. 

Mi sono sorpresa a ritrovare una inaspettata attualità in quel che non rileggevo da anni e scoprirne il ricordo vissuto da me, riproposto nella scrittura agile della ragazza e, allo stesso tempo, la vivacità di Dante: tre piani temporali che si sono sovrapposti, come in un film di Nolan.

Non so quanto di ciò che ho sentito fosse davvero nelle intenzioni del grande poeta, ma sono certa che mai come in questo periodo il rispetto per chi viene ritenuto  parte avversa, oppure nemico, dovrebbe guidare noi tutti, dai politici fino a tutti i cittadini.

Dovremmo imparare a guardarci l’un l’altro, come fanno  nel decimo canto dell’Inferno, un guelfo e un ghibellino.

Foto di copertina: Illustrazione di Gustave Dorè

Chi è Movimento Sottile?

L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI

Questo tempo è un cammino.
La frase non è mia, ma di Laura.
E dove ho conosciuto Laura?
Sul cammino di Santiago.

Lei é stato il regalo che il cammino ha scelto per me e questi suoi messaggi il suo regalo in questi giorni.

La cito: “A volte paragono questo periodo al cammino e guardo se ci sono uguaglianze: in qualche modo tutto ciò che ti fa fermare è un cammino, anche se sembra un controsenso.”

Ma partiamo dall’inizio.

Come nel cammino,in questo periodo l’unica cosa che puoi fare durante il giorno è camminare (da casa all’ufficio e ritorno, nel mio caso; intorno a casa, per molti altri).
E, come nel cammino, non ci sono cinema, teatro, palestra, aperitivi o cene con gli amici al ristorante.

Come nel cammino, dove si parlano lingue diverse e quindi le labbra, la bocca, non contano, ma ci si augura “Buen Camino” qualsiasi idioma si parli, sorridendo con gli occhi e si va avanti, qui gli sguardi si incrociano in silenzio al di sopra delle mascherine e si va avanti (e sì, ci starebbe quasi bene di augurarsi buon cammino).

Come nel cammino si sta in coda, in attesa, per il cibo: nient’altro conta, nient’altro c’è da comprare, perché nel cammino nient’altro ci possiamo portare sulle spalle che non sia essenziale e, oggi, nelle nostre città, nient’altro possiamo acquistare.
In entrambi i casi, è impensabile entrare in un negozio per vedere e comprare vestiti, scarpe, borse, una nuova tazza per fare colazione o qualunque altra cosa vi venga in mente.
E stupisce, nel cammino come oggi, che questa idea esca dalle nostre abitudini in poco tempo, in pochi giorni, rivelando in fondo – almeno per quanto mi riguarda – tutto il suo sapore consolatorio e come spesso lo scopo del “comprare cose”, per lo più futili, sia distrarmi dalla mia stessa vita, riempiendo i vuoti.
Oggi come nel cammino scopro che posso benissimo vivere senza e restare intera, restare in piedi.

Come nel cammino si attraversano luoghi, strade, piazze, ma solo di passaggio: lì la vita è tutta nello zaino, adesso è solo nella casa o nella stanza in cui si vive.
Le strade sono solo un passaggio da un luogo a un altro, dove non si sosta a lungo, si passa e si va avanti, verso un’altra, prossima e – penso – più urgente, e significativa, mèta.
Fermarsi non è un’opzione, ma è proprio così che scopro che la meraviglia e il privilegio sono nel viaggio, nell’ andare.

Come nel cammino spuntano ceste, in cui “Se puoi metti, se hai bisogno prendi”. Se ne incontrano, di queste ceste, sulla strada per Santiago, dappertutto (perfino negli ostelli privati che sembrano alberghi) e sono, per me, uno dei ricordi più belli.

Infine, quando arrivi a Santiago, che il tuo cammino sia stato mistico, spirituale o niente di tutto ciò, piangi e ridi allo stesso tempo: piangi perché è finito e ridi perché è finito.
Alla fine del cammino, anche se all’inizio non lo capivi e nemmeno lo credevi possibile, sei diverso.
Più avanti ti stupisci scoprendo che anche se passano i mesi finisci per ripensarci spesso, come a un periodo che ha segnato un prima e un dopo nella tua vita.

Qui non sappiamo cosa ci accadrà, perché ancora non è finita, ma a me e a tutti coloro che possono farlo perché sono lontani da vere e proprie tragedie, auguro semplicemente “Buen Camino”.

AUTISMO IN QUARANTENA

Sempre più spesso sento nominare questa parola “autismo” quando si parla di mio figlio o di bambini con difficoltà simili alle sue, ma a differenza di qualche anno fa, quando dire di qualcuno: “E’ autistico!” evocava immagini terribili e scatenava in chi lo diceva il terrore e il desiderio di scappare, senza sapere bene da chi e da cosa, oggi io , come altre mamme nella mia stessa situazione, sentiamo parlare di autismo con un po’ più di consapevolezza, perché più o meno tutti sanno che l’autismo, in estrema sintesi, è caratterizzato da enormi difficoltà nelle relazioni, da un lato, e da un grosso ritardo nell’apprendimento, dall’altro.

Però in questa giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, avverto la necessità di provare a descrivere cosa significa per questi bambini il momento che stiamo vivendo.

Tutti noi ci sentiamo smarriti, persi e ci manca la nostra vecchia vita: ci mancano le persone, gli abbracci, le abitudini, sia quelle buone, come uscire con gli amici o andare al cinema, che quelle meno divertenti, come andare a lavoro.

Ci manca l’aria, costretti come siamo a trascorrere le giornate in casa, con una primavera poi che brilla di una luce avvolgente e calda e rende ancora più difficile restare rintanati in casa.

Ecco, se questa assenza di libertà è pesante per gli adulti e i bambini “normodotati”, per i bambini autistici è un vero incubo.

Perché se è vero, come dicono gli esperti di autismo, che la routine, intesa come la ripetizione delle stesse attività, sono fondamentali per rassicurare questi bambini, che hanno una percezione diversa della realtà che li circonda; se è vero che è di fondamentale importanza per loro andare la mattina a  scuola dove possono attingere ad una socialità di cui sono spontaneamente privi, oppure frequentare il pomeriggio le varie attività di sostegno allo sviluppo di quelle risorse di cui la natura non li ha dotati; potete immaginare quale sconvolgimento gli ha provocato la bomba del 6 Marzo che, da un giorno all’altro, li ha privati di tutto questo, confinandoli in casa e senza che avessero i mezzi per capire cosa stesse accadendo. 

Ecco che all’improvviso è scomparsa la scuola, i compagni, la piscina, il cavallo, sono scomparse una serie di persone (le maestre e gli specialisti) che rappresentavano un fondamentale punto di riferimento.

Della vita passata c’è rimasta solo la casa e i genitori che da un giorno all’altro si sono ritrovati a ricoprire il ruolo di insegnante, psicologo, logopedista, psicomotricista, oltre ovviamente a quello di genitori, e provano in qualche modo a spiegare al figlio, che si arrabbia perché non capisce dove siano scomparsi tutti, perché, dopo aver tanto insistito, in un tempo ormai lontano, per portarlo fuori, adesso non si fa altro che ripetergli: “Bisogna stare a casa!”

Ecco in questi giorni che sono difficili per tutti, vorrei dedicare un pensiero a questi bambini e ai genitori che si impegnano per rendere meno pesanti queste giornate ai loro figli, cercando di tenerli occupati e sereni, anche quando li assale lo sconforto per la paura del “cosa succederà”, anche quando avrebbero voglia di cedere, schiacciati dal peso di questa a-normalità, e invece tengono duro perché non se lo possono permettere.

E un domani, quando tutto questo sarà passato, mi piacerebbe che nel nuovo mondo (che sarà migliore perché sono sicura che alla fine questa clausura forzata che ci costringe a guardarci dentro, ci renderà migliori), tutti avessero una maggior sensibilità per chi soffre, per chi vive ogni giorno situazioni complicate e va avanti senza lamentarsi.

Sarebbe bello che in questo nuovo mondo tutti, ma proprio tutti, avessimo imparato a sviluppare un po’ di empatia verso il prossimo e riuscissimo qualche volta a metterci i nei panni degli altri.

E magari passando vicino a quella mamma che sta cercando di tranquillizzare il figlio strano che urla, invece di fermarsi ad osservarli come fossero marziani, le chiedesse: “Signora va tutto bene? Ha bisogno di una mano?”

Vi lascio con una breve similitudine che può aiutare a capire cosa significa soffrire del disturbo di autismo, ma soprattutto suggerisce un buon modo per relazionarsi con chi soffre di questo disagio.

“Le persone autistiche sono come delle damigiane: dentro ci sta la stessa quantità di liquido che negli altri contenitori, a parità di volume, solo che devi mettercelo goccia a goccia, mica puoi rovesciarcelo velocemente, se no non ci passa, dal collo stretto. Praticamente sono un salvadanaio: ci metti una monetina alla volta, e ti accorgi solo dopo, che è pieno.Il problema è che le persone hanno poca pazienza: vogliono il pieno, e lo vogliono subito.
Beh, dovete avere pazienza: il pieno subito non lo potete avere. Goccia a goccia, monetina dopo monetina. Peraltro, in quarantena, che fretta avete?
Mettetecela tutti i giorni, la goccia, nella damigiana.
Mettetecela tutti i giorni, la monetina nel salvadanaio.
Non solo il 2 Aprile.” (S. Stabilini)

DISSIDI DI VERSI

Ciao Ilaria

ecco una mia vecchia poesia che sono onorato di inviarti.
La sto rileggendo anche io dopo tanto tempo, certo avevo un bello sconvolgimento interno, però scrivendo trovavo il mio equilibrio: ritengo davvero che bisognerebbe incentivare ogni forma espressiva, come stai facendo tu del resto.
A volte scrivevo e poi la volevo quasi strappare, per me era uno sfogo che finito sulla carta, poi l’intento era finito, non rileggevo mai e a pochi facevo leggere.
Però mi rendo conto meglio ora, e ora più che mai, che

l’umanità ha bisogno di bellezza dei sentimenti,di bellezza di espressioni diverse, per tenere sempre alto l’ago della bilancia del nostro valore di essere umani,valori sempre più spesso calpestati.

Ciao
Luigi

DISSIDI DI VERSI

Come aciduli morsi d’inattesi sapori

rinviene in me un accorato richiamo.

Carpite sono le disperate grida

da penosi versi di straripante ardore.

Oh,se non avessi loro non potrei amare.

Se non avessi loro non potrei gridare.

Getto lesto le mie reti dalle ampie maglie

difficile m’è l’arginare

flutti d’incontrollabili passioni impazzano,

nelle memorie di vita.

A volte verserei lacrime in attimi gioiosi

a volte bacerei mia madre per sentirmi figlio.

Languidamente,poi,scorre sul foglio

la mano stanca dal tanto patire,

ben sa che ora non può

ora non può fermarsi.

Una luce avvampa nell’imminente oscurità

così calda la sento nel gelo del foglio

come vorrei non averli scritti

come vorrei non poterli tradire.

Placide stanno le foglie di pioggia bagnate

dall’ira insaziabile di una breve tempesta.

SEI METRI QUADRATI

Due anni fa, ho avuto modo di vedere l’opera che riproduceva la cella in cui Nelson Mandela aveva trascorso quasi diciotto anni  della sua esistenza.

Era una bella serata estiva, stavo andando a vedere un film di cui non ricordo il titolo  e, senza aspettarmelo, mi trovai davanti quella installazione in vetro. Uno spazio che definire angusto non è che un pietoso eufemismo: 2,59 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza. Due minuscole finestre e, come arredamento, un tappeto per giaciglio, un comodino, un secchio per le necessità fisiche. Al posto del vetro, immaginai la pietra delle pareti, il rumore dei passi delle guardie nel corridoio, l’odore acre della paura. 

Nella sezione B della prigione di Robben Island, Mandela  visse dal 13 giugno 1964 fino al 31 marzo 1982, quando fu trasferito prima nel penitenziario di Polismoor,  poi in quello di Victor Verster, dove rimase fino alla liberazione, avvenuta il giorno 11 febbraio 1990. 

Riflettei su quelle date mentre entravo al cinema. Il 13 giugno 1964 avevo tre mesi e quattro giorni, il 31 marzo 1982 frequentavo il quarto anno del liceo e – da lì a poco – avrei perso mio padre. In tutto quel tempo –  un tempo in cui ero cresciuta, avevo imparato a scrivere, avevo avuto una sorella, avevo avuto amici e le prime cotte, mi ero innamorata del rock e di David Bowie, avevo conosciuto il greco , il latino e le prime delusioni della vita – Nelson Mandela era rimasto in 5,98 metri quadrati di spazio.

Come era riuscito sopravvivere? Io mi sentivo soffocare solo al pensiero di essere costretta a non poter uscire di casa, figuriamoci vivere in una cella.

Eppure, lui sopravvisse: rinunciò perfino alla libertà condizionata perché avrebbe comportato la rinuncia alla possibilità di lotta armata contro il segregazionismo. 

Come aveva convissuto con la paura della prigionia a vita? Dopotutto la sua condanna era l’ergastolo. La fede in ciò che credeva riuscì a sostenerlo in quei giorni, in quei mesi, negli anni spesi all’interno di quei sei metri quadrati scarsi. 

Avevo girato intorno alla riproduzione di quel cubicolo: pochi secondi, una vita intera. 

Nelson aveva trovato l’energia lì dentro, un’energia che gli aveva permesso di far andare avanti la sua voce in tutto il mondo, l’energia che gli  aveva consentito di studiare perfettamente l’inglese, l’energia che – lui raccontò alla nipotina anni dopo – tutti gli esseri umani hanno dentro di loro. Una fiamma che non si estingue mai, a meno che non siano le donne e gli uomini a volerla spengere.

In queste ultime settimane, ho ripensato a quella sera dei primi di luglio del 2018. 

Ci ho pensato qui, tra le pareti di casa mia, dove non mi manca niente tranne la libertà: la libertà di uscire, andare al cinema, a teatro, a una mostra, a trovare i miei cari. La libertà di cenare con gli amici, di scherzare con loro, di abbracciarli e di lasciarli dicendo loro: “A presto!”.

La libertà di girare per le librerie e le biblioteche con un’idea precisa, oppure no: pronta a lasciarmi sorprendere e incantare da un nome, da un titolo.

La libertà di portare fiori al cimitero, la libertà di guidare senza meta.

La libertà di andare al bar per un caffè, un aperitivo, scambiare due parole con i negozianti che mi conoscono. 

Tutto questo mi è sembrato un allettante invito a lasciarmi andare alla pigrizia, all’autocommiserazione: perfino leggere e scrivere mi sono apparsi, per alcune giornate, come rocce aspre e faticose da scalare. Nessun conforto nella narrazione. 

Lo confesso in queste righe: ho provato vergogna e mi sono detta che non voglio essere una facile preda per l’incantesimo dell’angoscia e della supposizione.

Non posso sapere cosa accadrà dopo tutto questo, ma so che non è un ergastolo e voglio vincere la mia ombra.

Desidero sfogliare le pagine dove anch’io scriverò qualcosa, senza arrendermi.

Ringrazio la mia memoria per avermi inviato l’immagine di quei sei metri quadrati scarsi, dove qualcuno ha trovato la forza e non l’ha più lasciata.

Nelson Mandela Memorial a Firenze

VORREI ADESSO

Si vorrei

vorrei aver le ali adesso

librare nell’aria spensierato

volteggiare e rivolteggiare 

solo per il senso di libertà

e non per necessità.

In alto guarderei il mio riparo

ma quello che vorrei adesso

è fendere le brezze leggiadro

incunearmi nei cumuli nebbiosi

e abbandonar lì qualche lacrima

urlare la mia rabbia

ma poi puntare dritto al sole ,si lì in alto

senza farmi accecare

fiero,deciso

assaporare la vastità del creato

cambiare rotta all’improvviso

scendere in picchiata

farmi invadere dai profumi della natura

farmi dipingere il mio cuore

dai colori del mondo

si 

lo vorrei 

tanto

adesso.

Foto: Elisa Ricci

LA FORZA DELLE IDEE

Credo che le persone non sono più abituate a pensare con la propria testa, a credere che le proprie idee contano e che tramite queste si possono cambiare le cose.

Siamo abituati ad avere un contorno societario che di per sé funziona, sembra funzionare, ci garantisce cibo in quantità, ogni genere di sfizio e divertimento, (forse) una casa in cui vivere, un lavoro.
Siamo perciò tesi,in ogni momento della nostra vita, a mantenere il nostro status dentro la società, e volutamente non ci è lasciato il tempo per riflettere. Preferiscono che restiamo 8 ore in azienda senza che ci sia nulla da fare, piuttosto che mandarci a casa prima…Quello mai! Altrimenti potremmo pensare.
E i pensieri sono pericolosi per chi tira le fila dall’alto.

Crediamo di essere liberi, di vivere in una società lontana dalle dittature che leggiamo nei libri di storia, dal fascismo al nazismo, ai regimi russi e cinesi. 

Invece non siamo poi così tanto lontani da queste: a livello esteriore di sicuro, non c’è la polizia per strada che ci obbliga con manganello e olio di ricino a filare dritto…
Ma nelle dinamiche mentali tra stato e cittadini, secondo me, ci siamo molto vicini: è un regime talmente tanto potente da non aver bisogno di usare la forza per farsi seguire, ha semplicemente piallato la nostra mente che pensa così di non poter più scegliere, che non si possa fare diversamente da quanto ci viene proposto.
La mente segue il regime in automatico, senza che questo debba far sentire la propria forza, sembra quasi, così, di averlo scelto.

Siamo liberi di scegliere che il mondo debba collassare verso una fine quasi certa pur di non sacrificare le economie esistenti?
Davvero ci interessa così tanto l’economia, di cui beneficiamo solo in minima parte, da sacrificare la nostra esistenza a lungo termine su questo pianeta?
O è il regime (questo ipotetico, che si può estendere a tutto il pianeta inteso come superpotenza economica) che vuole questo?
Dov’è la libertà se non possiamo scegliere altrimenti, neppure davanti a esigenze vitali?

E’ come se ci fosse una bolla di immutabilità su certe cose…

Il pensiero è la nostra primaria libertà, il pensiero libero, scegliere cosa  ci sembra giusto e cosa sbagliato. Una volta formato un pensiero, possiamo valutare se una delle scelte che ci vengono poste davanti ci corrisponde, almeno nei punti fondamentali.

Il futuro del clima penso sia una di queste, neanche l’unica ma la più facile da attualizzare.
Se nessuna scelta ci risulta valida, a questo punto possiamo reagire e porci in modo critico, proprio grazie al fatto che in primo luogo abbiamo un pensiero chiaro dentro di noi su cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Il procedimento che seguiamo adesso come società invece è opposto: prima si guardano le scelte che ci vengono poste davanti, poi ci formiamo un’idea che possa collimare con una o l’altra scelta…
Tanto quelle sono!
In questo modo si perde completamente la libertà di pensiero, credendo che, tanto, quello che penso io non conta, e cosa posso fare io per cambiare il sistema?

Ed è qui l’errore.
Tutti quanti ci teniamo le opinioni per noi, custodite gelosamente dentro la nostra cameretta, con il timore che se qualcuno venisse a sapere che ce le abbiamo potrebbe tacciarci di eretici, di sovversivi, soggetti da segnalare e isolare.
Meglio scegliere una delle opzioni, tappandosi il naso, facendo vedere anche che ne siamo convinti, che l’abbiamo scelta.

Se invece condividessimo pubblicamente queste opinioni scopriremmo che molte altre persone la pensano come noi: che il pianeta non deve andare in fumo, che si possono scegliere condizioni lavorative diverse (smart work, part time… chi le aveva mai sentite nominare concretamente prima del corona virus?)…

Che ci devono essere dei partiti politici che si battono per il bene della popolazione e non siano solo una classe politica da mantenere…
Fare politica è portare avanti degli ideali con sacrificio, non arrivare a una poltrona.
Invece noi abbiamo una classe politica, ma nessun vero politico che porti avanti degli ideali a costo della propria vita, anche contro i suoi interessi (tengo riserva per i piccoli partiti).
Sembra strano dire questo, quasi dissonante tanto è irreale, ma i politici veri sarebbero questi, storicamente sono stati questi.
Noi votiamo ma è come se non votassimo, non c’è una vera scelta.

Se esprimiamo pubblicamente le nostre idee, se siamo fermamente convinti che queste possono cambiare il mondo in cui viviamo, nel piccolo e nel grande, se lo facciamo tutti, possiamo davvero cambiarlo aggregando persone con idee simili.

Ci sono temi di vitale importanza che nessuno rappresenta ma che credo siamo in più di tre o quattro ad avere a cuore…
Su questi temi secondo me è necessario aggregare le persone che la pensano allo stesso modo, anche se al momento non c’è nessuna via concreta che vada in quella direzione.
Si tratta di creare piccole comunità indipendenti, movimenti, partiti… qualcosa che si opponga all’inesorabile immutabilità, dettata dalle convenienze economiche.

A breve mi piacerebbe condividere con voi un’esperienza personale che mostra come la fermezza nelle proprie idee possa produrre dei cambiamenti impensabili, insperati, inspiegabili per chi vede solo l’effetto, e non la causa che ha scatenato quel cambiamento.
Ovvero noi, con la nostra convinzione, una convinzione che deve essere pronta a tutto, assolutamente ferma.

Per il discorso climatico l’ideale sarebbe creare una piccola comunità che vive in modo indipendente (proprio fisicamente), in cui chiunque si riconosca in quegli ideali, ovvero la sostenibilità e la vivibilità, possa via via aggregarsi.
Solo così si può combattere l’inquinamento ambientale, iniziando noi ad essere il cambiamento e dando il buon esempio, non in modo sporadico e disperso ma unito.
Idealmente la comunità potrebbe espandersi ed essere grande come una città, poi essere copiata da altre parti e così generare quel cambiamento globale nei modi di vita che tutti aspettiamo.

Certo è che bisogna essere disposti a mettersi in gioco, a mettere in discussione il nostro status dentro a questa barca che sta naufragando…
Ma fintanto che ci restiamo sopra ci permette di non prenderci responsabilità, di non preoccuparci , di non pensare.

Perderemmo per un momento quei privilegi che ora ci sembra di avere, che paghiamo caro con l’immutabilità e la mancanza di vera scelta.

Per poi guadagnarne di nuovi e molto più grandi.

Michelangelo Coppi ha lanciato questa petizione!
Clicca qui per saperne di più

Foto: Elisa Ricci

covid-19

MUCHO ANIMO, JUNTOS SALDREMOS DE ESTA!

In questi giorni un po’ così e covìd capita di alzarsi dal letto con un’espressione alquanto indolente, quasi alla Sean Penn di “This Must the Place” e di recarsi in cucina con indosso mutande e vestaglia, emulando il grande Lebowski dei fratelli Coen e fischiettando, senza tanto farlo apposta, “Don’t fear the reaper” dei  Blue Oyster Cult. Un pezzo del 1976, tornato prepotentemente di moda nelle mie personalissime e astrusissime classifiche rock’n’roll. Sì, perché in giorni come questi, un po’ così e covìd per l’appunto, in cui perfino gli incubi notturnisono più attraenti dell’ inquietante veglia, l’unica maniera per uscirne fuori (non di testa e soprattutto non da casa, sia chiaro!) è quella di aggrapparsi a qualcosa di bello come alle gambe della tua donna, alla copertina del libro che non hai ancora letto, o al disco in vinile che, per fortuna o per sfortuna,  non hai avuto ancora il tempo di ascoltare. Puoi perfino decidere di aggrapparti alle calzamaglia di qualche vecchio eroe mascherato, attraverso dei video nostalgici pubblicati su youtube. Puoi davvero aggrapparti a tutto questo, fino a quando, a proposito di eroi, il tuo sguardo non cade sulla statuetta di Don Chisciotte della Mancia, ricordo non troppo lontano di un intenso fine settimana passato a Madrid. Ed è allora che decidi che l’eroe del giorno non può che essere  l’amico di sempre, tutto “made in Spain” ovvero Pepe Ennande Garsia , meglio conosciuto come Pepito da Cadice, l’alcalde di Piazza Santo Spirito, che dopo tanti anni di Firenze ha dovuto far ritorno in terra iberica, per ragioni strettamente sentimentali. È proprio lui che decidi di contattare, per tenere a bada, almeno per una sufficiente porzione di tempo, il dramma reale che sta mettendo a dura prova l’intero genere umano. Lo fai attraverso whatsapp, benedicendo in silenzio Jan Koum e Brian Acton, fondatori per l’appunto, della popolare applicazione informatica di messaggistica. Sì perché in questo particolare momento storico, inutile sottolinearlo, le preghiere non sono solo per i Santi così come i “vaffanculo” non sono solo rivolti ai soliti esponenti politici.

Ciao Pepito!

Ciao Stefano, amico mio!

Diciamo subito che il periodo che stiamo vivendo è altamente surreale. L’Italia e la Spagna così come il resto del mondo,  si trovano a fare i conti contro un nemico davvero terribile.

In Spagna , abbiamo qualche giorno di ritardo rispetto a voi. E non si è ancora capito chi sono i veri amici e alleati in tutta questa drammatica situazione.

Sembra una risposta, in puro stile “Pepito”,senza tanti fronzoli, e che suona quasi come una provocazione.

Non è una provocazione. È una realtà scritta a caratteri cubitali.

Ti riferisci forse al fatto che l’Unione Europea, in tempo di Covid-19, non sta facendo l’Unione Europea?

Mi riferisco al fatto che questa Organizzazione, di cui tutti o quasi, vantano l’appartenenza, risulta essere assente, e per nulla funzionale, per non parlare di altre Organizzazioni , con sigle e acronimi ancora più altisonanti.

Continuano le provocazioni.

Altrimenti non mi chiamerei Pepito. (ride).

Sono provocazioni, le tue, figlie probabilmente di alcune dichiarazioni, a lama di coltello, fatte da figure importanti nello scenario politico- economico internazionale.

Tipo?

L’italiano medio, per esempio, non ha accolto molto bene il “Noi non riduciamo lo spread”da parte di Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea.

Le mie provocazioni sono dettate, più che altro, dalla mancanza di  fatti concreti e non solo dalle infelici dichiarazioni di qualche esponente politico ed economico. Certo è che un’affermazione del genere, la señora Lagarde, se la poteva proprio risparmiare. In Spagna, nel frattempo,  stiamo ancora cercando di valutare l’operato di Pedro Sánchez, nostro attuale Presidente del Governo. Per la serie: vogliamo fatti, e non solo parole! Tuttavia, sai cosa spero?

Cosa?

Che alla fine di tutto questo non si smarrisca il ricordo nei confronti delle vittime di questo virus, e che ci sia reminiscenza sui fatti e sulle parole dei membri più importanti di tutto il sistema dirigenziale. Andrà elogiata la condotta di chi si sta prodigando per la lotta a Covid-19 mentre devono e dovranno essere  condannate determinate azioni sbagliate, commesse anche da parte dei comuni cittadini.

Sì, è vero, qualcuno di noi se ne infischia dei divieti e continua ad agire di testa (?) propria.

Appunto, e questa lampante negligenza ci fa comprendere che il genere umano ha  ancora tanta strada da fare perché evidenzia spaccati di maleducazione ed egoismo davvero raccapriccianti. Tuttavia…

Tuttavia…

Tuttavia c’è tantissima gente che sta rispettando le regole, rimanendo a casa e pregando per tutti i nostri sanitari che stanno lottando in prima linea contro la pandemia. 

Sono d’accordo con te, non sarà certo qualche egoista alla “I Me Mine” dei Beatles a cancellare tutto ciò che c’è ancora di tanto buono nel genere umano.

Esattamente, amico mio.

Pepe, prima che arrivasse Covid-19, conoscevamo le pandemie solo attraverso le serie televisive (per fortuna!).

Si, ora non potremo più dire lo stesso.

Ecco, aldilà del dramma che si sta vivendo, sono rimasto particolarmente colpito da alcune reazioni popolari, tipo le fughe ai supermercati…

Quelle si sono viste in quasi tutte le trasposizioni televisive e cinematografiche, invece. La gente corre subito a depredare i grandi magazzini di ogni  genere considerato di prima necessità. È cosa assai normale in un evento drammatico e raro come l’esplosione di un’epidemia.

È questo il punto, nella serie televisiva “The walking dead” o nel film “La notte dei morti viventi” di George Romero, non ho visto mai la popolazione precipitarsi  nei centri commerciali con l’intento di accaparrarsi di tutta la carta igienica presente. Ed è un qualcosa che è successo e che sta continuando ad accadere perlopiù in paesi come Stati Uniti e Inghilterra; sembra quasi che le persone abbiano paura di trovarsi in un futuro, più o meno prossimo, a fare i conti con il proprio culo sporco senza avere nei paraggi la fidata carta igienica.

Ciò capita per colpa delle fake news che girano in rete. È capitato anche in Spagna, dove ho visto gente girare con carrelli pieni di rotoli di carta da culo. Per un attimo il sottoscritto, il vostro prezioso Sindaco di Piazza Santo Spirito, ha creduto di essere una sorta di “pecora nera”, non particolarmente attenta alla corretta igiene del proprio posteriore. (ride).  

Difatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci aveva messo in guardia anche dall’infodemia ovvero da un flusso costante di informazioni , spesso non verificate e che si rivelano essere perlopiù sbagliate. Fake news, per l’appunto.

Fake news che però tendono a evidenziare, per l’ennesima volta, il lato egoistico di alcuni esseri umani perché, potenzialmente, per ogni carrello stracolmo dello stesso articolo, ci sarà qualcuno che ne rimarrà sprovvisto.

Già, e oltre all’infodemia già citata c’è un altro fenomeno legato all’iper-sessualità…

Non mi dire: in Italia c’è stata, per caso, anche  una corsa ai sexy shop?

Che io sappia, non c’è stata alcuna corsa all’acquisto sfrenato di dildo e attrezzi affini, ma c’è stato ed è tuttora  in atto un boom di visualizzazioni in siti pornografici come Pornhub e xHamster.

Non avevo dubbi, per un motivo o per un altro, questo tipo di siti non conosceranno mai la parola crisi. Anzi, la quarantena, potrebbe rendere Pornhub persino più ricco e popolare.

Sembra che sia un fenomeno strettamente legato a un tentativo di repressione della opprimente ansia di morte che si è spesso verificato nel corso della storia durante più o meno lunghi periodi di guerra e carestia.

Solo che all’epoca non c’era pornhub, ed era tutta roba naturale da portare avanti da solo o in dolce compagnia!

Magari tra nove mesi ci potremmo ritrovare  a riscontrare un boom anche di nascite, per via della quarantena. 

Tra nove mesi scopriremo subito chi avrà vissuto questo periodo in totale solitudine e chi invece no.

Sarebbe una goccia di vita in questo fiume crescente di morte e desolazione.

Esattamente, sarebbe una sorta di luce in fondo al tunnel.

Pepe, quanto ti manca Firenze?

Da morire, la penso tutti i giorni. Qualche volta mi capita di svegliarmi pensando di essere ancora lì. Tra l’altro, se non fosse stato per Covid, sarei andato nel bel capoluogo toscano per la fine di marzo. Ma certe storie hanno un destino chiaro, e tutto quest’incubo doloroso finirà con la visita nella più bella città al mondo. La mia amata Firenze.

Magari una visita da far culminare  in Piazza Santo Spirito, nei dintorni  della statua di Cosimo Ridolfi, in compagnia di Andrea, Fabrizio, Bob Daniel, Emannhauser, Saliman, il sottoscritto e tutto il resto della ciurma. Una sorta di corteo “pepitiano” con tanto di birra, da far sfilare per l’intero perimetro di una delle piazze più belle e caratteristiche della città.

Se non ci siete voi non è Firenze!

Un incoraggiamento in spagnolo per quelli del “Movimento Sottile” lo vogliamo fare?

Amici, Mucho animo…Juntos saldremos de ésta!

Sarebbe?

Forza, usciamo assieme da questa situazione!

Ne verremo fuori tutti assieme, Pep!

In  uno di questi giorni, un po’ così e covìd, rinvigorito da una rinnovata e piacevole consapevolezza,  ti ritrovi a chiudere la conversazione con uno dei tuoi migliori amici e cerchi di tenere il tempo di Don’t fear the reaper” con il piede rigorosamente  ciabattato, alla Jeff Bridges versione “Grande Lebowski” . 

Don’t fear the reaper! Non  aver paura del Mietitore!

Foto: Elisa Ricci

covid-19

Ciao Pepito!

TUTTO ACCADE PER UNA RAGIONE

Tutto accade per una ragione.

Sembra la classica frase che può pronunciare un credente in qualsiasi religione o filosofia esoterica. Invece, è la frase più razionalista che possa esserci.

Vi espongo il motivo per cui secondo me si può dire, come dicono in molti, che è arrivato il corona virus a fermare l’inquinamento indiscriminato della terra.

Wuhan è una città di 9 milioni di abitanti, in un territorio di 1500 km quadrati.
E’ una città molto densa, se guardate le immagini che si trovano in rete è la classica metropoli basata su grattacieli.
E’ una città che è cresciuta tanto negli ultimi anni, passando dai soli 6 milioni del 2010 ai 9 di adesso.
In questa città si concentrano inoltre molte industrie del paese, in particolare del settore Automotive.
A quanto leggo il crescente sviluppo degli ultimi anni non è stato molto attento al territorio, arrivando ad inquinare le falde acquifere.

Immaginiamoci inoltre la vita che fanno normalmente gli abitanti di Wuhan: i cinesi vivono letteralmente per il lavoro e non stento a immaginare turni di lavoro molto lunghi, alta competitività e poco tempo passato a casa con i propri cari o a curarsi delle proprie cose.
Una vita grigia, più grigia delle nostre, in condizioni di alta densità e inquinamento, oltre delle falde acquifere anche  dell’aria che respirano.
Insomma una Milano ancor più terrificante.

Le difese immunitarie non sono indipendenti da quello che ci succede, dalle ore di sonno, da quello che mangiamo, dai livelli di stress e dagli avvelenamenti da inquinamento…. c’erano di fatto tutte le condizioni perché un virus polmonare attecchisse, poi una volta attecchito si diffondesse per il mondo anche a persone che vivono un po’ meglio di loro (ma sempre male): è il primo passaggio che è determinante.

Tutto accade per una ragione, per questo si può dire secondo me che questo corna virus è un toccasana per l’inquinamento del mondo: è un livellatore, un limitatore ad uno sviluppo eccessivo, senza le regole minime per il benessere in primo luogo di noi, poi di tutto il resto.

Era destino arrivasse, il corona virus o qualche altra catastrofe che ci imponesse uno stop: un destino che ti costruisci con le tue mani giorno dopo giorno.

E intendiamoci, si poteva fare qualcosa anche senza virus .

SE IL CORONA FA 90, L’ UMANITA’ FA 180

L’angoscia e la paura fa 90 e 91
ma l’arte e la cultura ti guardan dentro
ed è fortuna
Chiudere le porte a loro non puoi
leggi scrivi e contempla l’amore
lasciati cullare dal flusso di quella poesia,
la natura è la miglior fantasia…
una bella passeggiata
è una rinfrescata per i pensieri
quando sono neri…
guarda un bel film,
uno spettacolo teatrale
immagini, quadri e sculture
non hai scuse
internet non ha chiuso le sue porte
tutto puoi per sentirti più forte.

Che sia una, 10 o 1000
nessuna morte è indifferente,
nessuna morte è perdente
niente sarà invano
per ogni vita diamoci una mano.

Se le porte vengono chiuse
apriamo i sigilli dei cuori
perché le anime hanno il coraggio di volare
di abbracciare senza contagiare
di amare senza morire
di esserci e farsi sentire

Non ti posso abbracciare con i sensi
ma ti abbraccio con tutto il mio essere
esiste l’energia
il corpo sottile
il sostegno di uno sguardo
una lettera
una mano alzata da lontano
un bacio fra le mani che vola fino
a kilometri lontani
Mi vedi e ci vediamo
ti sento e ci ascoltiamo
mi vedi e ti osservo
non puoi sentirti solo non puoi sentirti sola
la carne vibra e sa come farsi sentire.

L’Amore è l’antidoto
per ogni dolore
la speranza per ogni paura
la cura per ogni chiusura
la forza per ogni caduta.

Oggi c’è Corona domani chissà
Che la disgrazia sia una grazia
che dalla sciagura
si impari finalmente che la natura soffre
nel mondo ci sono guerre
l’ambiente è sofferente
e l’uomo sempre più perdente.

Siamo più uniti è paradossale
allora ce la possiamo fare,
per tante altre lotte
se insieme ci diamo una mano
la morte dell’essere sarà un miraggio lontano…

Che l’umanità detti la sua sorte
cambi quell’agire
che porta alla morte
guerre spreco e malattie
il senso di comunità può ancora intervenire
e che abbracci tutti
belli e brutti
vicini e lontani
amici e nemici
e saremo presto felici.

Perché solo se impariamo a cadere
possiamo rialzarci
insieme
e aspirare a una via del ritorno
quella che rifiuti una volta per tutte
“Si salvi chi può”
ma “Salviamoci tutti”!

È la strada del buon senso
dell’umanità
e dell’amore che sia il nostro ardore.

Non ti disperare “Dio è morto”
per amare
la Vita sarà sempre più forte della Morte
credi a chi vuoi
ma prega e spera e semina gentilezza
perché se è vero che
per un battuto d’ali c’è uno tsunami
per ogni parola di conforto
ogni atto d’umanità
ci sarà ancora un domani.

PSICOSI DA CORONAVIRUS

A Milano l’apocalisse, a quanto mi segnala un amico: strade vuote e attività chiuse.
Colpa del Coronavirus.

A Firenze vado a fare la spesa e trovo una marea di persone aggrappate a carrelli stracolmi di scatolame.
Come in tempo di guerra.

Accendo la TV e sembra davvero di essere in guerra. Contro un nemico invisibile. Vengo colta anche io dal panico e comincio a pensare realmente di rimandare il viaggio a Milano in treno che ho in programma…ed è fra un mese!

…che mi sta succedendo?

Affronto questo argomento lucidamente consapevole che potrebbe scatenare ilarità o fastidio, ma nella speranza che parlarne possa quantomeno tentare di affrontare il lato B di un tema che mi ha particolarmente colpito.

Il lato A non mi interessa: non mi interessa parlare di cosa è il Coronavirus e cosa dobbiamo fare per evitarlo.
Ne parlano già tutte le TV e i giornali: che ci dobbiamo lavare le mani spesso lo abbiamo capito!

Mi interessa parlare di cosa è la Psicosi da Coronavirus e dei suoi pericoli.
Perché è l’unica cosa su cui posso agire.

Non posso infatti decidere di evitare di prendere il virus (e morire).

Ma posso decidere se far entrare questa paura dentro la mia testa e vivere nella paralisi mentale e fisica che ne consegue.

Perché è questo che fa la paura: paralizza.
Smettiamo di pensare e cominciamo a comportarci in maniera irrazionale.
Lo step successivo è l’aggressione. E ci siamo già dentro con tutte le scarpe!

Dite di no?

Alcuni rapidi esempi…

-una cara amica mi dice che nella scuola della figlia la madre di origine cinese di una delle sue compagne di classe si è sentita in dovere di rassicurare tutti i genitori che sono mesi che, né lei né i suoi parenti, vanno in Cina, e che quindi possono stare tranquilli.
Aveva paura che la figlia fosse in qualche modo ghettizzata…

-è notizia di settimane fa: sembra che sia stata chiesta la quarantena per tutti i bambini cinesi in una scuola toscana (solo perché di cittadinanza o di origine cinese, non perché erano stati in Cina, ndr)..
Richiesta prontamente rifiutata dal preside perché fuori dalle regole. E dalla logica.

-starnutisco in autobus e mi sembra di essere guardata male….sarà anche questa psicosi o mi guardavano effettivamente male? Tutte e due le cose forse…

-arriva un pacco dalla Cina in ufficio, che accetto, e i colleghi commentano spaventati: un po’ per scherzo, un po’ sul serio… E questo nonostante sia stato chiarito che pacchi postali e lettere non possono veicolare il virus.

Tutti questi questi piccoli eventi mi hanno fatto venire in mente un manifesto che mi colpì molto durante una visita allo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Forse è la cosa che mi è rimasta più impressa di quello straordinario posto, che tutti dovrebbero visitare.

Era un manifesto, se non sbaglio, di poco antecedente all’emanazione delle leggi razziali.

Rappresentava una folla di ebrei disegnati come topi.

Il messaggio subliminale era chiaro: gli ebrei portano le malattie come i topi, e per questo vanno eliminati.

Suggestivo, geniale. Oltre che orrido.
Tutti abbiamo paura delle malattie.

Cerchiamo solo di non farci trasportare da questa umana paura.
Prendendo spunto dalle follie del passato, occupiamoci dei nostri pensieri, cerchiamo di controllarli, prima che loro controllino noi.

Credo che lo dobbiamo a noi stessi e alle persone con cui viviamo.

Perché ci sarà sempre chi sfrutterà le nostre paure per propri fini.
Le TV per fare notizia, non sempre per fare informazione.
I politici per far vedere quanto sono bravi a gestire i problemi, o per allontanare l’attenzione su altri problemi, che non sanno gestire.

E, a parte questo, nessun bambino deve andare a scuola con la paura di essere escluso.
O almeno, non per un motivo come questo!

Laviamoci le mani e recuperiamo la dignità che ci contraddistingue come esseri umani.

Per favore.


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